Game of Thrones: storia di un successo globale, tra alti e bassi

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Poche produzioni negli ultimi anni sono state capaci di catalizzare così tanto l’attenzione su di loro come ha fatto, specie da sette anni questa parte, la serie di romanzi de “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” o, per chi è meno avvezzo alla lettura, la serie tv da essi tratta, nota col più universalmente noto nome di “Game of Thrones”, in italiano “Il Trono di Spade”.

È certo che il successo di questa saga è dovuto a molteplici fattori: innanzitutto lo sdoganamento del genere fantasy, specie dopo le brillanti pellicole di Peter Jackson che con successo e senza inutili cambiamenti hanno trasposto il celebre romanzo di J. R. R. Tolkien, “Il Signore degli Anelli”, portandolo alla ribalta di una nuova generazione di lettori e del grande pubblico in generale, per l’appunto facendo uscire il genere fantasy da una troppo stretta nicchia.

Anche per “Game of Thrones” la riproposizione filmica è stata fondamentale, tra l’altro, visto che la serie di libri, pur già nota del settore, ha avuto una decisa ondata di popolarità proprio a partire dall’ormai lontano aprile del 2011, anno in cui è andata in onda la prima puntata della prima stagione del serial tv targato HBO, pur essendo una serie di libri nata nell’ancor più lontano 1996.

Ma il merito del grande successo di “Game of Thrones”, che si parli tanto dei libri quanto della serie tv, sta nell’ondata di innovazione e nella dovizia di particolari, fattori ascrivibili solo e unicamente allo scrittore che ha ideato questo universo (molto più sconfinato di quanto possano immaginare i soli fruitori del serial tv), il buon George R.R. Martin.

George Martin, pur prendendo a piene mani dalla tradizione fantasy, fantascientifica e persino horror (parliamo di citazioni a numerosi capisaldi della letteratura di questi generi, come il su citato Tolkien e persino Lovecraft), ha combinato questi stilemi ormai classici con una maniera di vedere la storia e il mondo fantasy del tutto originale.

Quello del “Trono di Spade” è un mondo molto simile al mondo medievale “reale”, fatto di grandi casate nobili e regnanti, cavalieri ben diversi dall’ideale poetico dell’eroe senza macchia e senza paura, e poveri oppressi che subiscono quanto accade nel mondo in quello che Martin definisce il “Gioco dei Troni”, in un’eterna lotta al mantenimento del potere politico ed economico.

Pur presenti, la figura dell’eroe senza macchia, gli ideali autentici, le grandi missioni contro il Male per antonomasia rimangono calati in un mondo in cui il vero pericolo non sono i mostri ma le mostruosità generate dalla cupidigia e dalla sete di potere insite nell’animo umano, In “Game of Thrones” esistono la magia, i draghi, le maledizioni e una razza di creature malvagie che minaccia di portare l’Inverno perenne sul mondo, ma il primo vero pericolo da affrontare sono i conflitti politici e la voglia di accaparrarsi un posto all’ombra del trono, se non proprio il trono stesso.

È ovvio che un intreccio simile ha bisogna di molta cura per essere gestito, ma Martin sembra nato per questo: ogni personaggio è caratterizzato alla perfezioni, nessuna sfaccettatura del suo carattere è mai tralasciata o minimizzata; ogni avvenimento, ogni gesto, ogni piccolo simbolo non è posto a caso e ogni cosa è significativa, nel romanzo così come nella serie tv… almeno fino alla quarta stagione.

È indubbio che lo show televisivo stia subendo un rapido e catastrofico tracollo a livello di qualità dell’intreccio e nella crescita dei personaggi, e questo è probabilmente da addebitare alla lentezza nello scrivere di Martin stesso.

La serie tv ha infatti aperto i battenti quando della saga erano già stati pubblicati 4 dei 7 libri preventivati (nell’ordine “A game of thrones”, “A clash of kings”, “A storm of swords” e “A feast of crows”), e ovviamente di questo i due showrunner, David Benioff e D.B. Weiss ne hanno giovato, avendo però come indubbio merito quello di adattare quanto sapientemente scritto da Martin al media televisivo, altrettanto sapientemente.

Ma all’alba della quinta stagione, Martin, notoriamente piuttosto pigro nella pubblicazioni di questa serie di libri (vi basti pensare che il primo libro della saga è stato iniziato nel 1991 e terminato solo cinque anni dopo), aveva terminato di scrivere solo un altro tomo, “A dance with dragons” o “La danza dei draghi” se preferite, lasciando quindi i produttori con l’ardito compito di riuscire a reggere la storia con la stessa cura  e qualità delle precedenti stagioni ma con solo qualche spunto fornito, da quanto ci è dato sapere, dallo stesso Martin. Operazione fallita piuttosto miseramente.

Non fraintendete queste parole: “Game of Thrones” è ancora la serie tv fantasy meglio riuscita in assoluto negli ultimi 20 anni, ma a dirla tutta non è necessario sforzarsi molto per raggiungere questo obiettivo, visti i competitor. E certo, la serie è ancora spettacolare, colma di battaglie, magie, draghi sputafuoco e creature di ghiaccio che minacciano la vita sulla terra. Ma “Game of Thrones” non è mai stato solo questo, ed è proprio la parte che più differenziava questa serie dalle altre è venuta meno.

