Economia BAT: segnali di ripresa, ma cresce l’emigrazione

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Riportiamo di seguito il comunicato pervenutoci da Emmanuele Daluiso, Vice Presidente Euro*IDEES-Bruxelles e Membro dell’AISRE (Associazione Italiana di Scienze Regionali):

In questi ultimi giorni di giugno tre eventi hanno caratterizzato il panorama dell’economia italiana: due a opera dell’ISTAT e uno da parte di SVIMEZ, che consentono di fare nuova luce sulla ripresa economica in atto, evidenziando la fragilità del Mezzogiorno, soprattutto in termini di capacità di formazione e mantenimento delle risorse umane.

LISTAT ha provveduto a diffondere la stima preliminare del Prodotto Interno Lordo e dell’occupazione a livello territoriale per l’anno 2017 e a diffondere i dati su popolazione, occupazione e disoccupazione per sistema locale del lavoro dal 2006 al 2017, da cui emerge che la ripresa economica in atto sta interessando anche il Mezzogiorno e la BAT.

La SVIMEZ ha presentato presso il Senato il volume sull’Università nel Mezzogiorno, che mette in evidenza il fenomeno dell’emigrazione universitaria dal Sud verso il Centro-Nord e l’estero e stima il costo di tale emigrazione a danno del Sud.

Vediamo in sintesi alcuni risultati frutto di nostre elaborazioni dei dati su richiamati.

La lenta ripresa economica

La stima preliminare del Prodotto Interno Lordo a livello territoriale per il 2017 evidenzia che la crescita economica ha interessato maggiormente le regioni del Nord (+1,8%), rispetto a quelle centrali (+0,9%) e a quelle meridionali (+1,4%). La media della crescita italiana è stata del +1,5% un dato assolutamente insufficiente se consideriamo che nel 2017 l’economia dell’eurozona è cresciuta del +2,6% e l’intera Unione europea del +2,7%.

La ripresa economica italiana procede lenta, soprattutto al Sud, così come la crescita dell’occupazione che nella media italiana è stata del +1,1%, contro +1,3% nell’eurozona e +1,4% nell’Unione europea. A livello territoriale la crescita dell’occupazione è stata al Nord più sostenuta che al Sud (+1,3 contro +1%).

A livello settoriale, la crescita del 2017 è stata trainata in Italia dal commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+2,6%) e dall’industria in senso stretto (+2,1%), a fronte di una forte contrazione dell’agricoltura, silvicoltura e pesca (-4,4%).

Nel Mezzogiorno la crescita economica del 2017 è stata invece maggiormente trainata dall’industria in senso stretto (+4,4%), dal commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+3,4%) e dalle costruzioni (+3,2%).

Se allunghiamo lo sguardo indietro sino al 2000 possiamo renderci conto della lentezza con cui sta procedendo la ripresa italiana, anche quella del Centro-Nord, rispetto all’Unione europea, e in particolare rispetto alla Germania.

Questo è quanto emerge dalla nostra ricostruzione dell’evoluzione del Prodotto Interno Lordo nei paesi europei e in Italia. Da tale ricostruzione emerge chiaramente il divario crescente del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord, un divario che è alla base dei più recenti flussi migratori dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord e verso l’estero.

I sistemi locali del lavoro

Un’analisi più puntuale delle dinamiche occupazionali a livello territoriale è quella che l’ISTAT fa per sistemi locali del lavoro (SLL).

I sistemi locali del lavoro, nell’accezione proposta dall’Istat fin dal 1981, rappresentano dei luoghi (precisamente identificati e simultaneamente delimitati su tutto il territorio nazionale) dove la popolazione risiede e lavora e dove quindi indirettamente tende a esercitare la maggior parte delle proprie relazioni sociali ed economiche. L’ISTAT ha così articolato il territorio italiano in 611 sistemi locali del lavoro, di cui 44 in Puglia e 4 nella BAT.

La nuova serie di dati pubblicati si estende dal 2006 al 2017 e perciò consente di ricostruire la dinamica dell’occupazione a livello territoriale, anche in relazione alla tipologia produttiva dei sistemi locali del lavoro, articolata in quattro classi (sistemi senza specializzazione, sistemi non manifatturieri, sistemi del made in Italy, sistemi della manifattura pesante), a loro volta suddivise in sottoclassi e gruppi.

Abbiamo effettuato alcune elaborazioni sui dati dell’ISTAT con i seguenti risultati.

Nel complesso il numero di occupati nel 2017 è ancora sotto il valore del 2008, l’anno pre-crisi in cui si è raggiunto il valore massimo di occupati, nonostante dopo il 2014 vi sia stata una ripresa.

La crisi occupazionale ha interessato tutte le quattro tipologie di sistemi locali del lavoro ma è stata particolarmente intensa nei sistemi senza specializzazione, anche se questi sono stati poi più reattivi nel periodo più recente.

