Il Palazzo delle Poste: perché abbandonare un pezzo della nostra Storia?

Nella seduta di Giunta comunale del 13 marzo scorso è stato avviato l’esame di alcuni provvedimenti che saranno esaminati in una riunione straordinaria della Giunta e tra gli altri si è iniziato a discutere del programma delle opere pubbliche relativo al triennio 2014/2016. E’ stata presa in considerazione, in particolare, la necessità di mettere in sicurezza immobili di rilevante importanza storico-culturale.

L’argomento, intrigante, obbliga immediatamente a formulare considerazioni che possono lasciare perlomeno perplessi.

Da una recente indagine effettuata dall’Agenzia del Demanio è risultato che sono 2 milioni gli edifici abbandonati in Italia, lasciati andare in rovina, giorno dopo giorno, fino a quando il degrado diventa irreversibile e non resta che abbatterli e ricostruire (esempio più calzante non esiste se si parla dell’ex Distilleria! ). Eppure riqualificarli sarebbe la soluzione perfetta per arginare l’espansione immobiliare selvaggia e lo scempio ambientale.

Naturalmente la riqualificazione di questi immobili non dovrebbe essere fine a se stessa bensì i progetti dovrebbero reggersi sulle proprie gambe, bilanciando valore sociale e attività con introiti economici, con una speciale attenzione alla valorizzazione della storia dell’edificio e alla condivisione con le comunità locali.  La finalità secondaria sarebbe, senza ombra di dubbio, quella di creare una banca dati del patrimonio, interessante, dal punto di vista commerciale, per agenzie, studi di architettura e altri soggetti del mercato immobiliare.

postaQuesta idea di valorizzazione della Storia attraverso i “mattoni”, calzerebbe a pennello per uno stabile  che non è di proprietà comunale (c’è certezza però che lo sia ancora del Ministero delle Comunicazioni ?), ma che fa sicuramente parte del nostro importante passato. Stiamo parlando dell’ex Ufficio Postale centrale.

Nel 2002 scoppiò “l’affaire” Ufficio Postale in quanto venne ventilata l’ipotesi del suo abbattimento in seguito alla vendita dello stesso a privati che, ovviamente, avrebbero costruito su quel sito un nuovo palazzo per uso abitativo. Se la situazione creatasi avesse comportato esclusivamente implicazioni di carattere conservativo di un bene comunque di moderato interesse storico e non gravato da nessun vincolo architettonico, la querelle si sarebbe conclusa nell’arco temporale di una settimana ma l’argomento dell’abbattimento di quel palazzo, non poteva risolversi con qualche riga su un giornale o con un bel dibattito svoltosi in una emittente televisiva e questo perché le mura di quest’edificio sono e resteranno per sempre la testimonianza viva di come una intera Città ha lottato ed ha sacrificato i propri figli per la difesa di un bene incommensurabile quale è la Patria.

Parliamo, evidentemente, del muro dove le truppe tedesche trucidarono dodici barlettani all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e che da quella data è diventato monito perenne per le generazioni future ed ha portato, tra l’altro, l’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano ad appuntare sul labaro della Città di Barletta la medaglia d’oro al valor militare,

Posta pareteCome spessissimo accade, per discutere di un avvenimento è necessario che la “botta” sia veramente forte e l’abbattimento di un simbolo patriottico lo è ed infatti tutti, all’indomani del ventilato pericolo, iniziarono a farsi domande su quel palazzo che era lì da ottanta anni e la popolazione intera conosceva ma in pochi ne sapevano la storia. In poche parole gli addetti ai lavori si posero le domande presenti nel decalogo del “bravo giornalista” e cioè il chi, dove, come, quando e perché della costruzione di quel palazzo.

La soluzione del caso non poteva che scaturire da quell’istituto culturale che è la memoria storica di ogni comunità e cioè l’Archivio di Stato, infatti da un’accurata ed approfondita indagine attraverso i documenti dell’archivio storico del comune di Barletta è stato possibile ricostruire l’intera storia del Palazzo delle Poste di Barletta.

Sin dal lontano 28 febbraio 1909 l’allora periodico quindicinale “Il Fieramosca” nell’ambito di una campagna lanciata per salvaguardare gli interessi economici di Barletta ( i tempi cambiano ma non le finalità !), riportava una delibera del Consiglio Comunale di Barletta che chiedeva l’ampliamento dell’ufficio postale della Città, riconosciuta l’insufficienza dello stesso e “…deplorando l’eccentricità della sua ubicazione” proponendo nel contempo al Governo di trasformare l’Ufficio postale di Barletta in direzione locale alla dipendenza di quella provinciale di Bari.

