Donne, attrici… azione! 5 eroine (dagli anni ’90 ad oggi) che hanno rivoluzionato il cinema al femminile

Non solo action, o perlomeno non nell’accezione in cui tutti lo intendiamo. La donna che “buca” il grande schermo borghese non è una creazione del cinema della Nuova Hollywood o della differenziazione dei generi, come in molti sostengono. Nessun segno inequivocabile di rottura tra vecchio e nuovo, nessun evento epocale interno alla storia del cinema ha segnato il passaggio della donna da ancella del desiderio o distrazione per le robuste vicende maschili, a elemento naturalmente indispensabile della rappresentazione.

Per iniziare a comprendere questo cambiamento strisciante nella settima arte occorrerebbe smetterla di pensare alla sola Vivien Leigh/ Rossella O’Hara come ad un modello d’ispirazione per il cinema che venne. Già gli anni ’20, se non i tardi anni ’10, suggerivano un cambiamento non più così sottile, percepibile, se non in sede di sceneggiatura, direttamente nell’evoluzione delle carriere attoriali. Basti pensare a due grandi attrici come Miriam Cooper e Mae Marsh, all’assenza quasi patologica di impegno melodrammatico per l’attrice di The deep purple, e all’incomparabile carica ed intensità scenica della Marsh proprio con quel David Wark Griffith che aveva così incessantemente limitato la Cooper in Intolerance.

Nessun “golpe” femminile quindi, ma il riconoscimento graduale al “gentil sesso” di una diversa sensibilità, attinente alla veridicità sempre più realistica dei soggetti e alla diffusione del dramma e del melò come cartine tornasole di un mezzo che non poteva più essere solo uno stuzzicante divertissement per la nobiltà dei circoli culturali. La donna al cinema era sporca perché lo era la vita, graffiava per sopravvivere e non solo per rispettare il suo ruolo materno, iniziava ad essere disillusa quanto o più di molti uomini, riuscendo gradualmente, grazie all’opera di produttori e sceneggiatori intelligenti, a ribaltare un diffuso luogo comune: la donna perno del focolare domestico trasla con eleganza il centro di gravità e l’interesse rappresentativo all’interno del nucleo famigliare, anticipando due intere decadi di fenomeni sociali e di costume negli anni ’40 e ’50, tra Europa e Stati Uniti.

Riappropriatasi filmicamente di questi equilibri, che sono quelli della drammaturgia classica, non ha più alcun bisogno dell’uomo per esprimere la tragicità degli eventi, del fato, di un destino spesso avverso ma affrontato sempre a testa alta e con un rossetto rosso nella borsetta. Non è un caso se la generazione corrente, compresa indicativamente tra il 1990 e il 2010, possa vantare la summa di un percorso di emancipazione femminile dalla pellicola al digitale:

Léon (1994)

Piccola, fragile, innocentemente conturbante. La Natalie Portman che si presenta al cinema che conta a soli 13 anni è un concentrato, forse anche ben oltre le intenzioni di Luc Besson, del cinema al femminile. Nella versione integrale del grande film dell’autore francese, una gustosa sequenza ce la mostra nei panni di Marylin Monroe, dinanzi a un Jean Renò evidentemente in difficoltà. Proprio l’età anagrafica è un fattore da non sottovalutare: Mathilda è acerba sotto ogni punto di vista, ma si comporta come se non lo fosse, mostrandosi sicura di sé pur senza possedere la manualità e gli strumenti adatti a compiere le “pulizie” (chi ha visto il film sa a cosa ci riferiamo). Al suo fianco un uomo dissezionato dalla sceneggiatura, reso efficiente strumento di morte ma incapace nei rapporti umani. Léon è quindi l’uomo privato della dimensione relazionale e sentimentale, un sopravvissuto che ha preferito l’istinto e la meticolosità del mestiere di killer ad ogni stabilità affettiva. Mathilda, nemmeno tanto sottilmente, diviene suo malgrado una femme fatale, l’occasione di un riscatto tardivo per il professionista ma anche la ragione della sua morte. Una morte che chiamiamo Amore.

