Il sindaco Cascella su bilancio di previsione 2014

Il Consiglio comunale ha avuto a disposizione una circostanziata relazione tecnica e una copiosa documentazione sul Bilancio di previsione del 2014. Eppure, c’è chi ha bocciato tutto ancor prima di leggere, verificare, raffrontare. A prescindere, come avrebbe detto Totò. La politica impone anche questi prezzi. Ma la verità e’ nelle dinamiche reali, nelle cifre nude e crude, negli atti trasparenti che i cittadini sono in grado di conoscere e valutare.

Non è stato un tragitto semplice, esposti come siamo a critiche anche a causa di una crisi che non trova sbocchi, da problemi che si cumulano, da aspettative e, perché no, da forzature e strumentalizzazioni di difficoltà di cui pure non dovrebbe sfuggire l’oggettività. Basta confrontare quel che sta avvenendo in queste stesse ore tra Comuni vicini, e di diverso colore.  Noi non abbiamo difficoltà a riconoscere di aver dovuto affrontare una strada diversa da quella prefigurata. E ci auguriamo di recuperare al più presto, nei fatti, quella autonomia dei Comuni dichiarata ma nei fatti vanificata.

Chi può negare che l’aumento dell’imposizione locale, in particolare con l’introduzione della Tasi, è la conseguenza diretta dei tagli alle risorse degli Enti locali praticati negli ultimi tempi?  Eppure, il balletto sull’Imu, negli anni addietro, ha precise responsabilità politiche che oggi non si possono rimuovere con indifferenza per il forte condizionamento sulla struttura dei bilanci degli enti locali.

A Barletta abbiamo scelto di portare avanti il risanamento della finanza comunale, guardandoci bene dal riproporre meccanicamente le stesse entrate degli anni precedenti, quando il Comune poteva contare sui trasferimenti di quella parte delle imposte che lo Stato riscuoteva direttamente. Stiamo parlando di entrate complessive che due anni fa erano di 8,4 milioni di euro, mentre la manovra che oggi si propone è di 6,8 milioni di euro, quindi non con un aumento – se la matematica non è una opinione – ma con una cospicua contrazione del carico complessivo da gestire.  Per di più lungo la scia di una operazione che aveva già scontato drastici ridimensionamenti 4 anni fa, quando era cominciata la “transumanza” – se posso permettermi una tale espressione – dai “trasferimenti erariali” ai “trasferimenti fiscalizzati”, fino allo spostamento assoluto – appunto – sulla fiscalità locale dell’onere di finanziare i servizi pubblici essenziali per le rispettive comunità, conducendo il nostro, come tanti altri Comuni del Mezzogiorno, al di fuori del principio di perequazione sancito dalla Costituzione (art. 119).  Eppure non abbiamo voluto predisporre una manovra fatta di aria fritta, con maggiori entrate e minori spese fittizie. Abbiamo voluto adempiere al nostro dovere senza trucchi e senza inganni, per non vanificare i sacrifici che pure i cittadini hanno compiuto, così da liberarci una volta per tutti dalla logica dei particolarismi e imprimere una netta soluzione di continuità. Come nei confronti della  patologia dei debiti fuori bilancio di cui questa Amministrazione ha dovuto farsi carico sin dal momento del suo insediamento. Ci eravamo impegnati a incidere sul bubbone per ridare vitalità alla finanza pubblica. E lo stiamo facendo in termini chiari. Ed è questa coerenza che ci consente di rendere produttivo lo stesso avanzo di amministrazione, in particolare vincolandolo al finanziamento dei residui o potenziali debiti fuori bilancio; al riequilibrio della gestione corrente; al cofinanziamento degli investimenti per i quali sono state attivate procedure di finanziamento da parte della Regione, dello Stato, dell’Unione Europea; alla copertura di spese per le quali avremmo dovuto ricorrere all’indebitamento sui mercati finanziari, evitando dunque di appesantire i bilanci futuri. Abbiamo però impiegato ogni talento disponibile all’insegna della perequazione e della progressività del contributo alla finanza pubblica. Abbiamo, cioè, cercato di tener conto del peggioramento dei bilanci familiari e del duraturo e pronunciato rallentamento dell’economia cittadina.  Anche qui, l’arretramento delle condizioni di vita riflette sia la debolezza delle politiche sociali italiane sia della capacità delle famiglie italiane di generare reddito, con la conseguenza di nuove condizioni di diseguaglianza. E’ stata allora questa preoccupazione ad averci indotto a misure sensibili sia sul piano sociale sia su quello produttivo-economico, anche accogliendo – fino all’ultimo minuto – proposte ed emendamenti compatibili con il riequilibrio del bilancio.

Non starò a riassumere le diverse forme di agevolazioni per chi vive condizioni di disagio sociale. Mi limiterò a ricordare che anziché applicare il nuovo tributo con modalità che avrebbero potuto colpire gli affittuari, abbiamo cercato di difendere gli inquilini che in questo tempo di crisi sono esposti ancor più nel reddito non avendo la disponibilità di un patrimonio. Così come, sul piano del sistema economico, si è scelto di lasciare invariata l’aliquota Imu su capannoni e sui terreni agricoli disapplicando la Tasi. Quanto alla Tari, anche qui: è un costo interamente da coprire e da redistribuire tenendo conto del sistema normalizzato indicato a livello nazionale. Ma abbiamo evitato un mero esercizio contabile, compiendo scelte come quelle del “porta a porta” i cui risultati hanno già consentito di evitare l’ecotassa e di sopportare problematiche pesanti e anche costose legate all’obbligo di biostabilizzazione dei rifiuti indifferenziati prima del conferimento in discarica, per non dire dell’emergenza del conferimento in discarica di questi giorni. Per di più si è portata a compimento l’annosa l’operazione di acquisizione della Barsa che ci consente non solo di mettere in sicurezza l’azienda e i livelli di occupazione ma soprattutto di essere in prima linea verso la riorganizzazione della gestione del servizio nell’ambito territoriale. Lungi da noi, insomma, l’idea di trasformarci in gabellieri per conto altrui. Quello che stiamo cercando di fare è di utilizzare ogni risorsa disponibile per garantire l’erogazione di servizi essenziali per la coesione sociale e la qualità della vita collettiva, come il funzionamento delle scuole e persino di uffici per conto dello Stato come ad esempio per il Giudice di pace, e sostenere gli investimenti nella manutenzione cittadina e nelle opere pubbliche così da contribuire a sostenere una rete di piccole e medie imprese altrimenti destinata al tracollo. Ecco dove vanno a finire i soldi della TASI, dell’IMU e della TARI. E se il patto di stabilità ci costringe alla lesina, non per questo viene meno il dovere di elevare la qualità culturale di iniziative che pure la città merita, con la serena coscienza di non risparmiare alcuna energia nel rispettare il patto stretto con gli elettori.

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