A livello di gruppi, quelli più reattivi nella fase più recente, cioè dopo il 2014, sono stati i sistemi turistici, i sistemi urbani pluri-specializzati, i sistemi locali dei mezzi di trasporto e i sistemi dei gioielli, occhiali e strumenti musicali.

I sistemi locali pugliesi

La Puglia comprende 44 sistemi locali del lavoro e si caratterizza per una forte specializzazione, in termini di occupazione, in sistemi locali del lavoro “senza specializzazione”, proprio quelli che hanno risentito maggiormente della lunga crisi post 2008. Una accentuata specializzazione è anche quella riguardante i sistemi del made in Italy, soprattutto quelli del tessile-abbigliamento-calzaturiero e dell’agro-alimentare. Ancora poco significativi sono i sistemi locali turistici.

Nel periodo più recente la ripresa occupazionale è stata più significativa nei sistemi locali a vocazione agricola, nei sistemi del tessile-abbigliamento e nei sistemi turistici.

I sistemi locali della BAT

Il territorio della BAT si caratterizza per la presenza di quattro sistemi locali del lavoro: quello di Barletta, che comprende Andria, Trani, Canosa e Margherita di Savoia; quello di Minervino Murge con Spinazzola; quello di San Ferdinando di Puglia con Trinitapoli. Bisceglie fa parte del sistema di Molfetta, che comprende anche Giovinazzo e Terlizzi. Ai nostri fini è utile considerare anche i sistemi confinanti di Corato e di Cerignola.

Di tali sistemi quelli di Barletta, Minervino, Molfetta e Corato sono sistemi del made in Italy, mentre quelli di San Ferdinando e Cerignola sono sistemi senza specializzazione.

I sistemi che hanno maggiormente risentito della crisi sono stati quelli di Barletta e di Minervino Murge, che hanno manifestato anche difficoltà nella fase di ripresa post 2014.

L’emigrazione verso il Nord

Le difficoltà di crescita dell’economia del Mezzogiorno rappresentano il contesto entro cui si sono manifestati flussi significativi di emigrazione verso il Nord e verso l’estero.

Per il terzo anno consecutivo la popolazione italiana continua a diminuire, nonostante la maggiore popolazione immigrata. Nell’ultimo triennio la popolazione italiana è diminuita dello 0,5%, una contrazione  particolarmente accentuata nel Mezzogiorno (-1%) e anche nella BAT (-0,8%).

Scomponendo la variazione totale in saldo naturale (nati-morti) e saldo migratorio (immigrati-emigrati) emerge chiaramente che nella BAT nell’ultimo triennio la perdita di occupazione è quasi totalmente da addebitare al saldo migratorio negativo.

Se poi guardiamo la dinamica del saldo migratorio nel lungo periodo, tra il 2002 e il 2007, emerge chiaramente come le regioni del Centro e del Nord in tale periodo non abbiano mai avuto un saldo negativo, mentre il Mezzogiorno, come pure a BAT, hanno registrato per più anni un saldo negativo.

L’emigrazione universitaria

In questo contesto di fondo di consistenti flussi di emigrazione netta di popolazione dal Sud verso il Nord e verso l’estero, acquista particolare rilievo il recente studio della SVIMEZ sull’emigrazione universitaria.

Lo studio SVIMEZ evidenzia che nell’anno accademico 2016/2017 i meridionali iscritti all’Università sono complessivamente 685 mila circa, di questi il 25,6%, pari a 175 mila unità, studia in un Ateneo del Centro-Nord. La quota, invece, di giovani residenti nelle regioni del Centro-Nord che frequenta un’Università del Mezzogiorno è appena dell’1,9%, pari a 18 mila studenti. Ne deriva, quindi, un saldo migratorio netto universitario pari a circa 157.000 unità.

Fra le regioni che maggiormente partecipano al fenomeno dell’emigrazione universitaria c’è la Puglia con il 32% di studenti iscritti.

Questo trend viene interpretato come l’anticipazione della decisione migratoria già al momento della scelta universitaria, con l’obiettivo di avvicinarsi a mercati del lavoro che vengono ritenuti maggiormente in grado di assorbire capitale umano ad alta formazione.

 

Considerazioni conclusive

Dai dati qui esaminati emerge con chiarezza la dura realtà di vivere nel Mezzogiorno: scarsa crescita economica, scarsa occupazione, tanta emigrazione, soprattutto emigrazione intellettuale, che impoverisce il Mezzogiorno non solo nel presente, ma ancor più nel futuro, in cui il ruolo del cosiddetto “capitale umano” sarà un fattore sempre più competitivo.

In queste condizioni, in assenza di una strategia di sviluppo di lungo periodo, diciamo una strategia ventennale, il Mezzogiorno avrà sempre più difficoltà a mantenere il passo del Centro-Nord e allo stato attuale non sembra emergere una volontà/capacità di procedere in questa direzione.

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