#GrandiClassici – Recensione di “1984” di George Orwell

Il penultimo appuntamento con la serie #GrandiClassici è dedicato ad un libro che, se non avete ancora letto, dovreste leggere (e che se avete già letto, non sarebbe male rileggere). Dopo aver parlato di grandi romanzi del XIX e del XX secolo come Viaggio al centro della Terra, Dracula e La coscienza di Zeno la nostra serie di recensioni concentra la propria attenzione su un’opera che ha avuto un’enorme influenza nella cultura del secolo appena trascorso: 1984 di George Orwell.

1984 di GEORGE ORWELL
MONDADORI – Oscar classici moderni – 2002 – pp. 336 – € 11

1984 copertinaGeorge Orwell era un uomo dalle forti convinzioni politiche. Anarchico, poi socialista, combattente in Spagna con il Partito Operaio di Unificazione Marxista, aveva dedicato la propria vita a degli ideali. Durante la guerra civile spagnola, però, rimane vittima delle persecuzioni staliniste e questo evento lo porta ad una presa di coscienza su quella che era l’effettiva realtà del comunismo nell’Unione Sovietica. Da uomo lucido e profondamente critico, decide di adottare una posizione di condanna contro il mondo sovietico e lo stalinismo. Ma, soprattutto, prende posizione in maniera netta ed inequivocabile contro ogni tipo di totalitarismo. Queste esperienze e questo suo travaglio politico-ideologico lo portano a scrivere quello che sarà il suo capolavoro, probabilmente uno, se non il, più grande romanzo del Novecento: 1984.
Il romanzo è ambientato nell’anno da cui prende il nome, il 1984 per l’appunto, in un mondo profondamente diverso da quello che conosciamo. Il pianeta, infatti, è suddiviso in tre grandi super-stati: Oceania, Eurasia ed Estasia, e in ciascuno di essi governano dei regimi totalitari che si muovono guerra l’un l’altro in un ciclo infinito di alleanze e patti, rapidamente disattesi per poter essere nuovamente stretti con la potenza prima avversaria e ora amica. A Londra, in Oceania, vive Winston Smith, impiegato presso il Ministero della Verità e incaricato di correggere libri o articoli di giornale già pubblicati in passato e di adattarli a quelle che sono le esigenze del Partito. Apparentemente innocuo e disinteressato alla situazione politica, Winston decide di agire e di intraprendere un’azione sovversiva nei confronti del Partito e del regime in generale.
“Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa”. Questa citazione, più di mille altre, racchiude in sè lo spirito di 1984. In modo conciso riesce a spiegare la pretesa di un mondo e di una popolazione anestetizzati, una pretesa che viene realizzata dal Partito e che rende possibile la sua azione e la sua supremazia. Ma non è soltanto attraverso l’ortodossia che il regime totalitario di 1984 realizza i propri scopi. Lo fa anche attraverso il controllo, un controllo assoluto e invasivo, talmente permeato nella quotidianità degli abitanti di 1984 da renderli inconsapevoli dell’anomalia della situazione che vivono.
George Orwell ha scritto un romanzo claustrofobico, incredibilmente efficace e capace di trasmettere al lettore una sensazione di costante e crescente angoscia che lo accompagnerà fino alla fine e che raggiungerà il suo culmine nello scioccante finale.
Ma allo stesso tempo, Orwell ha scritto una storia più verosimile di quanto non si possa pensare, descrivendo un mondo che potrebbe essere ma che, per fortuna, non è. Oltre ad essere un capolavoro della letteratura, dopotutto, 1984 è anche un inquietante avvertimento che l’autore lancia ai suoi lettori.

A cura di Gennaro Messina

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