Intervista allo scrittore Francesco Paolo Dellaquila

Barlettanews- Dellaquila

Lo scrittore barlettano racconta il suo “Un mondo in quattro quarti”

“I Presidi del Libro” di Barletta, l’associazione “Versante Ripido”, il gruppo “Tinelli Poetici” presenteranno alcuni libri di autori del territorio, il cui obiettivo è quello di tenere alta la curiosità e l’attenzione del lettore. Giovedì 14 dicembre, presso le Notti d’Oriente, sarà il turno dell’ultimo libro di Francesco Paolo Dellaquila “Un mondo in quattro quarti”.

Si tratta di una raccolta di un poemetto dello scrittore barlettano che sono “l’affresco di una vita, di una città e di un territorio sullo sfondo mutevole delle stagioni, colte nel loro aspetto naturalistico”, come ha dichiarato egli stesso. Quello che importa al poeta, come premesso nell’introduzione, è la ricerca interiore, l’urgenza di rivelare se stesso a se stesso. Dellaquila definisce i suoi pensieri come una descrizione di sentimenti e stati d’animo. E’ un uomo comune e semplice che vive la sua vita per la famiglia e per l’arte senza mai trascurare la sete di imparare, di viaggiare, di leggere, di amare per nutrire la mente e l’animo. Per l’occasione, abbiamo deciso di porre all’autore qualche domanda sul suo nuovo libro.

 “Un mondo in quattro quarti” è il titolo dell’ultimo tuo libro. Ci spieghi la scelta di aver strutturato il lavoro in quattro parti?

“In un giorno qualsiasi d’inizio primavera, dopo aver scritto una poesia, mi accorsi di non aver ottenuto ciò mi ero proposto. Altre volte mi era accaduto di provare questa sensazione ma l’avevo superata, questa volta, invece, più scrivevo e più sentivo di avere altro da aggiungere. Nel frattempo, verso dopo verso, strofa dopo strofa, pagina dopo pagina, qualcosa era cambiato: era giunta l’estate! E dunque, ancora un nuovo forte impulso di scrivere anche su quest’altra stagione. Non avevo alcun intento di strutturare il lavoro in quattro parti, è stato un susseguirsi naturale seguendo il corso delle stagioni perché, ovviamente, giunse l’autunno e poi l’inverno. Il titolo mi fu suggerito mentre pensavo a una partitura e precisamente al 4/4 che appare sul rigo musicale dopo il simbolo della chiave di violino a indicare il tempo di esecuzione del brano. Si era accesa una bella lampadina! Da qui il titolo “Un mondo in quattro quarti”. Scrivo nella prefazione del libro: “Quattro quarti riporta al tempo musicale, ritmato, coerente. È il tempo della tranquillità, della distensione, della regolarità. Un desiderio, mai esaudito, di come vorremmo che le stagioni fossero”, ed aggiungo ancora: di come vorremmo fosse anche il nostro mondo oppresso, offeso, perennemente deturpato dalla mano incosciente dell’uomo”. 

In copertina è raffigurato uno dei luoghi di culto più importanti di Barletta, la cattedrale di Santa Maria Maggiore, più conosciuta semplicemente come Cattedrale. Perché proprio questa chiesa?

“Quando decisi di pubblicare ciò che era soltanto ancora una bozza con infinite riletture e relative sistemazioni, avevo già chiara l’idea di ciò che l’immagine della copertina dell’eventuale libro avrebbe dovuto comunicare in modo chiaro e immediato. Il tema dei contenuti si sviluppava soprattutto attraverso una corrente direttrice del ricordo. I miei ricordi sono tutti concentrati per lo più qui, nella città dove sono nato. Avevo diverse immagini fotografiche a disposizione dell’amico Fabio Corcella; potevo scegliere il castello, Eraclio, una panoramica qualsiasi del mare, del porto, ma fui colpito dalla foto della nostra cattedrale per diversi motivi, oltre che dalla qualità della foto, dalle luci, dalla particolare prospettiva e dai colori, soprattutto per ciò che rappresenta, un luogo di frequentazione in ogni periodo dell’anno di un popolo legato alla fede, di un luogo che meglio di altri conserva segni storici di una comunità innamorata delle proprie tradizioni”. 

 Ci sono altri luoghi particolari della tua città natia ai quali sei legato?

“Certamente sì, sono quei luoghi che hanno lasciato immagini indelebili soprattutto legati alla mia infanzia. Via Ferdinando d’Aragona, all’epoca periferia, dove sono nato e dove mio nonno materno costruiva gabbiette in legno per uccelli d’ogni genere e le esponeva sulla parete fuori e all’interno della sua abitazione per la vendita. Ma in questo luogo è fermo stampato nella mia mente un fotogramma che mi addolora ancora oggi al solo pensiero: il pianto dei cavalli, giustamente ricalcitranti, tirati da più uomini con forza sulla rampa di un camion per essere condotti alla macellazione! Qualcosa di aberrante.Poi c’era la vecchia Tramvia, in fondo a via Ferdinando d’Aragona, dove nel 1959 furono riversati i resti del terribile crollo di via Canosa. Altro fotogramma dolorosissimo.  In via Nazareth c’erano i nonni parteni con la vendita di frutta e verdura. Da qui mio padre partì come motorista navale e vi tornò gravemente ferito sotto il bombardamento angloamericano che distrusse il porto, la sua nave cisterna e tutta Palermo nel maggio del 1943. Ma lui si riteneva anche fortunato perché, mi diceva, che una volta tornato a casa, miracolato dalla Madonna dello Sterpeto, non ritrovò più nessuno dei suoi amici che abitavano in quella via e in quel rione: tutti morti nella neve di Polonia!”.