Jackie Brown (1997)

Musica e carrellata laterale su un nastro trasportatore, poi un’inquadratura di profilo a mezzo busto, con la divisa azzurra da hostess di una compagnia aerea. Nel manuale della mitizzazione della donna non poteva mancare Quentin Tarantino, cineasta che ha fatto della rivalsa femminile, pur nel suo stile iconico e sopra le righe, una delle tematiche più ricorrenti della sua filmografia. La donna afroamericana interpretata da Pam Grier entra a pieno titolo in questa top five perché indipendente, fiera di un fascino mostrato pur nella consapevolezza di non essere nel fiore degli anni. La sua è un’eroina over 40, invischiata in affari criminali, che non s’accontenta di un modesto lavoro ma sogna il colpo in grande stile, al costo di mettere in pericolo la propria vita sfidando il pericoloso trafficante d’armi Ordell Robbie, interpretato da Samuel L.Jackson. Jackie Brown si lega indissolubilmente a un riscatto femminile attraverso la blaxploitation, movimento che Tarantino omaggia senza sotterfugi. Ma qual è il vero elemento di rottura? Sta tutto nel rinnovare un aspetto metatestuale già introdotto in Pulp Fiction, ma questa volta a servizio di un cast che gira attorno a un personaggio femminile: l’esagerazione verbale nel primo Tarantino è una prerogativa essenzialmente maschile. Jackie parla, si, ma non troppo. Jackie pensa, bacia, guarda… e spara.

Kill Bill, vol.1 e vol.2 (2003-2004)

Bionda, determinata, letale; l’apoteosi del revenge movie e ancora una presenza in questa breve rassegna per Quentin Tarantino. Quello di Beatrix Kiddo, alias “la sposa”, è un personaggio che vive di una mitologia cinematografica propria, per certi versi omerica, in cui la vendetta diventa l’unico motivo per vivere e per continuare a uccidere. Un ruolo da cavaliere oscuro, già indagato dal noir americano nella figura dell’angelo vendicatore, ma persino privato della compostezza e dei toni del bianco e nero “al maschile”. La protagonista impersonata da Uma Thurman vede infatti il proprio corpo oggetto di una tortura dissacrante: dapprima privata della possibilità di essere madre, poi ripetutamente violentata, sfregiata, ferita, e persino rinchiusa viva e seppellita in una comodissima bara di legno.

Million dollar baby (2004)

Il tema del riscatto sociale e personale, la voglia di rivalsa attraverso la costruzione di un’identità nello sport. Quello di Maggie Fitzgerald è forse uno dei più realistici e tragici ritratti di un’America periferica non tanto nell’indicazione geografica, quanto nell’abbandono di ogni prospettiva di autorealizzazione, persino nei legami famigliari. La polverosa palestra gestita da Clint Eastwood è così un locus della fine dei tempi, in cui la grande interpretazione del premio Oscar Hilary Swank porta una flebile speranza di rinascita e rinnovamento. Anche Maggie, come la Jackie tarantiniana, è fuori tempo massimo, e questo, nella boxe, vuol dire non aver alcuna chance. Il gap enorme, e a posteriori incolmabile, che la pugile cerca di annullare col sudore e la durezza degli allenamenti del vecchio maestro, profuma di sogno e disperazione. Sembra di rileggere nella sua carica muscolare “la luce verde e il futuro orgiastico” che furono del “Grande Gatsby”. Nulla di più tragico, se pensiamo che la donna porta, in un curioso caso del destino, lo stesso cognome del grande scrittore statunitense.

Mad Max: Fury Road (2015)

Valchiria e combattente, l’Imperatrice Furiosa ci consegna una delle più efficaci interpretazioni di Charlize Theron, seconda solo alla spaventosa e indimenticabile Aileen Wuornos di Monster. Nel caos visivo (e visionario) partorito dalla mente geniale di George Miller, si erge una donna in cerca di un posto dove poter ricominciare a vivere, nel senso più frugale e autentico del termine. Il corpo, divenuto un’arma e dominato da pitture di guerra e da una tenacia fuori dal comune, dona una bellezza adamantina all’interpretazione dell’attrice sudafricana e ribalta il concetto di emancipazione in un futuro desertico e distopico. La donna anela la serenità, il desiderio di giungere in un posto da poter chiamare casa, ed è disposta ad intraprendere una traversata infernale pur di ritrovare la propria oasi.

La Theron è in procinto di un grande ritorno in sala con Atomica bionda, in uscita in Italia il 17 agosto prossimo. Il suo ruolo si inserisce in una serie di interpretazioni, come quelle in Aeon flux, Fast & Furious 8 e in parte anche in Il cacciatore e la regina di ghiaccio, in cui ha sposato volentieri una vena marcatamente action. Il film diretto da David Leitch trova il proprio incipit nel 1989, in un periodo di forti incertezze politiche e in un clima di instabilità internazionale. In questo contesto si muove Lorrain Broughton, agente e spia per l’M16, donna avvezza a pericoli di ogni sorta e incaricata di indagare sull’assassinio di un collega. Tra i suoi compiti c’è anche quello di rintracciare una lista, in cui sono annotati i nomi delle spie nella capitale tedesca. Nel cast figurano anche Toby Jones, John Goodman, Sofia Boutella (recentemente in sala con La mummia) e James McAvoy.

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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