La storia dell’illuminazione di Barletta corre sul… filo

Come tutte le innovazioni tecnologiche, o se volete chiamarle con un nome più consono “le conquiste dell’umanità”, che dopo un po’ di tempo da meraviglie diventano abitudinarietà, anche l’illuminazione di luoghi pubblici e privati è diventata un gesto automatico che con un “clic” ci permette di illuminare strade, piazze e case.

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fig. 1

Però, quasi duecento anni fa e più precisamente il 19 giugno del 1824 (190° anniversario) Sindaco Domenico Elefante (fig.1), gli stupefatti barlettani dell’epoca non la consideravano una cosa poi così tanto normale. Infatti per la prima volta furono accese le primordiali quattro lampade (in quel lontano inizio XIX secolo venivano chiamati riverberi n.d.r.) ad olio. Naturalmente quei quattro pioneristici lampioni furono piazzati nella centralissima strada Piazza oggi corso Garibaldi, arteria, quella, dove avevano sede edifici privati e pubblici di particolare importanza.

Ma, a parte quel pioneristico ed unico esperimento, i barlettani dovettero attendere l’unità d’Italia perché, nel 1863, si incominciasse a parlare in Città del servizio di illuminazione pubblica a gas: i fanali erano alimentati dal cosiddetto “gas illuminante” che aveva preso il posto dell’olio utilizzato per dar luce alle strade sino al 1859.

Con la scoperta dell’illuminazione a gas, l’umanità fece un significativo passo in avanti verso il desiderio di prolungare il giorno mediante la luce artificiale.

L’idea seicentesca secondo cui l’illuminazione serviva soprattutto a dare un ordine alla città notturna persiste anche nel settecento: a mano a mano che le lanterne a olio vengono perfezionate, il numero dei lampioni cittadini viene diminuito, come se non ci fosse una reale esigenza di illuminazione consistente delle strade. Le premesse per una vera e propria illuminazione stradale vengono poste in fabbrica: è lì che per la prima volta la notte diventa giorno. Quel gas che non era altro che un prodotto di scarto della cokefazione del carbon fossile inizia a essere impiegato per l’illuminazione delle nuove industrie inglesi di inizio Ottocento.

L’illuminazione a gas fu anzitutto utilizzata da privati facoltosi per dar luce alle proprie case ma, solo con l’estensione del servizio all’intera comunità, la pubblica illuminazione acquisirà il giusto merito. La città di Napoli vantò il primato di essere stata nel 1837 la prima in Italia e la terza in Europa, dopo Londra e Parigi, ad essere illuminata a gas.

Il problema della pubblica illuminazione, realizzata dapprima mediante lanterne ad olio, già verso la fine del Settecento era molto sentito nelle grandi città, infatti al calare delle tenebre le stesse venivano consegnate ai malfattori e quindi si imponevano delle urgenti misure di ordine pubblico per limitare reati e crimini che si perpetravano con il favore della notte.

Spinto anche da questo problema divenuto impellente, il Consiglio Comunale di Barletta nella seduta del 3 gennaio 1863 esprimeva “ …l’idea di abbellir la Città con la illuminazione a gas, voluta anche dal progresso nel quale la Italiana Nazione continuamente procede”.

Questa “idea” veniva  ufficializzata con la deliberazione che portava la data di quello stesso giorno e stabiliva che “ … coi mezzi che presuntivamente risultar potevano dalla finanza Comunale, a capo di ogni patto stabiliva la limitazione della detta accensione a soli cento becchi ( a Palermo come prima installazione ne furono accesi 44 !) ed eventualmente estendere il contratto allorquando le forze comunali lo avrebbero permesso”.

Subito dopo la ratifica della delibera, fu bandito un concorso di idee per la realizzazione dell’illuminazione a gas della Città.

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fig. 2: Progetto di lanterne per l’illuminazione pubblica

Tra i vari progetti presentati al Consiglio Comunale quelli presi in maggiore considerazione furono quelli del signor Scaniglia e della Società Italiana Stefani. Proprio quest’ultimo nella seduta del 31 maggio 1864 veniva scelto ed approvato. Ma la concorrenza era in agguato e nella sessione del Consiglio Comunale del 27 marzo 1865 un consigliere comunale portava al vaglio dell’assise comunale un progetto, consegnatogli da un certo signor Anaclerio, sedicente rappresentante di una Società, nel quale veniva offerta la disponibilità, ove gli fosse stato affidato l’appalto per l’illuminazione pubblica, a “… costruire orologi, piazze e giardini anticipandone la spesa per pagarsi poi, previa valutazione, a rate annuali”.

Naturalmente la reazione dello Stefani fu immediata e subito fece partire un ricorso alla volta della Deputazione Provinciale di Bari contro la deliberazione del Consiglio Comunale che aveva accettato l’offerta del signor Anaclerio e il 3 luglio 1865 propose modifiche al proprio precedente progetto aggiungendovi, come era ovvio, la sua disponibilità a costruire opere ( sempre sia benedetta la concorrenza!) quali “ … mercati, orologi, teatro, edifizi e lavori pubblici di qualunque natura sino alla concorrenza di dieci milioni di lire (!!!) ed il cui prezzo si sarebbe pagato non in effettivo ma con il metodo di annualizzazione”.

