Intervista a Giorgio Scianna, autore de “La regola dei pesci”

Giorgio Scianna

Che fine hanno fatto gli unici quattro maschi della quinta C? Perché quei banchi vuoti? Dopo la vacanza in Grecia nessuno sa più niente di loro: disattivati i cellulari, nemmeno un post su Facebook. Come un piccolo gruppo di pesci, hanno cambiato rotta all’improvviso, muovendosi verso le acque piú profonde. E quando i ragazzi si rifiutano di rispondere, allora è tempo che gli adulti comincino a farsi qualche domanda.

Il nuovo libro di Giorgio Scianna, “La regola dei pesci”, parla proprio di questo: un mistero che vi ruberà il cuore e lo avvolgerà con la sua inquietudine. Il libro affronta problemi di attualità che i giovani sono costretti ad “combattere” ogni giorno. Problemi come la conflittualità interiore che sfocia in conflittualità con il mondo degli adulti, sempre più chiuso e diffidente al confronto.

Durante il percorso di alternanza scuola/lavoro – in collaborazione con il Direttore Responsabile di Barletta News Giusy Del Salvatore – abbiamo avuto modo di rivolgere qualche domanda all’autore, per capire meglio le motivazioni che l’hanno spinto a trattare questi argomenti.

Ci ha molto colpito il titolo del suo nuovo libro. Cosa l’ha spinta ad usare questa metafora per descrivere il comportamento dei ragazzi?

Volevo che nel titolo ci fosse l’idea del gruppo perché è come se fosse un quinto personaggio.
I protagonisti sono i quattro ragazzi però di fatto il gruppo è sempre presente. Questo esiste per tutto il libro con una valenza negativa: è il branco che ti fa fare quelle cose che come singolo non faresti. La regola dei pesci indica lo schooling, quel fenomeno che indica il movimento dei pesci che si muovono in un’unica direzione facendo figure strane per impedire al predatore di aggredire il pesce singolo. Il gruppo in questo caso serve perché quando uno dei ragazzi è completamente solo, quando proprio non ce la fa più, segue il movimento dei ragazzi che vanno nella direzione giusta. Con la regola dei pesci, per la prima volta, si riesce a dare un’idea di gruppo positiva.

 

Una volta ultimata la lettura resta addosso un senso di inquietudine, probabilmente lo stesso che l’ha ispirato a raccontare questa storia. Nella nota finale, infatti, lei ammette che “questo libero nasce da un’angoscia reale”.

Angoscia reale nel senso che nell’incontro con uno psicologo che si occupa dello sportello scolastico, accennava come i ragazzi fossero affascinati da cose molto diverse, da fenomeni eterogenei che non c’entrano nulla tra loro e che però hanno in comune il fatto di garantire un futuro. Anche nelle cose più mostruose c’è l’idea di dare una possibilità. Questo credo che sia il più grande pericolo per i ragazzi di oggi perché quello che bisognerebbe cercare di trasmettere loro è l’idea di un futuro. L’inquietudine nasce dal fatto che spesso noi adulti non siamo capaci di trasmettere loro la bellezza e il senso della sfida, l’importanza che c’è per i ragazzi nel lottare per un mondo migliore. L’ inquietudine in questo caso è la difficoltà per i ragazzi di avere un’idea di futuro chiara in cui loro possono partecipare.

 

Il marketing dell’Isis, purtroppo, riesce ad avere un forte impatto sui giovani annoiati e demotivati, perché il messaggio propagandato è il cambiamento positivo della loro vita attraverso l’adesione a questo movimento. Come siamo arrivati a questo punto?

Ci siamo arrivati con il vuoto, cioè con questa difficoltà che i ragazzi hanno nel riuscire ad immaginarsi un domani; noi adulti troppo spesso sbagliamo nel mandare messaggi negativi sulla presenza di una profonda crisi economica e sociale, sul fatto che le risorse sono in esaurimento, che le nuove generazioni sono condannate ad un impoverimento. Sbagliamo nel non trasmettere il fatto che bisogna reinventarsi nuove cose. Magari ci saranno nuovi lavori da fare, nuovi gruppi da conoscere, magari voi ragazzi avrete il futuro con un’altra lingua, con lavori che oggi non sappiamo neanche che cosa siano ma che questa possibilità c’è, anzi c’è tutta la bellezza della possibilità di inventarsi un mondo. Purtroppo su questo deserto si può innestare qualsiasi cosa, e allora fenomeni come l’Isis sono una delle tante risposte possibili. La risposta violentissima che questa attività si porta dietro interviene in un momento di fragilità per i ragazzi, ma purtroppo non è l’unico fenomeno poiché se la crisi e l’incertezza continuano a rimanere, ci saranno altri abusi in rete, altri fenomeni che potranno prendere il suo posto.

 

Ne “La regola dei pesci” quello che salva i ragazzi è l’amicizia. Quanto è importante questo sentimento nella vita di tutti i giorni?”

 I ragazzi sono in un momento della loro vita, che va dai 15 ai 20 anni, in cui l’amicizia conta tantissimo. A volte per i ragazzi è più importante quello che dicono i compagni rispetto a quello che dicono gli adulti, per cui tante scelte o non scelte le fanno proprio per stare in gruppo perché non si ha la forza di avere una posizione disuguale o per il gusto e la bellezza di fare le cose insieme. E questa è un’enorme forza, opportunità o a volte un grande rischio. L’amicizia è quella che però fa superare i momenti più cupi, duri e che forse permette anche alle difficoltà o alla solitudine di trovare una via d’ uscita.

 

Oltre la grave tematica affrontata nel suo libro, quali altri potrebbero essere i punti d’ombra della nostra generazione?

Io trovo anche tanta luce nella vostra generazione e questa luce purtroppo non viene tanto raccontata, per cui l’energia che infondete dà molta fiducia nel futuro e sulla vostra forza. Però questo non deve impedire di raccontare quelle che sono le zone d’ombra. Oltre quelle già citate, ce ne sono delle altre che sono le difficoltà di dialogo che questi ragazzi hanno con il mondo adulto, perché non riescono soprattutto a confrontarsi con i genitori o insegnati sull’ idea del futuro. Questa è anche una zona d’ombra legata al rapporto. Ci sono anche zone di luce nella loro voglia di stare insieme, nella loro amicizia, nel rapporto con gli adulti che comunque esiste perché l’ansia dei genitori per la scomparsa dei ragazzi è segno di un grande affetto, lo stesso per quanto riguarda gli insegnanti e tutto il mondo adulto. Un’altra zona di luce è la passione che i ragazzi cercano di trovare in qualcosa, in questo caso la musica. La musica è la loro forza, è dove loro vogliono mettere le energie per superare un momento difficile e forse anche per costruire un futuro in un percorso che magari non si aspettavano loro ma soprattutto i loro genitori. Questo però è il loro modo per uscire dall’abisso, dal buio, mettendo forza ed energia in qualcosa.

Grazie per la disponibilità e buon lavoro.

A cura di Delfina Mennoia e Francesca Dadduzio

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