Intervista a Christian Binetti, un barlettano nel mondo dello spettacolo

barlettanews - Christian Binetti

Quella di Christian Binetti è una storia che parla di passione per il proprio lavoro, ma è anche una storia sul talento e l’abnegazione. Il 26enne nostro concittadino ha alle spalle esperienze prestigiose e di sorprendente caratura, per un ragazzo della sua età. Presentatore, autore, attore di cinema e teatro, comunicatore: questi i sintomi di una maturità artistica inseguita sul campo, in contesti sempre nuovi.

Laureato in Scienze della comunicazione, nel 2015 Christian ha persino fondato una sua compagnia teatrale, dando vita allo spettacolo “Rose spezzate”, scritto nell’estate del 2014. Ha inoltre alle spalle diverse collaborazioni con importanti personalità del mondo del cinema, quali Michele Placido, Edoardo Leo e Marco Giallini.

BarlettaNews ha scelto di intervistarlo, per dar voce a un talento che può dar lustro alla città di Barletta ben oltre i confini locali.  

Buongiorno, Christian. Partiamo da Barletta, la tua città: credi sia opportuno, in un mestiere come il tuo, cercare di rinnovarsi sempre pur non perdendo di vista le proprie radici, o pensi ci sia un momento in cui l’artista debba necessariamente affrancarsi dal legame con la propria terra per compiere il definitivo “salto di qualità”?

Avere la propria Terra nel cuore significa sentire forte l’appartenenza e portare le radici dentro di sé, in qualunque parte del mondo ci si ritrovi ad essere, a nascere, a vivere, ad amare e anche a morire. È un legame inscindibile dal proprio dna, esattamente come avviene per il proprio gruppo sanguigno. Per tanto, credo che le radici con la propria terra non si perdano mai. Un artista deve possedere quel famoso bagaglio che per forza di cose ti porta ad accumulare nuove esperienze e a scoprire nuove realtà. Ho 26 anni e voglio ancora fare tanto nella mia città. Credo che si possa ancora investire sui giovani talenti, e la gavetta va fatta nel proprio territorio di origine. Barletta è stata più volte protagonista dei miei eventi culturali e di spettacoli, e vorrei che questo legame si consolidasse sempre di più.

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Cartella di Legno è una compagnia teatrale itinerante, di cui sei il presidente. Cosa vuol dire, oggi, occuparsi di teatro da un punto di vista autoriale e come pensi, se lo pensi, che sia cambiata la comune percezione sul lavoro teatrale, in tempi in cui la rapidità non lascia spazio a riflessione ed emozione?

Cartella di legno è un po’ la mia “bambina”, da accudire e far crescere. Il nome nasce dalla travolgente collaborazione con una struttura minorile della mia città, che ha impresso sulla mia pelle emozioni indescrivibili, al punto da spingermi ad associare il nome del progetto alla mia associazione. Mi piace pensare alla “cartella” come contenitore di idee, elemento essenziale – come per gli scolari – e vitale della compagnia e al “legno”, come odore caratteristico e suggestivo di ogni Teatro. Essere il presidente di una compagnia teatrale può avere aspetti positivi e aspetti negativi, particolarmente se decidi di promuovere spettacoli d’autore. Oggigiorno bisogna ancora scardinare quell’idea bigotta, spesso radicata nei giovani, che vede ancora il teatro come uno strumento di comunicazione troppo lontano. La realtà è che siamo in un’epoca appunto veloce, ma disattenta, che ha abituato i ragazzi ad abbandonarsi innanzi al televisore. A teatro il pubblico è parte integrante della rappresentazione, e partecipare ad uno spettacolo teatrale è una attività che assorbe totalmente la persona, poiché gli si richiede uno sforzo mentale notevole. Sono io stesso un grande fruitore di televisione, mi piace guardarla e mi stuzzica l’idea di lavorarci, ma nel mio “zapping” c’è spesso uno spettacolo teatrale.

Parliamo di Rose spezzate, lo spettacolo che, con “Cartella di legno”, hai portato in scena in giro per la Puglia. Credi che sia questo il caso di scomodare la definizione di “teatro sociale”, per la profondità dei temi trattati e per una funzione sociologica e didattica, al di là del fine ricreativo?

Nell’estate 2014 ho scritto “Rose Spezzate”. Avevo la necessità di parlare di qualcosa di concreto e sicuramente ad impatto sociale. “ROSE SPEZZATE” parla di violenza e odio contro le donne. Il testo attinge dalla cronaca giornalistica, per dare voce alle donne che hanno perso la vita per mano di un marito, un compagno, un amante. Sul palco le due protagoniste, picchiate e ferite, plasmano un racconto immaginario, proponendo al pubblico un’occasione di riflessione sul tema drammaticamente quotidiano del femminicidio. Molte associazioni presenti sul territorio hanno aderito al progetto, apportando carattere e sfumature sincere. Lo spettacolo si conclude con una scritta su cartelloni insanguinat: CI-SARA’-MAI-UNA-FINE?! Posso assicurare che, durante lo spettacolo, ho visto tantissime donne piangere, altre abbassare il capo, alcune perfino abbandonare il teatro “perché stavano rivivendo tutto”. Ho visto pochi uomini, purtroppo, e molti ragazzini stizziti con la voglia di non crederci. Sono circa tre anni che mi prodigo per far girare “Rose Spezzate” grazie anche ad enti caparbi e meravigliosi che credono nel mio spettacolo. Adesso però mi piacerebbe arrivare nelle scuole, luogo di formazione culturale ed educativa.