A questo punto il Consiglio Comunale decise di porre all’asta l’appalto del servizio e il giorno 31 dicembre 1865 veniva rogato dal notaio Ruggiero Fuccilli l’atto con il quale l’appalto della illuminazione a gas veniva aggiudicato al signor Francesco Anaclerio e così, finalmente, aveva fine e lasciateci passare la battuta, vedeva la luce il progetto di illuminazione della Città della Disfida.

Gli impianti erano costituiti da pali in ghisa o da mensole su cui erano installate le lanterne o fanali a gas (fig.2), la cui alimentazione proveniva dalle tubazioni stradali. Ogni palo era dotato di un sistema di incamerazione del gas e le lanterne erano generalmente equipaggiate da due becchi che venivano accesi mediante uno stoppino da un accenditore o “lampionaio”.

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fig. 3

Un miglioramento delle caratteristiche dell’emissione della luce fu ottenuta successivamente con l’introduzione dei becchi areati che consentivano una migliore regolazione della fiamma e quindi della stabilità della luce emessa rispetto a quelli a fiamma libera.

Le operazioni di accensione e spegnimento erano garantite da squadre di accenditori, dotate di una lunga asta con in cima un lumino (fig.3) e di lunghe e strette scale a pioli per gli interventi di manutenzione. Dette squadre erano sottoposte al controllo di ispettori che verificavano l’andamento regolare del servizio.

Gli anni passarono e come era ovvio si fece strada, in Italia e nel Mondo, l’illuminazione elettrica. Barletta e gli amministratori dell’epoca, sempre al passo coi tempi e attenti alle novità che potevano rendere più agevole la vita di tutti, presero in considerazione un progetto presentato nel 1889 da Domenico e Ludovico Muller i quali proponevano l’installazione di duecento lampade elettriche al costo d’impianto fissato in lire 25.000 mentre l’abbonamento mensile  sarebbe stato di lire 7,50 con un periodo di accensione delle lampade dalle ore 18,30 e spegnimento a mezzanotte.

Il progetto in prima valutazione venne respinto anche perché gli amministratori volevano rendersi conto di come andavano le cose in altre realtà comunali e allo scopo si fecero inviare, fra questi anche da Roma, copia dei contratti stipulati con Società elettriche e nel contempo prendevano contatti con imprese di illuminazioni quali la Gagliardi di Roma o la L.O. Stoeckicht di Napoli per essere informati sulle varie offerte presenti sul mercato.

Dopo un lungo ed attento esame il Consiglio Comunale di Barletta, nella seduta del 5 novembre 1892, scelse l’offerta presentata dai Muller che, con la “loro” energia elettrica, poterono così dare alla nostra Città un volto diverso e sicuramente una svolta importante al progresso economico, civile ed anche culturale di un intero territorio.

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Michele Grimaldi
Michele Grimaldi, nato a Barletta il 28 gennaio 1958. Archivista di Stato, Responsabile della Sezione di Archivio di Stato di Barletta, in servizio nel Ministero dei Beni Culturali dal 1978, ha svolto negli anni un’intensa attività di riordino, ricerca e divulgazione di archivi pubblici e privati, Nel 1977 si diploma presso il Liceo Classico “Alfredo Casardi” di Barletta e nel 1980 consegue il diploma in Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Bari. Ha curato, diretto e coordinato l’allestimento di numerose mostre, alcune a carattere scientifico, altre dai temi più didattici e nella scelta dei temi di rilevanza regionale e nazionale ha tenuto presente gli orientamenti storiografici più recenti, considerando gli appuntamenti con la storia forniti dalle ricorrenze di vari avvenimenti o dalle celebrazioni di personaggi famosi che, al di là delle manifestazioni celebrative, hanno fornito l’occasione di rivisitare criticamente il passato. Tra le più significative, “Barletta tra il grano e la sabbia. I progetti per il porto” (ottobre 1982), “L’Archivio che Verrà” (Barletta 2010) e quelle relative alle manifestazioni organizzate per il Centenario dello scoppio del 1° Conflitto Mondiale. Il 2014 “Spunti di ricerca storica per le celebrazioni nella Provincia Barletta Andria Trani del Centenario della Prima Guerra Mondiale” e nel 2015 “L’Italia chiamò – Barletta e la Grande Guerra”. Componente della redazione giornalistica del mensile di cultura, informazione ed attualità “Il Fieramosca” edito a Barletta, per il quale cura, in particolare, una rubrica di storia locale. È inoltre componente del consiglio direttivo della Associazione Nazionale Archivisti Italiani – Sezione di Bari e socio ordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Comitato provinciale di Bari.

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