Eraclio… e se fosse venuto via terra? A portarcelo, Federico II

Mentre ancora oggi gli studiosi non sono d’accordo sulla attribuzione della identità di Eraclio, limitandosi a convenire che si tratta in ogni caso di un imperatore bizantino, scontate fin qui sembravano almeno le modalità del suo arrivo a Barletta. Vuole infatti la tradizione, risalente a una cronaca del 1600 del gesuita Giovanni Paolo Grimaldi, che, trafugata durante l’occupazione di Costantinopoli del 1204 da parte dei Crociati, la statua fosse stata stivata all’interno di una nave diretta a Venezia, naufragata di fronte al litorale di Barletta. I nostri marinai avrebbero allora imbracato il Colosso e tirato a riva e qui, trasportato e deposto sul molo portuale, ricostruzione ripresa dal prof. Pasquale Testini.

Ma a mettere in dubbio questa versione, qualche anno fa, ci ha pensato il prof. Gianfranco Purpura, ordinario di Storia del Diritto dell’Università di Palermo, il quale, nel corso di un Convegno internazionale dell’Accademia Costantiniana (cfr. Atti del convegno studi, Spello 1990) contestò l’improbabile ricostruzione fatta dal padre G. P. Grimaldi che l’avrebbe acquisita da una generica “antica tradizione” secondo la quale sarebbero stati i Veneziani a prelevare a Costantinopoli la statua raffigurante l’imperatore Eraclio modellato da un tale Polifobo. Un ipotetico naufragio nei pressi del litorale di Barletta della nave veneziana che la trasportava, ne avrebbe determinato così la sua acquisizione. Pasquale Testini, pur prendendo le distanze da questa spiegazione da lui considerata una storiella di carattere umanistico, escogitata dal Grimaldi, tuttavia ammette almeno un margine di veridicità alla ricostruzione di questo racconto che appare essere l’unica versione finora proposta.

Ed è proprio in alternativa a questa tradizionale ricostruzione, che il Purpura ne adombra un’altra, cioè l’ipotesi che il colosso di bronzo, sarebbe stato scoperto a Ravenna dall’imperatore Federico II e trasportato a Barletta via terra agli inizi del 1232.

Perché Federico? (sempre lui!) e perché il monarca svevo si trovava in quel di Ravenna? Perché nell’estate del 1231 i Comuni lombardi avevano rinnovato il patto per la Lega e avevano deliberato di organizzare un forte esercito per rinnovare i fasti della vittoriosa battaglia di Legnano contro il grande Federico Barbarossa (29 maggio 1176). Per scoraggiare sul nascere la fronda antimperiale, accompagnato da Berardo di Castacca e Tommaso d’Aquino, ai primi di novembre del 1231 Federico si portò a Ravenna dove fissò una dieta, cioè una grande assemblea, di principi italiani e tedeschi per il 25 dicembre. Frattanto, nell’attesa degli eventi, il sovrano veniva informato da un cavaliere di nome Riccardo che in un tratto di campagna non lontano dalla città affioravano, fra l’incolta vegetazione, dei sassi che tradivano forse – a suo dire – la presenza di un sottostante ritrovamento archeologico. Pur dubbioso, Federico, appassionato di antichi cimeli, anche per tenere impegnati i suoi uomini, avviò veri e propri scavi nei pressi dell’antica città dei re goti e degli imperatori bizantini.

Dopo circa tre-quattro mesi, affiorava alla luce, in buono stato, il Mausoleo di Galla Placidia e accanto una gigantesca statua di un imperatore bizantino, presumibilmente Teodosio il Grande, padre di Galla.

Sulle modalità degli scavi effettuati da Federico II siamo informati da un dettagliato resoconto fornito nel 1275 da frate Tommaso da Pavia che nel 1253 era stato in Romagna ed essendo amico dell’arcivescovo ravennate Filippo, gli aveva circostanziatamente riferito i particolari del ritrovamento (il testo integrale, in latino, è riportato dal Purpura nella sua relazione). Nulla però, naturalmente, il frate riferisce circa l’identità dell’imperatore bizantino e sulle circostanze e i tempi della sua fusione. A parere dello studioso palermitano è evidente che i problemi relativi alla provenienza, trasporto e collocazione originaria, sono strettamente connessi alla identificazione del personaggio e dell’avvenimento storico che ha determinato l’erezione della statua.

Secondo Purpura quella statua potrebbe essere stata eretta a Ravenna intorno al 438, anno della promulgazione del codice teodosiano (Teodosio II, 401-450) da Valentiniano III in onore del nonno Teodosio I il Grande (347-395) padre di Galla Placidia. Collocata inizialmente davanti al palazzo di Valentiniano, la statua sarebbe stata successivamente traslata accanto al Mausoleo di Galla.

Federico II avrebbe allora disposto il trasporto della statua a Barletta, il che confermerebbe la grande predilezione del sovrano verso la nostra città. Deposta sul molo, avrebbe atteso circa sessant’anni prima che Carlo II d’Angiò, nel 1309, se ne accorgesse per prometterla ai domenicani di Manfredonia. Com’è confermato dall’unico documento fin qui certificato – sulla vicenda -, un editto con il quale il sovrano angioino concedeva la statua deposta presso la dogana portuale per fonderla e cavarne bronzo per la campana della chiesa in costruzione presso Siponto Carolus cedebat religiosis viris fratribus predicatoribus in Manfredonia morantibus seu ipsorum nunciis ymaginem de metallo existentem in dohana Baroli… in subsidium campanae della chiesa in costruzione presso Siponto (il testo dell’editto nell’Archivio di Stato di Napoli, Regestri Angioini, Regesto n. 185 del 1309 B, foglio 245, riprodotto in LOFFREDO, Storia della città di Barletta, I, Vecchi-Trani 1893 e in TESTINI, La statua di bronzo o Colosso di Barletta, in Vetera Christianorum 10/1973, 129,2).

Nonostante la distruzione prevista della statua per la fabbricazione della campana, essa è giunta fino a noi sostanzialmente integra, essendo stato accertato in occasione del restauro del 1980 (a cura di G.B. De Tommasi) che almeno la testa ed il busto fossero coevi e facessero parte della stessa originaria fusione. Il che lascerebbe supporre – secondo la tradizione – che, dato il modesto pescaggio dell’imbarcazione, essi abbiano potuto imbarcare soltanto gambe e braccia della statua, rinviando ad un viaggio successivo il completamento del carico.

Il trasporto della statua dell’imperatore bizantino a Barletta rientrerebbe nel novero di simili operazioni compiute dal sovrano già prima e dopo quel ritrovamento. Sui tempi del trasporto e sulle modalità, Purpura non si pronuncia. Suppone solo che potrebbe essere avvenuto subito dopo il riscoprimento, oppure dopo la presa di Ravenna del 1240 – da parte dello Svevo – quando dispose l’invio, in Puglia, di diverse opere, incaricando del trasporto il camerarius imperiale Riccardo di Montefuscolo, addetto alla cura dei beni regi (omonimo dello stesso funzionario al quale Federico, in quello stesso periodo, aveva dato l’incarico di iniziare la costruzione di Castel del Monte). I documenti relativi a questa costruzione erano andati distrutti nella disfatta di Parma (1247), può darsi che in quei carteggi ci fossero anche i documenti relativi al trasferimento di questa statua.

Resta in ogni caso il dubbio del perché sarebbe stata scaricata presso la dogana del porto e non in luogo più dignitoso, come – per esempio – nell’atrio interno del Castello. Ma questa è un’altra storia.

a cura di Renato Russo

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