I Trovatelli affidati alla “Ruota”

Non è difficile leggere sulle cronache dei quotidiani o ascoltare nei servizi dei vari telegiornali, di donne che, con incredibile ed inaudito disprezzo della vita umana e della condizione di genitore, scaricano i propri neonati come sacchetti dei rifiuti negli “appositi” cassonetti o peggio ancora in qualche discarica o come successo nei giorni scorsi lo sotterrano nel giardino dietro casa.

Ogni qual volta si ascoltano questi incredibili fatti la reazione più spontanea è quella di esclamare “ In che tempi viviamo!” (ma lo si fa ancora o abbiamo fatto l’abitudine anche a questo?) e fare considerazioni su come, ai giorni d’oggi, la vita umana abbia perso ogni sorta di valore.

Considerazioni queste da condividere pienamente ma, come in ogni tipo di ragionamento, c’è l’immancabile però “stravolgi tesi” e in questo caso bisogna affermare che la situazione descritta non è figlia dei nostri tempi bensì, anche se con modi molto diversi e sicuramente più umani, vengono da molto lontano nel tempo…documenti alla mano!

Parlo, qualcuno forse l’avrà intuito dall’antefatto, dei figli di nessuno, dei proietti, degli esposti (comprendete il perché a Napoli ci sono migliaia di Esposito?), dei figli di n.n. (dicitura eliminata dai documenti in seguito alla emanazione della legge sulla privacy), dei trovatelli, insomma senza girarci attorno, dei bambini abbandonati i quali, duecento anni fa, venivano affidati, in genere, alle cure delle suore di clausura attraverso il porta vivande girevole sistemato, generalmente, sulla facciata del convento e che era chiamato “la ruota”.

L’istituzione della Ruota risale alla fine del secolo XII, quando Papa Innocenzo II, inorridito per la cattiva sorte che troppo spesso toccava ai bambini abbandonati (corsi e ricorsi storici!), stabilì che si aprisse un reparto dedicato agli orfani nell’Ospedale di Santo Spirito.

Trovatelli 3Tra il 1806 e il 1815 in Italia, con l’arrivo dei francesi, la “Rota proietti” venne ufficialmente istituita anche nei comuni dell’Italia meridionale per la tutela pubblica dell’infanzia abbandonata. La ruota era costituita da un dispositivo girevole di forma cilindrica (fig.1), prevalentemente in legno, diviso in due parti chiuse da uno sportello. Questo congegno, posto in corrispondenza ad un’apertura su un muro, permetteva di collocare, senza essere visti dall’interno, gli esposti, cioè i neonati abbandonati. Facendo girare la ruota, la parte con l’infante veniva a trovarsi dentro l’edificio, dove, aperto lo sportello, si poteva prendere il neonato. A fianco della ruota, nella parte esterna, c’era una campanella che serviva per avvertire della presenza del bambino. Colei che per prima accoglieva il neonato, prestando le prime cure e scegliendo, nella maggior parte dei casi, il nome di battesimo, era la “pia ricevitrice”, una donna, spesso una suora, che aveva il compito, al suonare della campanella esterna, di prelevare i trovatelli dalla ruota.

L’idea di trattare delle indifese creature, definite dalla consuetudine “meno fortunate”, nasce da un’analisi profonda e capillare degli atti di nascita del Comune di Barletta. Infatti solo dopo l’istituzione dello stato civile (ufficio che disciplina ed ordina gli atti di nascita, matrimonio e morte) avvenuta sotto l’amministrazione napoleonica con il Real Decreto del 29 ottobre 1808 ed andato in vigore due mesi dopo l’1 gennaio 1809, si è potuto attribuire consistenza numerica a tutti quei neonati che prima di quella data erano noti soltanto agli istituti religiosi o a qualche famiglia benestante che si accollava l’onere di crescere ed educare i trovatelli.

Il primo, oh pardon, la prima senza famiglia di cui si ha ufficialmente notizia è una bimba, registrata al numero 21 degli atti di nascita del 1809, alla quale fu “imposto” il nome, datole con tanta fantasia e forse anche un pizzico di spietatezza, di Maria Emmanuella FATALITà e nel corpo dell’atto si legge che Anna Carmina Castagnaro, capo nutrice della città,    “… ha presentato una bambina dell’apparente età di un giorno e la medesima è stata data ad allattare alla balia Serafina d’Amato”.

Andando avanti negli anni la registrazione dei “projetti” diventava sempre più dettagliata con precisa descrizione anche dei poveri indumenti che coprivano i malcapitati. In un atto del 25 marzo 1823 (fate caso al mese) Arcangela Cifuni, balia dei proietti, dichiarava di aver trovato, dietro la porta della propria abitazione, un fanciullo “…nato di fresco, quale sembra essere stato abbandonato dagli autori de’ suoi giorni coverto in un pannolino di cottone bianco rigato, ravvolto in una fascia anche di cottone bianco rigata senza segni, cifra o lettera alcuna…a cui si da il nome di Nunzio MARZATICO (facile cogliere la corrispondenza con il mese).

