Il filo nascosto: Anderson sconfessa il cinema parlando d’amore e potere

barlettanews - Il filo nascosto

Il filo nascosto (Phantom Thread) narra di Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis), sarto e stilista dell’alta società londinese negli anni ’50 del secolo scorso. Metodico, professionale, rapito giorno e notte dall’esecuzione febbrile del suo lavoro, Woodcock scorge nel gentil sesso la sola espressione di un corpo ludico, sfruttando le fattezze delle modelle che affollano la sua dimora unicamente per le proprie creazioni. Tutto cambia quando sulla sua strada incrocia la gracile cameriera Alma (Vicky Krieps), donna all’apparenza frangibile ma in realtà decisa a ritagliarsi i suoi spazi nel mondo di Reynolds. Sarà l’inizio di un gioco spietato e “nascosto” dall’Amore, in cui più volte i ruoli di vittima e carnefice finiranno per confondersi.

C’è da interrogarsi su cosa nasconda in quel phantom Paul Thomas Anderson, se non l’essenza stessa di un cinema immolato tra le pieghe di un tessuto fiammingo del ‘600. Il regista di Magnolia e The Master apre e richiude parentesi, dimentica Pynchon e la rapacità dialettica del moderno, per tornare a riproporre un elogio del cinema non verbale. Non parliamo ovviamente del formalismo russo, ma è singolare notare come P.T.A. adori destrutturarsi dividendo in fasi alterne e mutabili la propria filmografia. Prima l’apologia kitsch della parola (che non sbagliammo a definire “orgiastica” in Inherent vice), poi il bisogno di tornare a un cinema fetale, nucleare, quasi intimista nelle sue scarse prerogative retoriche.

In The Master insisteva il potere, un potere magniloquente che sconfinava nella parapsicologia e nell’esercizio feticistico del controllo su un individuo fragile e instabile. Ne Il filo nascosto questo potere si ripresenta, ma lo fa in maniera ancora più sottile: non vi è più l’autorità gerarchica e piramidale della setta, ma l’abbraccio morbido e crudele del cotone e della seta. Qui si annida il genio di Anderson, che solca i volti usando il “merletto” e la “perla” per riempire e mai per distrarre, veleggiando sul crinale tra follia e sentimento con una padronanza superlativa del mezzo. Così il regista statunitense fa sua la visione illuminata del cinema Wellesiano e Hitchcockiano, in quanto la forma, nella sua posata e languida perfezione, si fa “sfuggente” e irrisolvibile nella singola inquadratura, facendoci desiderare e assieme odiare gli onnipresenti silenzi.

Chi guarda respira così dosi letali della sua costante allusione alla spettralità del legame, quella dolcezza mortale che Fassbinder in Martha sacrificò volentieri, per restituirci il dramma violento della possessività. In P.T.A. la dimensione individualistica è, al contrario, preponderante, e allontana la narrazione dall’ossessione focale per gli “amorosi sensi”. Lo stesso personaggio qui interpretato da un magistrale Daniel Day-Lewis è la riproposizione di un Dio d’Abramo che percorre con spietata perseveranza tutta la sua filmografia, a partire dal Jimmy Gator di Philip Baker Hall, passando per il cercatore Daniel Plainview e, ultimo ma non meno importante, da Lancaster Dodd, guru del compianto Philip Seymour Hoffman.

E se Rebecca la prima moglie argomenta la compulsività del ricordo nell’afflizione di un personaggio femminile privo dei geni dominanti di altra filmografia, e lo stesso discorso dicasi per la Kim Novak di La donna che visse due volte, l’emotività del sottotesto che anima Alma/Vicky Krieps fino a poco prima della fine della proiezione opera a un livello diverso: le sue intenzioni, rivelatesi sofficemente in un mai stucchevole gioco di flashback e flash forward, delegano al sentimento il compito di abbattere l’asse portante di un cinema che non ha bisogno della platealità nevrotica e distruttiva di Rosamund Pike in Gone girl per raccontarci una donna finalmente libera di “uccidere” con una carezza, sedendosi gracile al bordo del nostro letto.

Orgogliosamente decanonizzato, Il filo nascosto è potere espressivo liberato e tramortente, spogliatosi delle urgenze di un’attualità di cui la settima arte continua a sentirsi, talvolta, colpevolmente missionaria. A questo giro è Anderson a dominare il cinema, in una sodomia che approda ben al di là del vuoto esercizio stilistico e che sarà celebrata a lungo. 

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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