Il tormento delle Province: tra riforma e legge di stabilità, 56mila posti di lavoro persi e rischio di default

È divenuta quasi una stanca tradizione: una volta a mese, come in una triste cantilena, giungono nuove notizie sul futuro delle province e ogni volta è come aggiungere una nuova strofa ad un infinito thrènos greco, un canto funebre che forse farebbe piacere a tutti chiudere qui, senza ulteriori illusioni. Ma, ancora una volta, per i più masochisti che vogliono comunque tenersi  informati sulle “buone nuove” riguardanti questo ente, eccoci qui a riferire dell’incredibile, impensabile scoperta che hanno fatto prima l’ANCI e poi l’UPI: i tagli previsti dalla legge di stabilità, e, si badi bene, non direttamente dalla riforma, potrebbero portare verso il default, parola a quanto pare tristemente di moda nell’ultimo periodo.

È ormai ben risaputo che questa riforma ha avuto come punto di partenza quello di eliminare gli sprechi per una maggiore economicità dell’apparato amministrativo ma, come già anticipato, la riforma Delrio non ha previsto nessun risparmio o taglio alle spese, bensì solo il transito di alcune competenze dalla Provincia a Regioni e Comuni, in un più ampio progetto che vedrebbe, nel futuro, l’eliminazione dell’ente Provincia, in favore di nuove forme di aggregazione tra comuni, come aree vaste e le tanto acclamate città metropolitane. In sé, ripetiamo, la riforma Delrio non prevede nessun risparmio: le risorse e i costi di un determinato servizio migrerebbero semplicemente da un ente all’altro, senza nessun sostanziale cambiamento.

A rimediare a questa grave mancanza arriva la legge di stabilità che, come illustrato si spera più che esaurientemente nelle strofe precedenti di questo canto funebre, ha stabilito una serie di tagli ai finanziamenti concessi a questi enti che arriveranno, nel 2017, all’ammontare di ben 3 miliardi di euro, di cui quindi le Province non potranno disporre più nell’esercitare molte delle proprie competenze. Il rischio quindi di default, e conseguentemente quello di non poter più elargire servizi necessari alla popolazione.

E solo il 4 novembre 2014, in occasione di un’audizione dell’Upi in Parlamento, le associazioni di province e comuni si sono accorti degli effetti combinati della riforma Delrio e dei tagli stabiliti dalla legge di stabilità e del serio pericolo che si sta per correre anche nell’immediato, visto il primo taglio, pari ad un miliardo, che l’ente provincia sta per subire, con la conseguente messa a rischio di migliaia di posti di lavoro e l’impossibilità di fornire molti servizi essenziali per la popolazione.

Non hanno dunque tardato (più o meno) le parole tonanti delle due associazioni, tutte stampate e pubblicate su crudi comunicati stampa che arrivano solo ora, a riforma fatta e finita, a proporre soluzioni. “L’unica possibilità per evitare il blocco dell’erogazione dei servizi e l’esubero del personale – si legge in un comunicato ufficiale dell’Upi – è spostare, da subito in legge di stabilità, quelle funzioni che la Legge Delrio toglie dalla gestione delle Province: formazione professionale, trasporto pubblico locale, centri per l’impiego, cultura, turismo, sociale, agricoltura. Solo concentrando sulle funzioni fondamentali le risorse e il personale necessario a svolgerle, potremo continuare a garantire la manutenzione delle strade, la sicurezza nelle scuole, gli interventi di contrasto al dissesto idrogeologico, l’assistenza ai comuni”.

Una soluzione estrema che però sembra l’unica applicabile, e tuttavia ci si dimentica di un fattore di poco conto: il taglio di 3 miliardi entro il 2017 non colpisce direttamente la Provincia in quanto tale, bensì le funzioni che la stessa esercita e che si propone di spostare in capo a Regioni e Comuni che quindi si troverebbero, in pratica, a sostenere nuovi oneri con le proprie forze (cosa già di per sé proibitiva vista la situazione economica di buona parte dei nostri enti pubblici) e senza nessun aiuto dallo Stato, che ha ormai stabilito l’entità dei tagli e difficilmente concederà più a questo o quell’ente  alcun tipo di aiuto economico.

Anzi, secondo alcuni calcoli fatti proprio dall’Upi, il costo dei servizi “trasferibili” ammonterebbe proprio a 3 miliardi, una somma quindi pari al taglio stabilito per il 2017! Gli enti che quindi subentrerebbero nelle funzioni delle Province correrebbero anche loro il rischio, tangibilissimo, di “finire in default”, senza poter essere in grado di assicurare i servizi di cui si erano presi carico  e mettendo in pericolo circa 56.000 posti di lavoro, ovvero tutti i dipendenti delle province assegnati ad uno dei servizi su citati.

E così si conclude questa nuova strofa del thrènos dedicato alle Province, che forse vedranno la fine della loro esistenza anzitempo, ma non ad opera di una riforma costituzionale, bensì a causa del fantasma di un considerevole risparmio sulla spesa pubblica, senza però capire che la spesa delle province è pari, oggi ad un rapporto di 9,5 su 827 miliardi, cioè solo l’1,15% del totale della spesa pubblica. Questo il risultato di servizi non più elargiti e decine di migliaia di posti di lavoro bruciati: solo il risparmio dell’1% sulla spesa pubblica. A questo punto nasce spontanea una domanda: le Province erano per davvero il più grande male della Pubblica Amministrazione Italiana?

 

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