Quella del mese come spunto per creare il cognome di un neonato, era uno dei metodi fantasiosi adottati. C’erano infatti i nomi dei Santi, o situazioni particolari ed ancora aggettivi. Chi scelse il nome, nel caso che sto per proporvi, molto probabilmente doveva essere un amante della storia ed anche della letteratura. Mi riferisco ad un bambino nato il 19 gennaio del 1843 e trovato dietro la porta della casa di Rosa Dellaquila, balia dei proietti, e da questa portata al Sindaco ed Ufficiale di Stato Civile, Michele De Donato il quale decise di imporgli il nome di Ettore Fieramosca (fig.2). Ecco spiegata l’ipotesi avanzata in precedenza che, il fautore dell’imposizione di nome e cognome, fosse un cultore della storia cittadina e conoscitore di libri. Infatti solo dieci anni prima (dico soli perché all’epoca non esisteva internet per divulgare le novità letterarie) D’Azeglio aveva pubblicato il suo “Ettore Fieramosca”.

Appare abbastanza evidente, da quello detto, il “trattamento” riservato ai figli indesiderati allora ed oggi : più di duecento anni fa chi abbandonava questi sfortunati si premuniva di depositarli dietro la porta della balia comunale (altra figura, utilissima ancor oggi, scomparsa!) vestiti a puntino e sicuri che sarebbero finiti in buone mani, mentre nei tempi del consumismo assoluto e radicale, non solo si lasciano i neonati così come sono venuti al mondo ma vengono letteralmente “gettati” come rifiuti.

Per avvalorare ulteriormente le differenze esistenti nei comportamenti con le “persone” del tempo che fu, segnalo un “romantico” riconoscimento di un fanciullo abbandonato alla nascita. Nell’atto di riconoscimento del 1823 l’ufficiale di stato civile trascriveva una storia riportatagli da Nicola Tumolo “…prima di prendere per sua legittima moglie, altra donna egli amò anche col retto fine di impalmarla (sposarla). Nel corso dell’amore abusando di sua confidenza ne ebbe un figlio che dovè nascondere sulle prime agli occhi del pubblico e del mondo, solo per decoro di chi l’aveva partorito e che cessò di vivere poco tempo dopo. Or volendo esso Tumolo dar moglie all’anzidetto suo figlio naturale Giuseppe, e desiderando che non si ammogliasse col nome della colpa, ha risoluto di procedere ad un atto di riconoscimento cosichè possa essere chiamato non più Giuseppe Maria Esposto ma con l’onorato nome di Giuseppe Tumolo”.

Forse una storia di altri tempi o una di quelle telenovela di oggi (sceneggiatura migliore non c’è)  che sarebbe abbastanza difficile sentire nei telegiornali. Eppure agli inizi del novecento lo storico Michele Cassandro parlando della “ruota” come istituzione pubblica, non immaginando il degrado sociale che avrebbe preso piede negli anni che sarebbero seguiti, la considerava “…assai indecente e vergogna grande per una città civile”.

E forse fu proprio questa considerazione negativa di uno strumento che fino ad allora aveva salvato diverse vite, che portò all’eliminazione della ruota. L’ultimo atto di proietto depositato nella pubblica ruota è datato 21 gennaio 1896, dopo di che scomparve quell’istituto, spontaneamente nato e poi ufficializzato, che in quegli anni veniva considerato vergognoso ma che oggi, forse, tornerebbe molto utile per evitare gli scempi e le morti di creature innocenti “indesiderate” che pagano con la vita la colpa, non loro, di essere nati.

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Michele Grimaldi
Michele Grimaldi, nato a Barletta il 28 gennaio 1958. Archivista di Stato, Responsabile della Sezione di Archivio di Stato di Barletta, in servizio nel Ministero dei Beni Culturali dal 1978, ha svolto negli anni un’intensa attività di riordino, ricerca e divulgazione di archivi pubblici e privati, Nel 1977 si diploma presso il Liceo Classico “Alfredo Casardi” di Barletta e nel 1980 consegue il diploma in Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Bari. Ha curato, diretto e coordinato l’allestimento di numerose mostre, alcune a carattere scientifico, altre dai temi più didattici e nella scelta dei temi di rilevanza regionale e nazionale ha tenuto presente gli orientamenti storiografici più recenti, considerando gli appuntamenti con la storia forniti dalle ricorrenze di vari avvenimenti o dalle celebrazioni di personaggi famosi che, al di là delle manifestazioni celebrative, hanno fornito l’occasione di rivisitare criticamente il passato. Tra le più significative, “Barletta tra il grano e la sabbia. I progetti per il porto” (ottobre 1982), “L’Archivio che Verrà” (Barletta 2010) e quelle relative alle manifestazioni organizzate per il Centenario dello scoppio del 1° Conflitto Mondiale. Il 2014 “Spunti di ricerca storica per le celebrazioni nella Provincia Barletta Andria Trani del Centenario della Prima Guerra Mondiale” e nel 2015 “L’Italia chiamò – Barletta e la Grande Guerra”. Componente della redazione giornalistica del mensile di cultura, informazione ed attualità “Il Fieramosca” edito a Barletta, per il quale cura, in particolare, una rubrica di storia locale. È inoltre componente del consiglio direttivo della Associazione Nazionale Archivisti Italiani – Sezione di Bari e socio ordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Comitato provinciale di Bari.

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