Fertility Day, tra giustificazioni e condanne per i nuovi cittadini di serie B

“L’infertilità ti rende un cittadino di serie B”

È più o meno questa la morale che è balenata in mente a chi vi scrive appena viste le immagini promozionali di quello che è divenuto ormai il famigerato Fertility Day.

Quest’iniziativa ministeriale lanciata con orgoglio e soddisfazione dal ministro Lorenzin ha, almeno secondo l’opinione del ministro stesso, l’intenzione di preservare la salute del popolo italiano scongiurando la crescita zero a cui, secondo le stime ministeriali, andremo incontro entro il 2050. L’intera iniziativa poi è condita da una serie di immagini promozionali che invitano le donne a darsi da fare per sfornare bambini prima che la menopausa incomba e invita le coppie a sbrigarsi a mettere su famiglia per non perdere l’occasione di procreare più di un bambino.

Tralasciando l’ironia insita in un’iniziativa avviata da un governo di “sinistra” (tra molte virgolette) che per molti versi ricorda le campagne a favore delle famiglie numerose ai tempi del Fascismo, è chiaro che l’iniziativa, lanciata in questa maniera, non ha saputo fare altro se non raccogliere una bufera di pareri negativi. I social sono esplosi, voci autorevoli si sono levate per criticare aspramente il ministro e il governo in generale, e la stessa Lorenzin ha poi cercato di giustificarsi, rispondendo alle critiche, anche se inutilmente.

Perché tutte le critiche che sono state mosse sono valide, validissime. E il Fertility Day, più che un’iniziativa volta al benessere del popolo italiano, sembra proprio un’operazione di propaganda riuscita male, cosa che per il governo Renzi non sarebbe nemmeno la prima volta! (vedasi “La Buona Scuola”)

È valida la critica di chi, giunto ad una certa età, ancora non ha un lavoro stabile o comunque una situazione economica che gli permetta di mettere su una famiglia, mantenerla e, soprattutto, rispondere alle mille esigenze che mettere al mondo una nuova vita comporta. La crisi è tutt’altro che finita, e le stime degli economisti sono nere, nerissime. La risposta più diffusa che si ottiene quando si chiede ad un trentenne il perché non decide di farsi una famiglia è principalmente: “E quale futuro darò a mio figlio?”.

Probabilmente lo Stato, prima di dare il via ad una campagna per far mettere al mondo un numero imprecisato di piccoli esseri umani destinati al precariato e a condizioni di vita molto più che precarie, dovrebbe piuttosto cominciare a fare effettivamente un qualcosa di concreto per creare nuovi posti di lavoro, rimettere in circolo la ricchezza, ridare l’avvio ai consumi, cosa che nessuna delle riforme del governo è riuscita a fare con efficacia.

Ancora più valida è la critica di chi, per scelta, ha deciso di non avere figli o, ancora più nello specifico, di quelle donne che non fanno dipendere il loro successo nella vita, il loro sentirsi appagate e bene con se stesse, dall’avere o no un figlio. Perché uno dei messaggi più inquietanti che passano da questa iniziativa è proprio che la donna, per quanto emancipata, libera e indipendente possa essere, non sarà mai pienamente una dona a meno che non sforni un paio di bebè e li accudisca ventiquattr’ore su ventiquattro. Un’idea che va a cancellare mezzo secolo di lotta per le pari opportunità, senza considerare poi che, se lanciata da un ministro donna, questa idea suona di minuto in minuto sempre più parossistica.

Ma la critica più valida, a mio modestissimo parere, è quella di chi non può avere figli, per i motivi più disparati: vedere certe immagini, sentire certi messaggi quando fisicamente, pur volendolo, non si è in grado di generare prole, non può che scatenare nella mente di queste persona un senso di sdegno o, peggio, di assoluta inadeguatezza.

Nel corso degli anni, le cliniche per la fertilità hanno elaborato metodi sempre più accurati per permettere anche a chi normalmente non potrebbe di avere dei figli, e spesso questi metodi vengono anche “pubblicizzati” con iniziative apposite. Ma mai, e ripeto mai, certe iniziative hanno mai trasmesso il loro messaggio con un tono così duro.

Leggere che la fertilità è temporanea e che bisogna sbrigarsi, che la fertilità è un dono che non va sprecato, può sembrare a chi naturalmente non può o non vuole avere figli quasi come un insulto.

Ci si sente cittadini di serie B, esclusi dal poter contribuire al benessere del proprio Paese perché non in grado di poter creare una famiglia, che sia per scelta o per caso naturale. L’incapacità di generare dovuta a problemi medici è già di per sé motivo di imbarazzo e incertezze per chi ne è afflitto, se poi tale incapacità viene demonizzata dallo Stato, un ente che in teoria, secondo una certa cosa chiamata Costituzione, dovrebbe solo favorire il benessere psicofisico dei cittadini, non ci si può aspettare altro che reazione negative a quella che, per molti, è un’ingiuria legalizzata.

Ma tanto al governo non interesseranno queste lamentele, il Fertility Day si farà, si prenderà la sua buona dose d’odio e per la classe politica sarà comunque un grande successo. Magari, alla fine di tutto, al Parlamento approderà anche una proposta di legge per dare incentivi economici a chi riesce a mettere su famiglia da giovanissimi o a chi metta al proprio piccolino il nome “Matteo”, così da rendere le similitudini tra questa iniziativa e quelle passate ancora più numerose e concludere in bellezza quest’ultima, grande beffa!

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Vittorio
Vittorio Grimaldi è nato il 17 agosto 1991. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Casardi" di Barletta, attualmente studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Appassionato ed esperto di folklore e mitologia, gestisce dal 2013 il canale youtube a tale materia dedicato "Mitologicamente". Giornalista iscritto all'albo dei pubblicisti dell'Ordine dei Giornalisti della Puglia, dal 2014 è stato cronista politico della testata online Barletta News fino a dicembre 2017.

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