Inferno: tra Ron Howard e Dan Brown, viaggio alla scoperta di un’opera fraintesa

Questa lettura, che crea un ponte tra Cinema e Letteratura per parlare di Inferno, film diretto da Ron Howard, nasce da un piccolo dibattito con Antonio Rossi, studente di Giurisprudenza ed appassionato lettore di thriller, oltre che profondo conoscitore della bibliografia di Dan Brown.

Partiamo da un concetto essenziale: in Howard prende forma il senso di una connessione tangibile tra prodotto e spettatore. Ma, nel particolare, Ron Howard, come pochi altri registi, esegue un procedimento di magnificazione del soggetto, che colloca il culto del pensiero e della riflessione sull’arte su un piano estraneo. Il suo linguaggio è sì vettore di una poetica dell’immagine, di una venerazione compiaciuta del fotogramma, ma evade la necessità di un’indagine drammaturgica. Howard si allontana dalla visione di una stasi riflessiva, preferendovi la progressione priva di tempi morti. Così l’opera risponde sempre, e in primo luogo, al predicato di un Cinema che sfrutta il tema per ingenerare curiosità, impedendo volutamente allo spettatore di ricreare e alimentare nella mente quel luogo allegorico nella funzione di una pratica concettuale, che è fuga dalla sensorialità (Una menzogna, se si pensa a Gli ultimi fuochi di Elia Kazan e al dialogo tra uno stranito Boxley e il magnate Stahr, alla capacità del media di essere dispositivo fisico, dispositivo ideale nella mimica, e rappresentazione mentale). Una limitazione di campo (o una contraddizione?) per il Cinema, ma assieme uno strumento potente che innalza il prodotto ad unità indivisibile e a parentesi di distacco con un’epistemologia della settima arte. Ma attenzione a non sottovalutare la coerenza generale della sua filmografia: la didattica non è mai assente, ed è anzi un elemento imprescindibile del suo lavoro (Cronisti d’assalto; Cinderella man).

ronhowardCiò che invece spesso si ignora del regista statunitense è che in quest’assenza di duplicazione del punto di vista, nella ripetizione ansiogena della singolarità strutturale di un impianto narrativo/rappresentativo, Howard coglie un’idea di realismo peculiare, che è quello dell’ “irrealtà”. Un buco nero che richiama l’attenzione in un circuito chiuso ermeticamente, in ciò che un fisico definirebbe sistema isolato, completo nella sua autosufficienza, un universo che inizia e si conclude seguendo la ratio dell’oggetto e del racconto. Sua prerogativa, quantunque si proponga di disegnare una visione del nuovo – pensiamo a Cocoon o a Splash – , è quella di non delegare a un momento posteriore la comprensione di dinamiche e situazioni. Pur di utilizzare un’immagine di facile comprensione, vi diremmo che all’uscita da una proiezione di un suo film è molto più semplice trovare volti sorridenti e pacatamente soddisfatti per  la circolarità coerente della narrazione, che sguardi sedotti da una provocazione intelligente o dall’induzione speculativa.

Si comprime (ma non si compromette) così la capacità di riconoscimento nell’eroe, accanto a quel processo di apprendimento delle trame che provoca un distacco emotivo, il tutto in un condensato dal minutaggio studiato con scientificità ingegneristica. In questo senso si spiega il perché dell’ossessione di Howard per la delimitazione della semantica  filmica, pur ribadendo la sua volontà di veicolare un messaggio accessibile (si legga Hearth of the sea o A beautiful mind https://www.barlettanews.it/heart-of-the-sea-la-parabola-del-limite-umano-in-ron-howard-incontra-il-capolavoro-di-melville/ ). Ragionando in un mondo mosso da regole certe, quelle della sceneggiatura, del montaggio, e dell’ambientazione, il regista non rinuncia a nessun elemento, ma sceglie di essere assieme dubbio e consolazione, certezza e malinconia. Queste architetture solide che, si badi, non indicano “superficialità” ma ripudio per qualsiasi sofisticazione, rendono il suo Cinema un prodotto fruibile alla quasi totalità del pubblico statunitense ed europeo, ma prestano il fianco ad un’eccezione significativa.

