La forma dell’acqua: sofisticazioni ed habitat per diversi livelli di lettura

barlettanews - La forma dell'acqua film in uscita

Alcune considerazioni profane e non prive di spoilers, nella selva di opinioni su La forma dell’acqua

È un paradosso che a parlarci di forma sia Del Toro, che ha da tempo deposto le armi nella ricerca di una sua forma attraverso l’occhio della cinepresa. Ma se la forma di un liquido è direttamente influenzabile attraverso la scelta di un adeguato recipiente, al regista messicano non si può muovere la critica di una inconsistenza dell’apparato scenico. Quello che i nostri sensi apprendono nell’immediata visione è il grandioso risultato raggiunto da questo ensemble di suggestioni che il regista ha dapprima assorbito, per poi esplicitare. Si è parlato di tutto, oltreoceano e sul versante europeo, tranne che dello studio nella sperimentazione spaziale che rende La forma dell’acqua uno dei film visivamente meglio riusciti di questa decade. Attenzione: non parliamo di visionarietà, per la quale a Del Toro chiederemmo una precisa identità poetica. Questo prodotto tocca le corde emotive dello spettatore perché è un prodotto molto più razionale di quanto non si direbbe a primo impatto.

C’è un dentro e c’è un fuori in La forma dell’acqua. C’è una labirintite dell’animo negli ambienti che chiude il varco a qualsiasi dispersione dello sguardo, concentrandoci nel “qui ed ora” e trasformando in realtà, come in poche altre occasioni, la metafora di Aragon sul “cinema come luogo mentale”. I colori che Del Toro utilizza sono in prevalenza il grigio, il verde e l’azzurro, con relative sfumature. Ottiene così un effetto “stagnante”, col quale riesce ad erigere significati e allusioni al sudiciume del (pre)giudizio umano. Ciò che è segreto è corrotto, insistente il reale come schema sotteso (sotterraneo) ma mai percepibile. Per questo la base governativa ricopre un ruolo fondamentale, in una rappresentazione il cui impatto cromatico promana per “diffusione dal basso”, come investito da un tossico alone che tende a pervadere “gassosamente” gli ambienti. Per questo il lavoro di Elisa è fondamentalmente quello di chi è abituato, per condizione ed handicap fisico, oltre che sociale, a rapportarsi allo scarto biologico altrui.

Le forti allusioni gestuali e mimiche alla verginità di Elisa/Sally Hawkins ne La forma dell’acqua non sono solo un facile espediente narrativo, ma l’archetipo di una purezza preservata da un mondo maschile in cui la volgarità fallica (il manganello, proemio del potere) è spudoratamente esibita. L’ergersi mascolino della creatura, dalla vasca scura in cui è tenuta prigioniera, è assieme un’affermazione estetica e muscolare. Le bassezze – ed assieme quel senso di pudica segretezza in cui galleggia l’identità personale – sono in tal caso racchiuse, e la creatura, come spiegato da Elisa all’inseparabile Zelda, non può, per conformazione fisica, sfoggiare gli organi genitali, celati alla vista da una sorta di membrana che si schiude solo durante l’accoppiamento.

L’uomo nuovo di Doug Jones, che presta le sue fattezze all’amabile mostro di Guillermo Del Toro, è “mostrum” nel senso etimologico di “manifestazione divina”, di superiorità rivelatasi, e non richiama solo il senso etico dell’accoglienza del diverso: il tema biblico del perdono e del miracolo dichiara l’ispirazione al Dio del vecchio testamento, attraverso l’esercizio di un potere di guarigione che trasforma l’amico Giles in un novello Lazzaro, meravigliando, fusa con la commozione dell’immagine, la creatura durante la proiezione de La storia di Ruth, peplum americano su un altro personaggio biblico. La lettura non si ferma se cogliamo in Elisa il germe di Maria Maddalena, la peccatrice, l’ultima, la donna impenitente, che per sopravvivere è costretta a fare dell’umiltà la sua unica dimensione, per poi scoprire qui la forma erotica del messaggio messianico.

È chiaro poi il riferimento in La forma dell’acqua a Michel Hazanavicius, a The artist, al culto del mutismo e dell’espressione artistica che diventa prima diversità, poi desiderio.

Complesso, stratificato, sottoponibile a numerosi livelli di lettura, il lavoro di Del Toro, candidato all’Oscar per il miglior film, gode di una sceneggiatura semplicistica nelle sue dinamiche, ma assieme estremamente colta. Dopo l’incredibile vittoria alla Mostra del cinema di Venezia, sarà questo l’anno del cineasta messicano?

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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