Don Puglisi, “u parrinu” che voleva lottare contro la mafia

Al GOS in scena la vita del parroco siciliano ucciso nel settembre del 1993

 “Quelli che riflettono troppo prima di fare un passo, trascorreranno tutta la vita su un piede solo!”. Parola di don Pino Puglisi, il parroco siciliano ucciso dalla mafia il 15 settembre del 1993, nel giorno del suo 56° compleanno e proclamato beato dieci anni dopo. A lui, alla sua vita, alla sua opera straordinaria nel difficile quartiere palermitano di Brancaccio, al suo martirio, è dedicato lo spettacolo teatrale “U Parrinu”, in scena in questi giorni presso il GOS. Regista, autore del testo e attore, Christian Di Domenico, legato a Puglisi anche dai ricordi della sua infanzia. “Mia madre, siciliana, era molto legata a don Pino che ha frequentato la nostra casa a Palermo sin da quando io ero bambino”, dice Di Domenico che aggiunge “per me questo non è uno spettacolo come gli altri perché in scena, oltre alla vita di quest’uomo eccezionale, c’è anche la mia vita, i miei errori e la mia immaturità di allora:  non tutti infatti potevano comprendere la grandezza del messaggio del prete legato ad una parola molto difficile: perdono”.
Un messaggio impossibile soprattutto in un quartiere e in una realtà presidiati e controllati dalla mafia. Lo spettacolo, intrecciando i dati biografici di Puglisi e quelli di Di Domenico, ripercorre la vita del prete siciliano nelle sue tappe fondamentali, dalla nomina di parroco a Gondrano, piccolo paese vicino Palermo sconvolto da una feroce lotta tra due famiglie, fino al settembre 1990 quando don Pino viene nominato parroco a San Gaetano, proprio nel quartiere Brancaccio. Nel cuore della mafia, qui dove la fanno da padrone i fratelli Graviano, legati al clan che fa capo a Leoluca Bagarella, inizia la lotta antimafia di Padre Puglisi. Obiettivo primario di questo prete che, tra l’altro insegna religione nelle scuole, sottrarre i bambini e i ragazzi al facile arruolamento da parte dei mafiosi. “Se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto”, era uno dei motti del prete il quale sosteneva che “il primo dovere, a Brancaccio è rimboccarsi le maniche. E i primi obiettivi sono i bambini e gli adolescenti: con loro siamo ancora in tempo, l’azione pedagogica può essere efficace”.
La lotta, quindi, è anche culturale ed è questo che comincia ad infastidire i mafiosi. Non è tutto. Don Pino non ha paura, si rivolge anche direttamente ai mafiosi: è rimasta celebre l’omelia  del 25 Luglio 1992 in memoria di Paolo Borsellino ucciso a Palermo pochi giorni prima: “gli assassini, coloro che vivono e si nutrono di violenza hanno perso la dignità umana. Sono meno che uomini, si degradano da soli, per le loro scelte, al rango di animali“.
E’ l’ultima delle provocazioni che i mafiosi non possono tollerare. Il 15 settembre 1993, sotto casa sua, don Pino Puglisi viene freddato con due colpi alla nuca da un vero commando mafioso: mandanti i fratelli Graviano. Al suo assassino don Pino prima di morire dice “Me l’aspettavo”.
“Al telegiornale dicono che don Pio Puglisi è morto, e io non gli ho avevo chiesto scusa” è la sconsolante conclusione dell’attore che però in un percorso di redenzione, dopo alcuni anni, torna in Sicilia, dalla quale era andato via per fare l’attore, nei luoghi dove da bambino era stato proprio con il parroco.
“Da allora, dice Di Domenico, ho promesso di dedicare tutto me stesso a portare in giro la storia di don Pino, glielo devo”. Il sipario si chiude sulle note della canzone “Le tasche piene di sassi” di Jovanotti, una poesia per chi rimane solo dopo la morte di una persona importante. Commozione e applausi meritati.

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