Ricercano l’approvazione altrui a tutti i costi come se da questa dipendesse la propria esistenza e intanto trovano la morte.

Gli episodi recentemente consegnatici dalla cronaca dimostrano ancora una volta l’ingiustificata importanza che purtroppo i social hanno per i giovani e come il desiderio di un elevato numero di like giustifichi azioni rischiose.

Potrebbe apparire pericoloso parlare di queste tematiche, a causa di una possibile emulazione, ma la finalità  vuole essere quella di aiutare i giovani a comprendere quanto preziosa sia la vita e soprattutto di aiutare i più grandi, spesso ignari di tali sfide social, a conoscerle per poter prontamente intervenire.

Quali sono le sfide più pericolose?

I selfie estremi

Da anni assistiamo a selfie estremi: da grattacieli, sdraiati sull’asfalto o su binari.

L’Osservatorio nazionale adolescenza ha diffuso i dati ricavati da questionari compilati da migliaia di adolescenti in tutt’Italia ed è emerso che l’8% di loro è stato sfidato almeno una volta a compiere un selfie estremo; un adolescente su dieci lo ha fatto.

Ho già trattato di scatti che sono costati la vita a tanti ragazzi ma l’interrogativo di un anno fa è ancora e purtroppo sempre più attuale: “E’ davvero così importante l’approvazione altrui?” E’ proprio indispensabile non avere paura di nulla?

E’ notizia recente quella di un quindicenne che nel tentativo forse di scattarsi un selfie da 25 metri di altezza è caduto dal tetto di un centro commerciale.

Gesti insensati che se da una parte vorrebbero apparire come atti di coraggio sono in realtà l’attestazione di una fragilità che si scontra con una società poco sensibile e che non è pronta ad accettarti se non dimostri sempre di più.

Mi piacerebbe davvero che i ragazzi comprendessero che l’ammirazione non la otterranno mai così  e che sono altri i gesti meritevoli di stima.

Si pensi al fenomeno del bullismo: quanti amici potrebbero sostenere e difendere e allora sì che dimostrerebbero coraggio.

Black out challenge

Purtroppo, le tipologie di sfide lanciate in rete e ingenuamente accolte dai giovani sono in aumento: si pensi al “black out challenge” il cui scopo è quello di provocarsi uno svenimento privandosi dell’ossigeno per qualche minuto.

Trattasi di “moda mortale” giunta dagli Stati Uniti dove in un anno sono deceduti 82 adolescenti.

In Italia mesi fa è morto così un ragazzino  -impiccatosi con  il cavo della Playstation- e dopo di lui è toccato a Igor Maj.

Di lui è rimasto solo quell’insano desiderio di dimostrare di essere più forte…anche della morte.

Se solo avesse avuto paura, legando quella corda da montagna al collo, sarebbe ancora qui.

Voglio ricordare le parole dei genitori di Igor:” Fate il più possibile per far capire ai vostri figli che possono sempre parlare con voi, qualunque cosa gli venga in mente di fare devono sapere di trovare in voi una guida che li aiuti a capire se e quali rischi non hanno valutato”.

Blue Whale Game

Di istigazione al suicidio è corretto parlare anche con riferimento al Blue Whale Game, gioco mortale con il quale si spaventano in rete i giocatori, attraverso minacce, sostenendo di essere a conoscenza di tutte le loro informazione private.

Si intima loro che una volta iniziato il gioco non si può tornare indietro.

Il gioco a tappe ha la durata di 50 giorni “di preparazione alla morte”, durante i quali i partecipanti sono chiamati a superare svariate prove: guardare film horror tutto il giorno, tagliarsi ecc.

L’obiettivo è sempre lo stesso: dimostrare al mondo virtuale che si è forti e conquistare like.

Fight club

E’ di questi giorni l’ultima moda che vede gruppi di ragazzini darsi appuntamento sui social per sfidarsi in strada come su un ring: una sorta di fight club.

Non hanno paura delle conseguenze e si ipotizzano anche scommesse intorno a tali risse.

Fire challenge

A dir poco assurda risulta altresì la Fire challenge che consiste nel cospargersi di liquido infiammabile per poi darsi fuoco e gettarsi sotto l’acqua; ovviamente il tutto facendosi filmare affinché il video possa essere postato in rete.

Ignari dei rischi, in tanti accusano gravi conseguenze come la dodicenne statunitense ricoverata in terapia intensiva con ustioni sul 50% del corpo.

Potremmo interrogarci per ore sul perché di tali atteggiamenti per pervenire all’unica conclusione possibile: viviamo in una società sempre più malata nella quale i giovani fanno fatica ad inserirsi e non è neppure facile identificare la vittima di tali giochi mortali perché potrebbe trattarsi del ragazzo dalla forte autostima, a tal punto da sentirsi invincibile, o del ragazzo bullizzato che in quella sfida cerca erroneamente il suo riscatto a l’accettazione.

Kiki challenge

Infine, il Kiki challenge, folle impresa di chi scende improvvisamente da un’auto in movimento e inizia a ballare sulle note di “In my feelings”.

Dai video che circolano in  rete, gli improvvisati ballerini sembrano non rendersi conto dei pericoli al punto che, spingendosi sempre oltre, a scendere dall’auto è spesso il conducente che continua a ballare mentre la vettura ancora in movimento prosegue senza un pilota.

Cosa dovremmo fare noi adulti?

Se dunque i pericoli di oggi non sono quelli di un tempo quando uno dei più grandi problemi era una folle corsa in bici con il rischio di sbucciarsi un ginocchio, cosa possiamo fare noi adulti?

Innanzitutto, stare attenti ad ogni segnale quali cambiamenti di umore, discorsi particolari.

Fondamentale come sempre i dialogo con i figli, fin da quando sono piccoli.

Inoltre, se è vero che dobbiamo rispettare i loro spazi da adolescenti è altrettanto vero che dobbiamo osservarli dalla giusta distanza, vigilare anche sui loro profili social (concordando -perché no- tempi e modi di utilizzo).

Un consiglio sempre valido è quello di invitare gli amici dei nostri figli a casa per conoscerli meglio.

Infine, nella consapevolezza che usciti da casa sono fuori dal nostro controllo, è importantissima la collaborazione con i docenti, nell’ottica di un’alleanza educativa.

E’ vero, queste notizie rattristano e fanno paura tuttavia, meglio leggerle ed averne timore piuttosto che ignorarne l’esistenza, per poter urlare con forza ai giovani che la vita vale molto più di un attimo di illusoria popolarità.

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Maria Teresa Caputo
Maria Teresa Caputo è nata a Barletta nel 1977. Dopo il diploma di ragioneria conseguito nel 1996, si è laureata in giurisprudenza nel 2003 presso l’Università degli Studi di Bari con votazione 110/110. Nel 2006 ha superato l’esame di avvocato presso la Corte di Appello di Bari, conseguendo l’idoneità. Durante l’esercizio della professione legale si è dedicata in particolare al diritto civile, partecipando a numerosi seminari.

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