La forbice della Crisi contro Province e Regioni: Cosa tagliare e cosa salvare?

Esclusive dichiarazioni del presidente Ventola su riforma assetto regionale

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In tempi di crisi, c’è necessità di fare sacrifici e tutti (o quasi) i cittadini italiani ne sono ben consapevoli. E, se all’inizio di questa crisi economica globale i sacrifici si limitavano ai beni “di lusso”, alla proverbiale “cosa in più”, si è arrivati al punto, dopo anni di crisi in continuo peggioramento, in cui ad essere sacrificati sono i beni essenziali, in cui un cittadino su tre è a rischio povertà. Significa che 20 milioni di persone, in Italia, rischiano di non avere un euro in tasca, un tozzo di pane da mandare giù e un tetto sotto cui ripararsi. Grande è stato l’affanno dei nostri saggi politici nel cercare una soluzione a questa crisi, mentre pranzavano alle Camere pagando prezzi irrisori e pensavano intensamente a cosa fare mentre, scorrazzati ogni giorno in auto blu sempre diverse andavano a prelevare al più vicino sportello il loro stipendio, i loro rimborsi e simili. E così, tra tagli a settori così poco essenziali quali istruzione e sanità, spuntò l’ideona facilmente realizzabile in pochissimo tempo: perché non abolire le Province?

Si scusi l’abuso di sarcasmo, ma “quod est necessarium est licitum”, e nulla è più necessario del ricordare che l’abolizione delle Province non solo non è la panacea che risolverà tutto, ma è una decisione che, per prendere corpo e diventare realtà, necessita di un iter giurisdizionale così lungo e complesso, per il quale è necessaria una coesione che vada oltre le classiche coalizioni e maggioranze tenute insieme con lo sputo e che nel nostro paese, oggi come oggi, è un miraggio, parto della mente di un povero folle. E conforta il fatto che tale teoria non sia solo sostenuta da un giornalista, un redattore qualunque, ma anche da colleghi ben più illustri e da prestigiosi studiosi nel campo della finanza, della politica e della cosa pubblica in generale. Da queste eminenti voci proviene anche una nuova idea che ha stuzzicato non pochi palati: invece delle Provincie, non sarebbe meglio eliminare (anche) le Regioni?

L’idea in sé prevede le stesse difficoltà tecniche della precedente, ma ha alle sue spalle delle motivazioni per certi versi più convincenti: per iniziare, la superiorità legislativa della Regioni rispetto agli enti ad essa sotto-ordinati, Province e Comuni; si passa poi alle “normali” spese per il mantenimento dell’ente e infine si giunge agli sprechi, alle manovre losche, alle indagini e ai reati di carattere economico perpetrati dalle Regioni di tutta Italia e solo ora venuti alla luce in massa. Il bilancio è triste, tra rimborsi per una pizza da 600 euro a quelli per vacanze, biancheria intima, spese varie ed eventuali e furti veri e propri, ogni Regione conta quasi 2 milioni di euro rubati alle loro casse per scopi ben poco ufficiali.

La nostra Regione, poi, ha ormai un rapporto travagliato con gli appalti per i servizi sanitari che, sorpresa delle sorprese, si rivelano per la maggior parte manovrati da chi non ha alcun interesse per la salute altrui. Proprio a seguito di tutti questi avvenimenti e della teoria che prevede l’abolizione dell’ente regionale, più volte ripresa negli ultimi tempi su diverse testate, la redazione di BarlettaNews ha posto la seguente domanda al Presidente della nostra Provincia, Francesco Ventola: “Presidente, i costi propri e impropri delle Regioni stanno scandalizzando il Paese. Non sarebbe più logico e opportuno sostenere le provincie e iniziare l’iter per abolire o ridimensionare le regioni?”

“E’ da tempo che vado affermando l’incoerenza e la confusione dei provvedimenti contro le Province, oltre al danno vero e proprio per tutto il sistema istituzionale. Alla stessa maniera credo molto anche nel ruolo crescente dei Comuni” ci risponde in esclusiva il Presidente Ventola, argomentando come, secondo il principio di sussidiarietà, di cui si è già profusamente parlato in un precedente articolo, è giuridicamente più appropriato che “la gestione delle cose debba farla chi è più vicino ai cittadini”.
Il Presidente poi continua a sottolineare come, sia sul livello decisionale che a livello di spesa pubblica, le Regioni hanno un peso ben maggiore rispetto a quello degli altri enti locali e che, nel corso degli anni, hanno visto i loro poteri allargarsi a macchia d’olio, riducendo di conseguenze l’autonomia di Province e Comuni, spesso costretti a fare poco o nulla, paralizzati dalla possibilità di vedersi multati per aver esercitato funzioni a loro non attinenti.

“Fatta 100 la spesa pubblica complessiva, 70 è la quota Statale, oltre 20 quella delle Regioni e così via; le Province incidono per l’1,3%”, riassume magistralmente il presidente Ventola, spiegando che, a suo parere, le Regioni dovrebbero solo “gestire direttamente solo poche materie per occuparsi preminentemente di legiferare e programmare nelle materie di competenza non pienamente statale, individuando obiettivi generali in coerenza con le peculiarità territoriali, sostenendone le iniziative e fornendo gli strumenti”.

È ovvio che tutto ciò possa sembrare campanilistico, che non mancano nell’ambito provinciale eventi che ricordano fin troppo da vicino le piaghe del sistema regionale, eppure è davvero così giusto eliminare un organo intermedio, capace di interagire meglio con la cittadinanza, nella speranza di un risparmio per la casse dello stato? Il criterio della sussidiarietà e la conseguente strutturazione e divisione dei poteri fra enti locali non è nato proprio per razionalizzare la spesa pubblica ed evitare sperperi?

Forse sarebbe meglio, come consigliano alcuni, dare un bel colpo di spugna e ideare un nuovo sistema di organi intermedi, a metà tra Province e Regioni, che sia più efficiente ed eviti i problemi del sistema attuale. Oppure cercare di far funzionare quest’ultimo, rendere operative le vere intenzioni dei padri costituenti, far diventare realtà un sistema teorizzato da un documento che, dopo quasi settant’anni, è ancora tanto moderno quanto delle volte ignorato un po’ per pigrizia e un po’ per paura che, se tutto andasse come scritto nella carta costituzionale, molti perderebbero il facile guadagno accumulato per anni ai danni dei cittadini.

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Vittorio
Vittorio Grimaldi è nato il 17 agosto 1991. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Casardi" di Barletta, attualmente studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Appassionato ed esperto di folklore e mitologia, gestisce dal 2013 il canale youtube a tale materia dedicato "Mitologicamente". Giornalista iscritto all'albo dei pubblicisti dell'Ordine dei Giornalisti della Puglia, dal 2014 è stato cronista politico della testata online Barletta News fino a dicembre 2017.

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