Il registro delle unioni civili è una questione di civiltà

A Barletta, sul registro comunale delle unioni civili, v’è da sperare che il Consiglio comunale, approvandolo magari con la più ampia maggioranza, consenta alla città di dare finalmente una prova di maturità sociale, culturale e politica.
L’istituzione di quel registro, tra l’altro specificamente indicata nelle linee programmatiche di mandato dell’amministrazione comunale approvate dal Consiglio comunale, è infatti funzionale allo scopo di tutelare e sostenere le unioni civili, di favorirne l’integrazione nel tessuto sociale, culturale ed economico del territorio, di superare ogni discriminazione rispetto alle unioni legate dal vincolo matrimoniale, e di garantire, rispetto a queste ultime, la giusta parità di diritti e di accesso ai servizi comunali, come ad esempio quelli in materia di sanità e servizi sociali ed educativi, formazione, scuola e trasporti urbani.
Proprio ai fini della più feconda riflessione credo debba essere ben individuato il contesto in cui quel registro si va ad inserire, ed il contesto è costituito dallo stato sociale, culturale, politico e giuridico nel quale si trova attualmente la nostra comunità che, ricordiamolo sempre, è a sua volta inserita in comunità progressivamente più ampie, quali sono quella italiana ed europea. La visione, quindi, non può che essere d’insieme, non può che essere laica, e non può che estendersi fino all’orizzonte della globalizzazione.
Naturalmente il riferimento è alla globalizzazione migliore, quella dei diritti e, nel caso specifico, del diritto di ciascun cittadino della comunità europea alla parità di trattamento, con l’abbattimento di ogni profilo discriminatorio sopratutto se attinente al proprio orientamento sessuale.

Sulla base di questi presupposti ed avviando la riflessione dal dato sociale, non v’è alcuno che possa mettere in discussione l’esistenza nella nostra comunità, e non da ieri, delle unioni affettive tra persone maggiorenni conviventi, non legate dal vincolo matrimoniale. Il fatto che poi si possa trattare di persone dello stesso sesso o di sesso diverso, è una specificazione dalla quale un Legislatore attento ai principi sopra evidenziati, tra l’altro ampiamente riconosciuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dovrebbe ben astenersi, essendo il suo unico compito ed obiettivo, quello di adeguare progressivamente l’ordinamento giuridico ai nuovi mutamenti sociali sulla base di quelle impostazioni e di quelle direttive.
Tra l’altro in Italia, le coppie di fatto, omosessuali o meno, esistono nonostante mai abbiano avuto alcun concreto riconoscimento o agevolazione, e questo deve lasciare riflettere soprattutto sulla capacità dei mutamenti sociali di andare oltre la politica, soprattutto quella dogmatica. A differenza dell’Italia, che per ragioni di politica interna ha preferito disattenderla, questa nuova domanda di diritti da parte delle coppie di fatto progressivamente in via di emersione, è stata invece subito recepita dalle migliori democrazie occidentali.
Queste ultime hanno innanzitutto modificato ed adeguato il proprio ordinamento interno, estendendo alle unioni di fatto, eterosessuali o meno, i diritti e le tutele previste per le coppie tradizionali, per poi esportare questa nuova visione politica della società nella Comunità Europea, affinchè la recepisse, affinchè adeguasse il diritto comunitario ai nuovi assetti sociali, e a sua volta impegnasse tutti gli Stati membri a fare altrettanto.
E’ così cha nasce tutta quella corposa produzione normativa comunitaria in materia di diritti civili, anche e soprattutto in relazione alle convivenze di persone omosessuali. E a quell’impianto normativo, è bene precisarlo, ci si dovrà adeguare, ed il tentativo della politica italiana di ritardare il più possibile questo momento, crediamo che sia, tra i comportamenti possibili, certamente quello più sbagliato, anche perché tendente a rappresentare al cittadino italiano, la possibilità che quei mutamenti sociali possano essere ancora ignorati, ovvero diversamente disciplinati.
C’è però un altro errore, più grave. L’errore è quello di non considerare la forza dei mutamenti sociali, a cui la politica, non può resistere. Ed infatti quelle domande di tutela delle coppie di fatto, delle coppie omosessuali, quelle domande di diritti, la politica, soprattutto quella italiana, l’hanno superata, per andare ad approdare direttamente nei Tribunali, e qui, nelle sentenze, hanno trovato il loro riconoscimento, proprio sulla base di quei principi già sanciti a livello sovranazionale, ma prima ancora nella Carta Costituzionale, che ancora oggi risplende della straordinaria illuminazione dei nostri Costituenti.
Ora, dinanzi a tutto questo, e limitatamente a quelle che sono le proprie competenze, che non sono di certo quelle di modificare l’ordinamento giuridico italiano, con il riconoscimento del matrimonio di coppie omosessuali o di un istituto equivalente, il Comune di Barletta ha due alternative, o restare fermo dov’è, in passiva attesa degli eventi, o partecipare attivamente a quello straordinario processo di evoluzione sociale, culturale e politica che in Italia è stato alimentato non dalla politica nazionale, ma da quella locale, da quella dei Comuni, iniziando dal Comune di Empoli, il cui Consiglio comunale è stato il primo in Italia, nel 1993, ad approvare il registro amministrativo delle unioni civili.
Ad oggi sono oltre 150 i Comuni che si sono dotati di questo strumento di tutela, con le loro scelte che sono state progressivamente rafforzate dalla giurisprudenza, anche della Corte Costituzionale. Ed è ininfluente, si badi, il numero delle persone che poi ai quei registri si sono iscritte o si iscriveranno perché non è una questione di numeri, è una questione di civiltà, è una questione di evoluzione sociale, culturale e politica, è una questione di diritti civili.

A cura di Cosimo D. Matteucci

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