Posta DeliberaCome è noto a tutti le vie della burocrazia sono infinite e soprattutto senza limite di tempo tanto che dovettero passare ben dieci anni per dare inizio all’iter che porterà alla costruzione del nuovo ufficio postale. Il primo e più importante passo fu rappresentato dalla delibera d’urgenza n.411 del 12 giugno 1920, approvata dalla Regia Prefettura di Bari in data 8 luglio 1920 n.1703, con la quale il Comune, nella figura del Commissario Prefettizio avv. Mandarini, concedeva al Ministero delle Poste e Telegrafi “…a titolo gratuito ed in piena proprietà un’area di suolo in Piazza Federico di Svevia (attuale Piazza Caduti n.d.r.) e propriamente quella lungo il lato est della nominata piazza”. Quindi come si può ben comprendere leggendo il testo della delibera, viene indicata chiaramente la proprietà del suolo e di conseguenza, del Palazzo che in quel posto venne in seguito edificato. C’è da segnalare un particolare molto importante per quel che riguarda la proprietà del suolo e del palazzo. La delibera che abbiamo citato e cioè la n.411 andava a modificare la precedente n.41 del 10 aprile 1920 nella quale non era riportata la frase, riferita al suolo, “…a titolo gratuito ed in piena proprietà” che il Ministero delle Poste e Telegrafi pretese fosse inserita nella delibera prevedendo, forse, il putiferio che si sarebbe scatenato ottant’anni dopo.

La prima pietra dell’erigendo Edificio Postelegrafonico fu posata il 20 settembre del 1921 alla presenza delle autorità civili, militari e religiose tra le quali l’on. Brezzi Sottosegretario di Stato alle Regie Poste e Telegrafi e l’on. Spada Sottosegretario di Stato all’Agricoltura. I discorsi per la cerimonia furono tenuti dall’avv. Giacinto Perrone Commissario Prefettizio del Comune di Barletta, dall’on. Brezzi e dal canonico prof. Domenico Dell’aquila che impartì anche la benedizione alla prima pietra.

Il progetto del nuovo edificio fu opera di un ingegnere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici Basilio Guglielmo Serapine, mentre i lavori furono affidati alla ditta “Leone & Compagni” di Roma che consegnò lo stabile l’11 maggio 1925 pronto per il sopralluogo dei funzionari del Genio Civile e delle Poste e Telegrafi.

Un particolare veramente curioso è quello relativo al fatto che due anni prima la posa della prima pietra, il 5 novembre 1919 l’Ufficio Tecnico Comunale aveva elaborato un progetto per la costruzione, sempre sul terreno individuato poi per la sede dell’ufficio postale, della sede di un edificio scolastico per le scuole tecniche che, come si può notare vedendo il progetto, assomiglia in modo veramente incredibile all’edificio che possiamo vedere oggi in piazza Caduti. La scuola non venne più costruita e forse quel progetto fu ripreso successivamente e ispirò l’ingegnere autore del nuovo Palazzo delle Poste di Barletta.

Per concludere vogliamo presentarvi una analogia che fa capire come i corsi e ricorsi storici non sono un puro e semplice modo di dire. Infatti il 29 gennaio 1926, cioè dopo solo sette mesi dalla consegna dello stabile, la Sotto Prefettura di Barletta rispondeva ad un ordine del giorno votato dal direttorio della Sezione del Fascio di Barletta con il quale si chiedeva “…di precisare se il fabbricato delle Poste fosse stato costruito a cura del Comune o dell’Amministrazione postale”. Insomma un quesito che dopo ottanta anni veniva riproposto tale e quale dall’allora Sindaco di Barletta dott. Francesco Salerno.

Passano gli anni ma “nihil sub sole novi” !

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Michele Grimaldi
Michele Grimaldi, nato a Barletta il 28 gennaio 1958. Archivista di Stato, Responsabile della Sezione di Archivio di Stato di Barletta, in servizio nel Ministero dei Beni Culturali dal 1978, ha svolto negli anni un’intensa attività di riordino, ricerca e divulgazione di archivi pubblici e privati, Nel 1977 si diploma presso il Liceo Classico “Alfredo Casardi” di Barletta e nel 1980 consegue il diploma in Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Bari. Ha curato, diretto e coordinato l’allestimento di numerose mostre, alcune a carattere scientifico, altre dai temi più didattici e nella scelta dei temi di rilevanza regionale e nazionale ha tenuto presente gli orientamenti storiografici più recenti, considerando gli appuntamenti con la storia forniti dalle ricorrenze di vari avvenimenti o dalle celebrazioni di personaggi famosi che, al di là delle manifestazioni celebrative, hanno fornito l’occasione di rivisitare criticamente il passato. Tra le più significative, “Barletta tra il grano e la sabbia. I progetti per il porto” (ottobre 1982), “L’Archivio che Verrà” (Barletta 2010) e quelle relative alle manifestazioni organizzate per il Centenario dello scoppio del 1° Conflitto Mondiale. Il 2014 “Spunti di ricerca storica per le celebrazioni nella Provincia Barletta Andria Trani del Centenario della Prima Guerra Mondiale” e nel 2015 “L’Italia chiamò – Barletta e la Grande Guerra”. Componente della redazione giornalistica del mensile di cultura, informazione ed attualità “Il Fieramosca” edito a Barletta, per il quale cura, in particolare, una rubrica di storia locale. È inoltre componente del consiglio direttivo della Associazione Nazionale Archivisti Italiani – Sezione di Bari e socio ordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Comitato provinciale di Bari.

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