Contro la visita del sultano fascista Erdogan ed a sostegno di Afrin

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Nessuna accoglienza istituzionale per un criminale di guerra

 Il 20 gennaio di questo anno, con l’avvio dell’operazione militare “ramoscello di ulivo”, il governo turco ha attaccato il cantone di Afrin in Rojava (nord-ovest della vecchia Siria). Numerosi villaggi e la stessa città di Afrin si trovano da 9 giorni sotto pesanti bombardamenti da parte del secondo esercito NATO ed i confini nord, est ed ovest del cantone sono da giorni sottoposti al tentativo di invasione di terra dell’esercito turco e delle milizie jihadiste da esso armate e foraggiate. Il disegno del criminale fascista Erdogan è chiaro: mettere fine all’esperienza rivoluzionaria che partendo dal Rojava si è espansa in tutta la Siria del nord scendendo fin nei territori ad est dell’Eufrate. Tre anni fa la città di Kobane veniva liberata dopo 4 mesi di pesante assedio da parte degli uomini di Daesh ancora una volta sostenuti dall’aviazione turca. Da quel 26 gennaio 2015 le YPG/YPJ con le forze di autodifesa arabe, ezidi, cristiane inquadrate nelle SDF (forze siriane democratiche) hanno proseguito la loro avanzata fino alla liberazione di Raqqa ed al successivo annientamento (sul piano militare) del califfato nero.

Pur essendoci dinamiche molto simili all’assedio di Kobane la situazione oggi è differente. Con la sconfitta di Daesh l’opinione pubblica e la stampa non sta dando la giusta copertura a ciò che in queste ore sta accadendo ad Afrin. I protagonisti della resistenza contro i miliziani dello Stato Islamico sono oggi dimenticati e lasciati morire sotto le bombe del regime turco.

E’ con tempismo quasi perfetto che il 5 febbraio il criminale fascista turco Recep Tayyip Erdogan è stato a Roma in visita istituzionale dal Presidente della Repubblica Mattarella, dal presidente del Consiglio Gentiloni e, successivamente, dal Papa. Per l’occasione è stata proclamata in tutta Italia una settimana di mobilitazioni diffuse su tutto il territorio italiano in solidarietà con la resistenza di Afrin ed in opposizione alla presenza del terrorista Erdogan, che porterà alla grande manifestazione nazionale a Roma del 17 febbraio. Anche a Bari saremo in piazza con un corteo per cercare di rompere il silenzio su quanto sta accadendo in Rojava, dove il governo fascista turco, alleato del nostro governo, ha di fatto consegnato le armi ai miliziani delle brigate Al Sham e legati ad Al Qaeda. Edifici pieni di civili vengono sistematicamente bombardati con aerei ed elicotteri, alcuni dei quali forniti dall’Italia, mentre i compagni delle Unità di difesa del popolo resistono sui confini sotto il fuoco di armi NATO e mezzi di artiglieria forniti dal governo tedesco.

E’intollerabile che il principale responsabile di tanto sangue e vittime civili arrivi indisturbato nelle nostre città e venga ricevuto con tutti gli onori riservati ad un capo di stato. E’ inaccettabile il muro di silenzio eretto dai media mainstream incapaci di fare informazione, di fatto complici di un massacro ai danni della popolazione del Rojava. In un paese in cui lo spauracchio del terrorismo è un’abile scusa per emanare leggi securitarie e repressive, appare grottesco che nessuno dica nulla contro la visita del principale alleato di ISIS e delle altre milizie jihadiste presenti sul territorio siriano. E’ assurdo il modo in cui Russia, USA e “comunità internazionale” si siano fatti da parte ora che il sostegno ai kurdi non è più necessario.

 Sul piano politico, inoltre, è dovere di tutta l’umanità difendere il processo rivoluzionario scaturito dalla proclamazione dell’autonomia democratica in tutti i territori liberati della vecchia Siria. Un modello di società basato sull’antisessismo e sulla centralità del ruolo delle donne nella crescita e nella sopravvivenza delle comunità; sul rispetto e la difesa di tutte le minoranze etniche e religiose che vi coesistono; sull’abbattimento dei confini dello stato nazione e sull’ecologismo sociale. Saremo, quindi, in piazza per dar voce alla resistenza di Afrin e per sostenere le migliaia di donne e uomini che stanno dando la vita per la difesa delle loro comunità, resistenza a cui hanno preso parte anche numerosi combattenti internazionali tra cui alcuni compagni italiani, in queste ore sul fronte.

Ricevere Erdogan significa sporcarsi le mani del sangue che il governo turco sta spargendo in una deriva repressiva e fondamentalista che va avanti da anni dentro e fuori la Turchia. Ricordiamo l’assassinio delle compagne Sakine, Leyla e Fidan a Parigi per mano dei servizi segreti turchi; l’arresto e la tortura di centinaia di accademici, giornalisti e politici non allineati al regime; le bombe sul campo profughi di Makhmour nella regione del Kurdistan iracheno oltre che il sistematico tentativo di invasione del Rojava.
E’ per questi motivi che è necessario esserci.

Per i popoli della Siria del nord, per la resistenza kurda, per Sakine, Leyla e Fidan, per i nostri compagni sul fronte.

Emma Cafiero _Comitato cittadino di solidarietà con il popolo kurdo

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