Dure a morire: le Province e la riforma che non c’è

Troppi dubbi e incertezze sulla legge 56 a pochi giorni dalle lezioni provinciali

grimaldiLa pausa estiva delle istituzioni sta giungendo rapidamente al suo epilogo e la ripresa delle attività segna l’approssimarsi della nascita delle “nuove” Province.

Eppure, stranamente, più passa il tempo e più le incertezze aumentano, nonostante lo slancio dell’esecutivo negli ultimi giorni di attività: dopo l’approvazione della legge 56, ovvero la riforma Delrio, il 6 agosto  è stata votata in gran fretta l’articolo 28 della riforma del Senato che, a detta di alcuni parlamentari, avrebbe segnato l’effettivo tramonto delle Province, prossime alla definitiva cancellazione dalla carta costituzionale.

Eppure questa cancellazione, ai fatti, sembra lontana, lontanissima! Le Province, nonostante tutti i mutamenti formali, hanno continuato ad esercitare le proprie funzioni come se nulla sia mai accaduto nella due camere parlamentari. Se nella riforma è stato stabilito il graduale passaggio delle funzioni  delle Province a Regioni e Comuni nell’ottica di una migliore ottimizzazione della Pubblica Amministrazione e di un risparmio prettamente economico, l’ente provinciale ha conservato nei fatti tutte le sue funzioni.

Gli esempi noti al pubblico sono a dir poco lampanti: i presidenti della Provincia di Bari e Salerno hanno nominato nuovi assessori; la Provincia di Bergamo ha comperato un pezzo di terra in Basilicata per 56 milioni di euro; quella di Rovigo ha stanziato premi per merito per sei dirigenti e il segretario generale che ai cittadini costano 146mila euro. Di esempi ce ne sarebbero molto altri, tutti atti ad avvalorare una tesi ben precisa: le Province, nonostante tutto, “resistono” alla volontà dell’esecutivo di eliminarle definitivamente dal quadro istituzionale.

A nulla sono serviti dunque i pareri degli esperti, che con voci ben più autorevoli di questa, hanno affermato che, alla graduale sparizione dell’ente Provincia si sarebbe dovuta accompagnare un contemporaneo trasferimento di competenze in seno almeno alle sole Regioni, che poi avrebbero dovuto provvedere ad un’ulteriore suddivisione delle stesse tra comuni e aree metropolitane. Anzi, maggiori dubbi emergono anche considerando le 10 città metropolitane che dovrebbero entrare ufficialmente in funzione dal prossimo gennaio, le quali sembrano sempre di più il segno di un cambiamento solo di facciata visto che le loro competenze e la loro geografia sembra rispecchieranno pedissequamente quelle che attualmente sono caratteristiche rappresentative delle attuali Province.

Così, la data delle elezioni che vedranno sindaci e consiglieri comunali dover scegliere i nuovi membri dell’amministrazione provinciale si avvicina portando con sé una quantità pericolosamente alta di dubbi e incertezze. Non sorprende che si vociferi già un rinvio delle stesse; la provincia di Modena lo ha già fatto, rinviando al tornata elettorale al 4 ottobre, per fare in modo che le forze politiche trovino accordi più chiari sul da farsi. Vacilla dunque anche l’unica, vera ed effettiva conquista della riforma, ovvero l’elezione “indiretta” degli organi provinciali, non più scelti direttamente dal cittadino ma dagli amministratori dei vari comuni rientranti il territorio provinciale; una maniera, secondo l’idea originale della riforma, per eliminare le spese connaturate in una comune elezione, cosa che si tradurrebbe in un grande risparmio se unita al fatto che i nuovi consiglieri, assessori e presidente della Provincia dovrebbero prestare servizio in maniera assolutamente gratuita.

Ma quando si parla di soldi e compensi, “gratuito” è un vocabolo eliminato più volte da tutti i dizionari: all’articolo 23 del decreto legge 90, votato ed approvato in extremis dalle camere, si legge infatti che “restano a carico della città metropolitana o della provincia gli oneri per i permessi retribuiti, per i rimborsi spese e le indennità di missione, per la partecipazione alle associazioni rappresentative degli enti locali e gli oneri previdenziali, assistenziali e assicurativi”.

“Fatta la legge, trovato l’inganno”, a dir poco paradossale però che l’inganno in questione si possa rinvenire in un’altra legge! E così, tutto è cambiato sulla carta ma, nella sostanza, nulla  lo è realmente e anzi sembra che l’attuale assetto istituzionale sia più che intenzionato a rimanere invariato, immune dalle volontà riformatrice dell’esecutivo.

Cosa accadrà dunque alla ripresa dei lavori della classe politica? Quale sarà il futuro delle Province? Spariranno oppure cambieranno solo volto, rimanendo tuttavia sempre uguali, invariate e insensibili dalle differenti volontà e dal mutare dei tempi? Come sempre, occorrerà aspettare l’effettivo giungere delle scadenze e le azioni della Pubblica Amministrazione, ma sempre più vivida aleggia nell’aria una pesante domanda: questa riforma sortirà davvero gli effetti sperati o sarà l’ennesimo flop?

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Vittorio
Vittorio Grimaldi è nato il 17 agosto 1991. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Casardi" di Barletta, attualmente studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Appassionato ed esperto di folklore e mitologia, gestisce dal 2013 il canale youtube a tale materia dedicato "Mitologicamente". Giornalista iscritto all'albo dei pubblicisti dell'Ordine dei Giornalisti della Puglia, dal 2014 è stato cronista politico della testata online Barletta News fino a dicembre 2017.

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