 

Cito testuali parole riportare sul testo:” La parola sprigiona la sua potenza e cosa accade? Consente alla notte di partorire la poesia”. Come si partorisce la poesia?

“La poesia viene partorita di notte per due condizioni a mio parere essenziali: il silenzio e il dolore. Nel corso ormai dei miei lunghi anni ho compreso come e quando arriva l’idea di una poesia e, soprattutto, di evitare di scrivere a tutti i costi, di non forzare la trasformazione di quell’idea in parola e la parola in versi. È necessario essere pazienti, perché prima o poi, misteriosamente o anche magicamente, il suggerimento dal più profondo o da chissà dove, arriva e si ‘partorisce la poesia’. A tale proposito non posso fare a meno di citare le parole di Ungaretti rilasciate durante un’intervista nel 1961 quando dice, sommariamente, che “non si sa come accade di scrivere una poesia, d’un tratto arriva un’idea e poi questa idea ti tormenta e scrivi, e poi torna e ancora ti tormenta e riscrivi, ma la parola non riuscirà mai a dare il segreto che è in noi, al massimo lo avvicina”. 

 Nel poemetto si parla anche di momenti di vita di malinconia e di rimpianto. Che rimpianto è?

“La risposta si può trovare nell’etimologia stessa della parola rimpianto, tuttavia la narrazione trattata nel mio libro credo non abbia una corrente basata essenzialmente su condizioni solo dolenti, al massimo si possono individuare tratti di ricordi nostalgici comunque stemperati da una evidente diversità di argomenti. Tuttavia non è difficile che si possa scorgere, in sottofondo e nella globalità, l’inevitabile mia personale condizione di sofferenza dovuta per lo più a una dolorosissima infanzia (o inesistente infanzia). Da qui: la poesia che nasce essenzialmente dal dolore!”.               

 Durante la tua carriera hai partecipato a diversi concorsi letterari vincendo numerosi premi. Come è nata la tua passione per la poesia?

“Non ho idea, non riesco a focalizzare il momento preciso o il come e quando sia nata in me la passione per la poesia, so di certo che è cresciuta gradatamente, e a dismisura, partendo da lontano, sin dall’infanzia. Potrei avvicinarmi alla risposta dicendo che forse la svolta è giunta col “Marzo 1821” del Manzoni, un inno che avevo imparato interamente a memoria e non come lezione scolastica. Ancora oggi ricordo qualche verso.

L’amico poeta Paolo Polani in un recente commento, tra l’altro, mi dice questo: “avendo conosciuto negli ultimi anni il percorso poetico (e anche umano) di Franco, mi viene da fare questa riflessione sul carattere collettivo della poesia; scrivere è senza dubbio un gesto individuale, ma penso che quel gesto individuale diventa più consapevole, più intenso, più bello, più efficace, se si alimenta dal confronto, dalla conoscenza di altri poeti…” E dunque, aggiungo io, non c’è nulla di più bello che condividere l’amore per la poesia”.

 

Uno dei tuoi obiettivi è la divulgazione di attività culturali. In che modo pensi si possa diffondere la lettura alla poesia?

“L’avvento di Internet e dei vari e innumerevoli social network, hanno certamente contribuito in modo importante alla diffusione della poesia, ma non basta. La poesia necessita di spazi più o meno adeguati, punti di riferimenti, contenitori dove condividerla, promozione di eventi culturali dove la poesia possa davvero esprimersi al meglio, leggerla e ascoltarla guardandosi negli occhi. Ma al sud, e soprattutto a Barletta, si fa poco o niente per invertire la rotta di un primato che ci vede agli ultimi posti di una classifica nazionale.

Coi miei amici del gruppo di “Tinelli Poetici” ci siamo posti l’ambizioso obiettivo proprio di diffondere la poesia attraverso una serie di iniziative che portiamo avanti con ferma convinzione e immensa passione.

Per concludere, non posso fare a meno di riportare ancora una citazione dell’amico poeta Paolo Polvani: “La poesia è una effervescenza di parole che certifica la gioia di stare al mondo!” Ed io aggiungo: “Si scrive una poesia perché vorremmo che gli altri la vivessero”.

 

Leopardi due secoli fa nello Zibaldone aveva profetizzato che la poesia sarebbe diventata lettura per pochi. Sei d’accordo?

“Non è mai facile parlare o, peggio ancora, esprimere un pensiero sul Leopardi, ma qui la domanda risulta essere, a mio parere, alquanto scontata. Inoltre, la ritroviamo collegata a una delle domande precedenti quando esprimo un parere su come diffondere la poesia. Ecco, nessuno, neppure i più grandi studiosi di tutti i tempi, hanno mai scritto qualcosa che potesse avere riferimento, seppur vago, di ciò che sarebbe accaduto nei nostri tempi e mi riferisco, ovviamente, all’avvento di Internet! E dunque, neppure Leopardi poteva immaginarlo e, ciò nonostante, quel pensiero, quella profezia riportata nel suo Zibaldone non era errata: la poesia rimarrà solo per pochi anche se il numero di quei pochi si è notevolmente allargato per le tante opportunità che offrono i social, i libri, le riviste, le case editrici ecc. ecc.

L’auguro che ci proponiamo tutti è che un giorno tutti leggessero la poesia, così come tutti leggessero libri di qualunque genere essi fossero”.

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