La tua presenza nel mondo dell’Arte e dello Spettacolo è decisamente trasversale: hai collaborato con Michele Placido e Marco Giallini, per citare due nomi importanti nel panorama del cinema italiano. Cosa ci racconti di queste tappe del tuo percorso, che ti hanno concesso uno sguardo privilegiato sulla “macchina” del set cinematografico, un mondo di cui spesso si coglie, da spettatori, solo parte della grandezza?

Ogni esperienza su un set cinematografico è unica e particolare. Quello che negli anni ho imparato è che dietro una pellicola di 90 minuti c’è un lavoro di almeno tre mesi alle spalle, e 50 persone dietro la macchina da presa. Anche una scena di pochi minuti può richiedere ore di lavoro: è come un panettiere che impasta, lavora e modella il suo pane, pezzo per pezzo fino alla lievitazione. Da piccolo, guardando film e fiction, ero davvero suggestionato e credevo fosse tutto una “grande risata”, “papere”, “trucco e parrucco”. Adesso è cambiata la mia personale visione del set: ci sono tempi da rispettare, ritmi scanditi e una minuziosa osservazione di tutto quello che succede.  Ci vogliono pazienza e passione.

Ricordo con grande eccitazione i giorni sul set con Michele Placido per la realizzazione di un suo cortometraggio, uomo di poche parole e di molta sostanza. Con Marco Giallini ed Edoardo Leo invece ho girato una pellicola cinematografica a Trani. I due protagonisti sono stati simpaticissimi e molto professionali. Ricordo che eravamo molto infreddoliti, perché il set è terminato alle 2 del mattino e si trattava di una location estiva circondata dal mare: peccato però fosse marzo.

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Il regista Sebastiano Rizzo, col quale porti avanti il progetto di un laboratorio cinematografico, ha avvertito in più occasioni il bisogno di fare cinema partendo da uno sguardo disincantato sugli ultimi. Ha anche narrato il coraggio di un giornalismo proteso a difendere il diritto di cronaca come baluardo di civiltà. Reputi invece il mondo dello spettacolo, nella sua accezione più generica, come il luogo giusto per parlare di questi temi o pensi sia una prerogativa di altre forme di comunicazione?

Nello scorso ottobre, in collaborazione con Lucia Di Paola, ideatrice del progetto, abbiamo organizzato un laboratorio cinematografico con la realizzazione di un cortometraggio. Grazie a lei ho conosciuto Sebastiano Rizzo e abbiamo coinvolto diciotto aspiranti artisti provenienti da tutta la Puglia. L’idea era quella di portare nella nostra città un percorso formativo identico a quello delle Accademie della capitale del cinema.  Abbiamo così ospitato Rizzo, reduce dal successo del suo ultimo film “Gramigna“. La sua è quasi un’esigenza: parlare in maniera chiara e diretta, sviscerare i problemi e dare allo spettatore un finale aperto. Delle ultime conversazioni, ho fatto mio un suo consiglio: “la base della vittoria è la TESTA”. In relazione alla tua domanda, ti dico francamente che non credo esistano canali o mezzi di comunicazione di “serie b”: la prerogativa è forse avere proprio la testa, quel famoso “savoir faire” che ti aiuta a comunicare un significato attraverso la passione per il tuo lavoro, anche durante un programma di prima serata fra paillettes e jingles musicali.

In programma ci sono le riprese di un cortometraggio a Barletta, con la regia dello stesso Rizzo. Spiegaci in cosa consiste e se giudichi la tua città, con le sue bellezze monumentali, come un setting ideale per un prodotto audiovisivo. 

A giugno, proprio al termine del secondo percorso formativo, intendiamo realizzare un cortometraggio. Sebastiano Rizzo sarà nuovamente pronto a dirigerci e a farci lavorare sodo sul set. Sarà la seconda volta che i protagonisti del laboratorio cinematografico saranno traghettati su un nuovo set, a stretto contatto con la macchina da presa. Per l’occasione cercheremo comparse, figuranti e location. Sicuramente la nostra Puglia sarà nuovamente il set ideale per il cortometraggio: in particolare lo è Barletta, che con le sue bellezze storiche e le sue caratteristiche può ospitare qualsiasi genere di produzione.

Le tue esperienze parlano chiaramente del tuo valore e della tua bravura. Da laureato in Scienze della Comunicazione, senti di poter difendere la tua categoria universitaria e il tuo percorso di studi da quanti lo additano giudicandolo dall’esterno, magari senza conoscerne affatto le difficoltà, come una strada che non sia in grado di offrire un’identità ben precisa sul fronte occupazionale?

Questa domanda mi mette un po’ in difficoltà. La polemica riguardante il mio profilo di studi è davvero vasta e ancora molto attuale. Da molto tempo la laurea in comunicazione è stata giudicata ingiustamente come una “laurea delle merendine”. Io sono soddisfatto della mia scelta e del piano di studi, ma la realtà è che, quando hai passione per quello che studi, difficilmente te ne penti. Nel mio caso, era semplicemente la facoltà più vicina alle mie inclinazioni. Confermo la tua definizione: non offre “un’identità ben precisa”. Non sono un medico o un avvocato. Mi ritengo un tecnico della comunicazione e un esperto di spettacolo in tutte le sue accezioni. La bravura sta proprio nel non perdersi e nel sapersi “vendere”. Certo è che può dimostrarsi una trappola o, come nel mio caso, un passe-partout.

Ringraziamo Christian per il tempo che ci ha dedicato, augurandogli ogni fortuna per la sua carriera.

Grazie a voi e a tutti i lettori di BarlettaNews. Saluto la mia città, scrigno di tante speranze e, spero, teatro di future soddisfazioni.

 

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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