Donne e femminicidio – Conoscere il proprio modo di amare può evitare forme di violenza

Ieri sera presso la Chiesa di Santa Lucia si è tenuto un incontro in occasione della Giornata mondiale della violenza sulle donne. All’evento hanno partecipato il Coordinamento Donne ACLI circolo “Ciccio Sfrecola”, il comitato “Se non ora quando?” ed è stata promossa la campagna di sensibilizzazione “Keep calm and non essere violento”, patrocinata dell’Amministrazione Comunale.

Ha introdotto l’incontro la Dott.ssa Lisa De Marinis, psicologa specializzata in psico-traumatologia, iniziando ad esporre le diverse forme di violenza e le possibili cause che rischiano di innescare determinati meccanismi nel cervello umano.

Amiamo come siamo stati amati: è la base della nostra crescita emotiva. Come sappiamo la prima forma d’amore si riceve in famiglia e non essendo una nostra scelta siamo costretti ad apprendere l’educazione incondizionatamente facendo fronte a diversi stili di attaccamento.

L’Attaccamento coinvolge il bambino dai primi 6 mesi di vita, si tratta di una reazione che determina biologicamente una figura principale sulla quale riporre la propria fiducia e la scelta, il più delle volte, ricade tra quelle persone che percepisce nelle vicinanze. Tale reazione è suddivisa in:

Attaccamento sicuro: il bambino viene lasciato libero di esplorare sapendo che il caregiver (figura che assiste senza alcun compenso) è disponibile a soddisfare i suoi bisogni affettivi, offrendogli un punto di rifermento sicuro. Da qui, una volta adulti, si ha la tendenza a cercare un partner altrettanto affidabile essendo in grado di vivere l’intimità e le vicinanze affettive.

Attaccamento evitante: in questo caso il genitore non è disponibile, non soddisfa l’ esigenza di sopravvivenza e i bisogni del bambino, che di conseguenza percepirà una situazione di angoscia determinata da tale lacuna ed entrerà nella convinzione di non essere degno di amore. Sarà quindi un adulto evitante, non in grado a sua volta di sintonizzarsi con i bisogni relazionali del partner, vivendo per lo più relazioni occasionali o dopo l’iniziale innamoramento avrà la tendenza a svalutare il compagno, poiché intollerante alla vicinanza costante di qualcuno.

Attaccamento ambivalente: se il caregiver ha attenzioni altalenanti nei confronti del bambino, può causargli insicurezza ed ansia; queste sviluppandosi con la crescita possono provocare a loro volta la tendenza ad un forte desiderio di fusione e di innamoramento.

Attaccamento disorganizzato: in questo caso il bambino vive una situazione di grave trascuratezza, maltrattamenti e a volte abusi; uno o entrambi i genitori non risultano essere basi sicure ma fonte di pericolo.

«Il senso di disorganizzazione nel bambino si origina nel non riuscire  a trovare un senso a ciò che avviene. Gli stili di attaccamento, dunque, rappresentano la forma delle future relazioni sentimentali. Le possibili conseguenze che possono verificarsi sono: il terrore dell’abbandono, devozione estrema, gelosia morbosa, mancanza d’interesse per la propria vita, paura di perdere la persona amata, incapacità di tollerare la solitudine, panico davanti a minime contrarietà e relazioni simbiotiche. Tutto questo genera a sua volta una serie di sfaccettature quando la relazione diventa violenta, ovvero il partner viene percepito come un oggetto e quindi si vive nella convinzione di poter sfogare la propria rabbia su di esso, alternando episodi di apparente riconciliazione a momenti di speranza (in questo caso della vittima) di rinegoziare la propria relazione. I VIOLENTI non sono psicotici. Aggrediscono in determinati contesti e in momenti precisi, perciò non possiamo parlare di raptus ma di logica e lucidità, anche al fine di non lasciare prove dell’abuso» ha sottolineato la Dott.ssa De Marinis.

Non in tutti i casi è necessario l’intervento dello psicologo, poiché a prescindere dallo stato familiare, la vittima può avere una predisposizione nel riuscire ad affrontare comunque la vita adulta in modo sano. Essere consapevoli del proprio stile di attaccamento è il primo passo per costruire una relazione soddisfacente e sana con il proprio partner.

Resta il fatto che una lotta senza fine e confini è certamente quella contro il femminicidio. Ora più che mai se ne parla in tutto il mondo, specie in occasione della giornata mondiale del 25 novembre in cui si ricorda la tragedia delle tre sorelle Mirabal, uccise e torturate perché oppositrici del duro regime dittatoriale che a quei tempi era presente nella Repubblica Domenicana. Questo accadeva il 25 novembre 1960.

 «Per questo oggi non è solo una commemorazione – ci spiega l’assistente sociale  e mediatore familiare Antonia Filannino – bensì un vero e proprio problema a livello mondiale. Non è solo un reato di attualità, ma anche storico. Prendendo in esame l’ultimo anno corrente, possiamo dire che ben 58 donne sono state uccise dal proprio partner o ex compagno. Secondo i dati Istat 2015 il 35% delle donne nel mondo ha subito violenza di qualsiasi genere; solo in Italia contiamo ben 6.788.000 donne che nel corso della propria vita hanno subito forme di violenza fisica, sessuale, economica, spirituale e psicologica».

Spesso tendiamo a credere che la violenza sia una realtà lontana da noi, invece ogni atto che abbia o possa avere come risultato una sofferenza di qualsiasi genere deve essere chiamato con il proprio nome: VIOLENZA.

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