La rivoluzione del Rojava – la liberazione di un territorio cambiando sistema e mentalità

Venerdì sera presso la villa comunale sita in viale giannone a Barletta, accanto al murales dedicato ai f.lli Vitrani, si è tenuto un incontro che ha avuto come ospiti due attivisti Curdi, Ezel Alcu e Firat Ak per un dibattito sulla Rivoluzione del Rojava.  

Ad aprire la discussione Domenico Comitangelo con un focus sull’eroica resistenza del popolo Curdo, contro lo stato islamico.

Sembra che i media facciano leva sulla paura del fondamentalismo religioso, sembra non sia stata affrontata al meglio la questione e nemmeno sembra ci sia interesse per chi sta combattendo contro lo stato islamico, oggi e prima. Per capire bene la situazione, bisognerebbe partire dall’inizio della storia del popolo Curdo.

Un popolo che dopo la disgregazione dell’impero ottomano è stato diviso in quattro diversi stati. In ogni stato nazionale i Curdi sono stati “costretti” patendo un livello di repressione altissima anche per il semplice fatto di parlare la propria lingua che tutt’oggi viene considerato un crimine.

I Curdi, in realtà, sono quelli che stanno combattendo l’Isis insieme ad altre etnie nella regione del nord della Siria, ovvero Rojava. Abbiamo avuto occasione di sentirne parlare durante l’assedio di Kobane, una città situata al confine tra la Turchia e la Siria, che ha subito un assedio durato ben quattro mesi da parte dello Stato Islamico, liberato poi dalle forze di autodifesa Curde.

La popolazione Curda, cerca di diffondere tale modello in diverse zone dello stato Islamico, un movimento che viene chiamato confederalismo democratico dove la figura della donna ha un ruolo fondamentale. Molti ritengono sia l’unica via per un medio-oriente realmente democratico.

Il confederalismo democratico è un modello di società basato sulla lotta al patriarcato e che vive nella tutela di tutte le minoranze religiose. Il liberalismo da Kobane si è diffuso sempre più al punto di riuscire a liberare Raqqa capitale dello stato Islamico in Siria.

“Per chi non ci conosce il popolo Curdo, nella sfortuna di essere stato sotto assedio, è stato fortunato poiché riconosciuto a livello istituzionale e mondiale. Risiede in quel territorio da ben tremila anni e quindi ha sempre difeso quella zona, persino dalle antiche invasioni bizantine.” Ha esordito l’attivista e rappresentate dell’ufficio informazioni del Kurdistan di Roma, Firat Ak.

Barletta News ha avuto occasione di parlare con Ezel Alcu rappresentate movimento donne Kurde in Italia.

Buonasera Ezel, una vera e propria rivoluzione mentale la vostra, quali risultati avete ottenuto fin ora?

<<Abbiamo ottenuto dei bei risultati ma quello a cui teniamo di più, purtroppo, molte volte viene influenzato dalla guerra. Molte zone sono ancora sotto tiro ma nonostante ciò siamo riusciti ad applicare questo sistema nel nord della Siria e in Rojava che comprende ben 4000 abitanti. 

Abbiamo le nostre scuole, le accademie, case popolari, assemblee cittadine, l’autogoverno e abbiamo tre cantoni autonomi: Afrin, Jazira e Kobani, che non si congiungono tra di loro ma sono in continuo collegamento. Abbiamo anche un villaggio delle donne costruito dal 3 Marzo” ha risposto l’attivista Ezel>>. 

Il vostro obbiettivo si limita a liberare il territorio o anche cambiare la mentalità?

<<Noi non vogliamo liberare solo un territorio ma la nostra attenzione è rivolta a rivoluzionare la mentalità della società. Noi non facciamo la “guerra” solo per mandare via il nemico, il nostro obiettivo è quello di cambiare il sistema. Il PKK nasce negli anni 70 ed è cresciuto sempre più; ha avuto un forte incremento nel 1995 e dal 2005 c’è il nuovo paradigma che utilizziamo: “il confederalismo democratico”>>.

Molto importante è il ruolo delle donne e avete fatto tanti progressi, ma quali sono le attuali difficoltà?

<<Le donne non sono arrivate ad oggi facilmente perché la mentalità patriarcale non accettava la donna con armi e non accettava che difendesse il proprio territorio. Da quando è nato il PKK anche la figura femminile ha fatto parte di questo movimento e ha avuto molteplici difficoltà all’interno di esso. Oggi noi donne siamo autonome, abbiamo un nuovo partito e anche forze armate separate. Tramite questo movimento, è nata una scienza, una ricerca sociale dalla quale emerge una diversa lettura differente dalla mentalità maschile, un modello chiamato Jinoloji. Gli uomini hanno rubato il ruolo della donna, basti notare che in filosofia, in mitologia e in religione si arriva ad un punto in cui la donna viene definita quasi come se fosse un problema. Invece oggi, con occhi femminili, vogliamo dare un diverso significato cercando di dare un’altra lettura della storia grazie a basi etiche, estetiche ed ecologiche. Ci vuole tempo, però oggi in Kurdistan le donne sanno che c’è qualcuno che combatte per loro e che può essere la loro fonte di salvezza. Prima potevamo usufruire di un istituto chiamato “la casa delle donne”, un luogo dove la donna che aveva subito atti violenti era provvisoriamente tutelata. Oggi, invece, tramite il movimento Jinoloji e altre associazioni di volontariato in Kurdistan, abbiamo iniziato a costruire un borgo ovvero il Villaggio delle donne di Jinwar. Un posto completamente ecologico come l’ospedale, la scuola o le case. In più, insieme ai loro figli, le donne potranno essere informate e istruite. Impareranno il lavoro e non avranno più la necessità di andare in qualche casa di cura temporanea ma avranno uno spazio loro e definitivo. Vogliamo costruire con la nostra mente, perché non accettiamo il sistema patriarcale. La donna cerca un’alternativa e questo villaggio può essere un nuovo stile di vita che non porterà più nessuno alla fuga>>.

Ha concluso Ezel, prima d’iniziare il dibattito che ha avuto lo scopo di sensibilizzare la cittadinanza al sostegno di questo popolo e al non rimanere indifferente.

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