Guillermo Del Toro e la fallibilità di un genere ibrido in “Crimson Peak”

Per capire cos’è e come debba esser valutato un lavoro ambiguo come “Crimson Peak”, diretto e sceneggiato da Guillermo Del Toro, bisogna partire da nove anni or sono, da quel “Il labirinto del fauno” postosi come chiave di volta di tutta la sua cinematografia. Universalmente riconosciuto come punto più alto della produzione del cineasta messicano, nell’opera in questione si ravvisa illabirintol’utilizzo del simbolismo interpretativo proprio dell’allegoria visiva, che sottende, come nella tradizione, l’arguzia della digressione (interamente accollata allo spettatore) su quanto sia delimitabile il reale nell’universo tratteggiato dalla pellicola.

L’isolamento e la violazione del cosmo infantile risultante dall’oppressività del contesto storico franchista producono una biforcazione dello script, per cui nel lavoro sono ravvisabili due anime distinte ma destinate a sovrapporsi. Il piano “adulto” del reale non è interessato dalle incursioni del fantasmagorico, perché chiuso nel confronto con le concrete conseguenze dell’evolversi del versante bellico. Sdoppiamento che, d’altro canto, si verifica nel potente immaginario partorito dalla giovanissima Ofelia, ma che non manca di nascere da una particolare reinterpretazione dell’elemento fisico e, nel caso di specie, architettonico ( Il labirinto esiste tanto nel primo quanto nel secondo piano cinematografico, ed è il luogo dove si verifica la sublimazione tragica).

Il cinema di Del Toro rinviene il suo El Dorado in questa particolare vena del fantasy, o si caratterizza per le indubbie capacità di rivisitazione in chiave contemporanea o futuristica dell’Heroic Fantasy, sottogenere in cui l’eroe suole muoversi in un sistema accettato dallo spettatore come diverso dal proprio, con il sovrannaturale connaturato alla normalità dell’esistenza (E’ il caso di “Hellboy”). La creatura mostruosa e la scenografia sono , in questo ordine di idee, i cavalli di Troia dell’estetica registica in Del Toro, che chiama il gotico e il cupo barocco dell’ambientazione ad una missione salvifica. Il peccato originale dell’autore messicano è però la snaturalizzazione dell’estetica dal suo ruolo d’orpello in un cinema che è privo di una poetica che investa anche i personaggi. L’horror è un genere che tanto si presta al terrore in proporzione a quanto delle origini del medesimo non sia rivelato. Il gothic fantasy ha infatti conosciuto i suoi capolavori (Il “Dracula di Bram Stoker” di Coppola o “Intervista col vampiro” di Neil Jordan, solo per citarne alcuni) per aver dissolto la mediocrità dell’uomo comune nell’elogio delle grandiosità del paranormale, ma non si è mai proposto di snaturare l’ottica perversamente obliqua del dark-fantasy nel confronto, finanche comunicativamente sviluppato, tra l’umano e il crimsonpeak2mostruoso.

Lo spettro in “Crimson Peak” è, contrariamente a quanto affermato, una manifestazione cogente della realtà fenomenica quotidiana e investe la vita della protagonista ed aspirante scrittrice Edith, una discreta Mia Wasikowska, guarda caso proprio dall’infanzia. In tal modo, Del Toro si priva scientemente della forza di immagini che oscillino tra i due estremi, il sogno e il reale, producendo una straniamento capovolto e involontario, in cui l’abietto si maschera di una familiarità rivelatoria e distruggente rispetto alle premesse narrative orrorifiche. Non è un caso se le sequenze più sinistre di “Crimson Peak” si accompagnino a repentini cambi d’inquadratura od improvvise composizioni atonali nella colonna sonora, rinunciando in tal modo al disagio suggerito o pennellato nella dicotomia tra il conosciuto e il non conoscibile. Ciò che rimane è la pura impressione, un castello di morte ed inquietudine che si sveste dell’occulto per sussurrarci sornione, fin dalla prima scena, che “I fantasmi esistono”, abbandonando l’intrinseca contraddizione del gotico tra l’uomo e il trascendente. Voto ** 1/2

Commenta questo articolo

CONDIVIDI
Articolo precedenteCascella sull’apertura della struttura del “Consorzio 5 stelle”
Articolo successivoAutismo, Davide Moscone a Barletta News: “Le implicazioni legali non si fermano all’assistenza”
Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here