Giuliana Damato:’L’operazione Spina? Una mera questione di potere’

Dopo la benedizione del Presidente/Segretario Emiliano – celebrante e regista dell’operazione “Spina nel PD”, dopo alcuni formali passaggi (le rituali indignazioni a mezzo stampa, le riunioni, le commissioni di garanzia, i servizi tv), anche il resto della catena di comando, ovvero i consiglieri regionali PD della BAT Mennea e Caracciolo, ha pubblicamente benedetto l’ingresso del Sindaco Spina e del suo codazzo nel Partito Democratico. Non avevo dubbi. Non ho mai dubitato che si sarebbero allineati tutti alla linea del capo. E anche l’on. Boccia, che pure ieri continuava ad affermare su queste pagine la necessità di una “seria e ampia discussione politica” sulla vicenda, sembra (o finge di) non aver compreso che la questione è ormai chiusa, con buona pace per i suoi tentativi di porre un argine al “vale tutto”.

E’ dal giorno in cui di questa operazione si è avuto notizia che ho avuto l’impressione che si stesse aprendo una discussione su un passaggio di fatto già consumato, su una decisione già assunta. L’ho affermato, scorata, anche nell’ultima riunione della direzione provinciale svoltasi un paio di settimane fa proprio alla presenza di Boccia ed Emiliano e a cui, distorcendone il contenuto, fanno accenno i due consiglieri regionali nella loro nota stampa diramata ieri (“è emersa in modo netto e chiaro la volontà di aprire il partito a nuove forze ed energie”). Forse io ero ad un’altra riunione, eppure in quella discussione non fui l’unica ad esprimere forte disagio e preoccupazione rispetto al nostro progressivo scollamento dal sentimento della nostra base e alla nostra esclusiva attenzione alle altezze, le uniche per le quali risultiamo oggi una comunità politica attrattiva. Frettolosamente i due consiglieri hanno liquidato la questione Spina affermando che con le sue dimissioni da Presidente della Provincia per conto del centrodestra l’unico limite al suo ingresso nella comunità dei democratici sia stato superato e che noi militanti, senza troppo frignare, dovremmo ora rimetterci al lavoro per concentrarci sui prossimi appuntamenti elettorali e sul governo della Regione. Ma certo, la linea politica è dettata. Tutti in riga!

Ho usato l’espressione “catena di comando” non a caso. Come affermato in quella direzione, infatti, ribadisco su queste pagine la mia personale convinzione: non si sta consumando alcun passaggio politico, bensì una mera operazione di potere in cui mandanti e mandati sono molto ben riconoscibili. A mio modo di vedere non c’è nulla di politico nell’ingresso in un partito di centrosinistra (casualmente in fase precongressuale) di una milizia di trecento persone impegnate in un passato non molto lontano in compagini con una storia nel centrodestra, anche se ammantate di civismo. Non c’è nessun grande afflato democratico a muovere improvvisamente tutte queste persone (a vario titolo già persone di potere) verso il Partito, se non la volontà di consolidare il proprio potere e aspirare ad occuparne altro, sotto la cortina di protezione di chi al momento governa Partito, Regione e Paese. Prova ne è che nessuna motivazione politica abbiamo potuto ascoltare, da parte di questi futuri compagni di partito, che andasse oltre il “seguo il Presidente Emiliano” o “mi piace Renzi”.

“Stiamo attenti a non distruggere il Partito Democratico”, ha scritto Alfredo Reichlin oltre un anno fa, antivedendo i rischi che oggi si stanno palesando.

Tra i problemi più grossi che come Democrazia e come Partito ci troviamo ad affrontare, infatti, vi è il fatto che la dimensione del potere ha ormai quasi totalmente superato la dimensione della politica. E che la disintermediazione ha spazzato via i partiti come “corpi intermedi”. La forza delle comunità ha lasciato il passo all’appeal del leader, dell’uomo forte al comando. L’uomo forte qui è Emiliano? Spina è amico di Emiliano? Emiliano è il Segretario del PD? E allora Spina entri nel PD. La politica così si è così ridotta a gestione del potere, ad accordi tra conventicole. Non è più appannaggio di tutti, non è più aperta ai cittadini e attrattiva per tutti ma è interessante solo per aspiranti leader con numeri al seguito.

La politica deve avere la capacità di coinvolgere una comunità non intorno agli uomini e agli uomini forti, ma intorno ad obiettivi e scelte che evocano dei valori. Quei valori, quelli contenuti nel manifesto del Partito che con tanta speranza abbiamo voluto fondare e dal quale con altrettanta disperazione vogliono farci fuggire, sono negoziabili? “Valgono” davvero per tutti?

È proprio in forza di questa consapevolezza e di quei valori che anziché mollare per avvilimento (o per sfinimento, dovrei dire) resto ostinatamente a lottare in quella che considero ancora la casa del centrosinistra. Per tanto ceto politico di lungo corso desideroso di far parte del PD, per tanti Spina che entrano perché amici del capo o Verdini che ammiccano, ci sono decine e decine di militanti e semplici cittadini che minacciano di abbandonarci. Perché? Qualcuno se lo sta ponendo questo problema? È per queste persone, per tutti coloro che sono sull’uscio pronti ad uscire che continuo a voler combattere dentro il PD. Con loro voglio riprendere le fila del discorso e tornare a costruire, di loro voglio interessarmi, non di Spina e degli amici degli amici, che vorrò vedere sul piano dell’iniziativa politica, del rigore etico, dello sguardo sul territorio se sono o no diventati sinceramente democratici.

Voglio rivolgermi a coloro che hanno creduto e che non devono smettere di credere che per cambiare la società dobbiamo iniziare a cambiare i partiti, affinché si trasformino da centri di comando a centri di coordinamento, di promozione di iniziativa, di valorizzazione di processi sociali. A tutti loro, ai delusi, grido: “Riprendiamoci la politica”, non lasciamo il nostro partito a chi pensa di poter cambiare casacca e storia politica come fosse il colore delle pareti.

Lo so che interesserà a pochi – forse a nessuno – questa minoritaria posizione e che questa ostinazione e questo impegno possono sembrare inutili e illusori, ma io ancora ci credo profondamente che… “riesca o no a realizzare appieno la sua proposta” – come ha scritto Gramsci – “è l’esistenza stessa di questo punto di vista che fa parte del quadro e lo modifica.

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