L’intreccio politico, la caratterizzazione e le motivazioni dei personaggi, i dialoghi, le situazioni, le scelte etiche e tattiche… tolto il sostegno pedissequo di Martin, impegnato ormai da sei anni nella scrittura di un penultimo tomo che non si sa ancora quando vedrà la luce, gli showrunner si stanno avviando alla chiusura di questa epica storia dimenticandosi di cosa l’ha resa grande e semplificando tutto quanto di complesso e interessante era rimasto alla fine della quarta stagione.

Con dialoghi spesso al limite del ridicolo, intere parti di storia completamente stravolte, violentate e cancellate con sotterfugi narrativi da prima elementare e scelte strategiche a dir poco discutibili, conditi di deus ex machina che definire improponibili è dir poco, la serie palesemente punta ad abbagliare lo spettatore con (poche) sequenze di azione prettamente fantasy dimenticandosi la vera sostanza.

Le colpe di questo inesorabile tracollo sono molteplici: la prima parte di colpa ce l’ha Martin che, poco avvezzo ai tempi stretti di pubblicazione al contrario di alcuni celebri colleghi, ha tolto del tutto il proprio sostegno alla scrittura della serie tv con la scusa di volersi dedicare totalmente al libro. Il risultato è il deciso calo qualitativo della prima e la incredibile stagnazione del secondo. Ogni anno sembra l’anno buono per vedere il sesto capitolo delle Cronache, “The winds of winter”, sugli scaffali in libreria e ogni anno puntualmente l’autore conferma che tale miracolo non avverrà, lasciando i lettori della serie in stasi per l’ennesimo anno e la serie in balia delle semplificazioni.

La seconda parte di colpe ce l’ha la produzione della serie in generale; non solo gli showrunner si sono resi colpevoli di ignominiose semplificazioni in ogni parte leggermente più articolata della trama, ma i capi della HBO hanno aggravato ancora di più questa tendenza restringendo i tempi in cui D&D (simpatico nomignolo dato ai due showrunner) dovranno terminare la storia, riducendo drasticamente il numero di puntate delle due stagioni conclusive, la prima delle quali appena conclusasi con risultati disastrosi.

La terza parte di colpe va, ahinoi, agli spettatori della serie, o almeno alla parte che si accontenta di vedere qualche effetto speciale e qualche battaglia per apprezzare “Game of Thrones”. Questi sono gli individui che maggiormente hanno intaccato la serie nelle sue fondamenta, minandole per sempre! Notoriamente una produzione televisiva punta al coinvolgimento del pubblico, quindi risulta naturale che se il pubblico urla alla grandiosità, la produzione vorrebbe accontentarlo.

Ma se una serie nasce con l’intento di mettere quasi in secondo piano questa intenzione in favore di una spettacolarità ideata male e messa in scena peggio, non tanto in qualità visiva ma in quanto a coerenza alla trama e allo spirito originale, allora dovrebbe essere dovere di questa serie non dare al pubblico ciò che pensa di volere ma di continuare per la propria strada.

Come confidiamo accadrà con la serie dei libri, tempo quei 15-20 anni che serviranno all’autore per ultimare i libri o morire provandoci (che ha 68 anni e una forma fisica, combinata ad abitudini alimentari, non proprio eccellente).

Tirare le somme su questo fenomeno è quindi arduo, considerando degli alti smisurati, raggiunti sia a livello letterario che televisivo, con degli abissi di qualità raggiunti principalmente dal serial senza però dimenticare la letargia della pubblicazione editoriale.

In sostanza, “Game of Thrones” è un brand che merita al 100% di essere recuperato ma, specie per quanto riguarda la serie tv, senza dimenticare di armarsi di un robusto spirito critico per non cedere nella tentazione di divenire un fan senza cervello, così da rendersi conto di cosa si sta vedendo e perché.

Quello che ci sentiamo di dire, però, è che la gloria del brand è “meritata male”: senza dubbio la serie ha contribuito pesantemente alla fama della storia ideata da Martin, ma sta costruendo un’immagine per essere traviata e non corrispondente alla vera bellezza che rappresenta l’opera scritta, seppur a ritmi insostenibilmente lenti, dall’autore originale.

Chi vuole veramente scoprire la carica innovativa di questa serie merita un solo consiglio: nonostante la lunghezza (1200 pagine a tomo), l’unica maniera per godersi la serie è leggere i libri che l’hanno originata, così da toccare con mano la vera grandezza della scrittura di Martin.

Tutto il resto è fuoco di drago negli occhi: acceca e fa male, (quasi) fino alla morte.

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Vittorio
Vittorio Grimaldi è nato il 17 agosto 1991. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Casardi" di Barletta, attualmente studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Appassionato ed esperto di folklore e mitologia, gestisce dal 2013 il canale youtube a tale materia dedicato "Mitologicamente". Giornalista iscritto all'albo dei pubblicisti dell'Ordine dei Giornalisti della Puglia, dal 2014 è stato cronista politico della testata online Barletta News fino a dicembre 2017.

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