Muoviamo le nostre considerazioni  da un assunto fondamentale sull’autore dell’opera letteraria, Dan Brown: lo scrittore statunitense, tra i più letti romanzieri contemporanei, fa di una caratterizzazione culturale di indubbio fascino, seppur non sempre storicamente incontestabile, il cavallo di Troia teso a scardinare quella distanza proverbiale tra finzione, quale organo e sovrastruttura linguistica, e apparato realistico. Il clima teso e incalzante ne è la più naturale delle conseguenze, proprio per l’assenza di una scollatura tra momento conoscitivo e progressione dell’intreccio. Le controparti cinematografiche de Il codice Da Vinci e di Angeli e demoni, pur discostandosi per qualche aspetto dalla letteratura, sono fedeli trasposizioni di quel senso di corruttibile sacralità umana che Brown delinea sottilmente tra le righe. Langdon è così la creatura del progresso, l’uomo nuovo generato da un universo assieme razionale e morale, sedotto ed elevatosi nella cultura a messaggero di un’indagine naturale, ancor prima che necessaria alla salvezza del genere umano.infernotomhanks Dopo la cupa e gotica vicenda de il codice da Vinci, e il barocco tinto d’esoterismo in Angeli e demoni, è il genio al servizio del “bene superiore” che altri non riescono a cogliere, Bertrand Zobrist, il villain principale assieme allo scorrere inesorabile del tempo. Non a caso, Inferno è, a detta di consistente parte della critica, il romanzo più maturo di Dan Brown. Il finale spiazzante e per nulla consolatorio è l’elemento di rottura tra l’opera e quelle che l’hanno preceduta; la dialettica si sposta così dalla diatriba archetipica tra “bene” e “male” alla definizione del male quale accettazione della sua inscindibilità da ogni categoria etica. La complessità interpretativa del piano di Zobrist, diretto al contrasto delle nascite tramite la diffusione di un virus sterilizzante (e non prodotto per sterminare l’umanità, come invece sceneggiato da David Koepp), è un argomento sul quale Howard soprassiede volentieri, perché fin troppo scomodo per un pubblico mainstream, oltre che potenziale foriero di quella scissione tra percepito e rielaborato di cui abbiamo già discusso.

L’opera letteraria alimenta tesi contrapposte ma si esime dal fornire una risposta, mentre quella cinematografica evita aprioristicamente il quesito. A pagarne il prezzo è l’antropocentrismo di Brown, il fascino primitivo del racconto che discute del misfatto e del mistero per suggerire un interrogativo sull’uomo. L’impossibilità di una rettitudine assoluta nelle scelte umane, di qualunque scelta si tratti, è il sintomo di un mondo privo della perfezione del bene morale e nel quale l’uomo e le sue organizzazioni (che siano segrete o governative) perseguono armonie e ideali spogliati dai classici stereotipi divisionisti tra bene e male. Un approfondimento essenziale, ma che Howard elimina dal soggetto, preferendovi il luogo comune di una love story assente nel libro. Da Ron Howard a Paul Haggis il passo è breve, soprattutto se pensiamo al fallimentare progetto di Third person, con un’italianità derisa dal più becero macchiettismo e da una superficialità alla quale nemmeno il regista di Rush riesce a sottrarsi. E se anche il compositore tedesco Hans Zimmer -autore di numerose produzioni, tra le quali spiccano Inception, di cui ha ricostruito perfettamente il clima di incertezza tra sogno e realtà, e Interstellar in cui la musica racconta nel miglior modo possibile la meraviglia dell’uomo per la sua pochezza dinanzi all’universo, oltre che la drammaticità del viaggio interstellare per salvare l’umanità morente- rinuncia al coro e alle esecuzioni orchestrali per giocarsi la carta di uno spartito più dinamico, Inferno finisce per privarsi di un rapporto intelligibile non con l’immagine, ma con chi la percepisce. Un’apologia della velocità e del consumo, che è voce di chi costruisce su una contraddizione di fondo, di chi, pur di non sentenziare con ipocrisia, preferisce tacere.

A cura di Antonio Rossi e Michele Lasala

 

 

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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