Per completare l’analisi, sono tutt’altro che superflue alcune considerazioni di carattere generale su passato e presente della rievocazione della Disfida di Barletta. Già in un mio intervento precedente del 3 settembre dello scorso anno su questa stessa testata davo il giusto merito a persone come Don Peppuccio Damato e Damiano Daddato. Ma non basta, altri vanno ricordati, come i responsabili dell’Azienda di Soggiorno e Turismo tra cui (non me ne vogliano gli altri) il compianto Vittorio Palumbieri. Diversi sindaci e assessori della prima e della seconda repubblica hanno svolto ruoli importanti nel tenere in vita la rievocazione. Un ruolo meno visibile, spesso oscuro, ma altrettanto importante lo hanno svolto la burocrazia comunale, pur tra mille difficoltà causate dalla scarsità cronica del tempo e del denaro, e le associazioni, che con la loro disponibilità hanno consentito e ancora consentono la rievocazione a costi contenuti. E i responsabili del Parco Letterario a cui si deve l’acquisizione di un importante corredo di vestiti d’epoca? Perfino persone come Zirusso, diventate veri e propri personaggi, hanno avuto una funzione non secondaria. Il Pantheon della storia della rievocazione della Disfida è parecchio affollato, fortunatamente, e comprende anche tante altre persone meno conosciute che hanno sostenuto il tutto anche, quando necessario, con la raccolta di contributi di imprese e perfino di singoli cittadini porta a porta. Il ruolo di tutte queste persone è stato fondamentale nell’epoca in cui hanno operato e meritano la riconoscenza di tutti.

    Due modelli diversi tra di loro, dunque, due approcci e due soluzioni, che non trovo affatto incompatibili. Non concordo quindi né con i nostalgici, secondo i quali bisognerebbe ritornare a quei tempi, né con chi ritiene che quelle esperienze siano totalmente superate, puntando a modelli di tipo esclusivamente “manageriale”, senza tener conto di tradizioni e sentimenti collettivi, che danno poi origine alla partecipazione popolare. Anche di questo bisogna fare tesoro, e la Fondazione è l’unico modo per mettere insieme pubblico e privato, fonti di finanziamento diverse, organizzazione manageriale e partecipazione popolare, professionalità e volontariato. Ciò in virtù del fatto che della categoria dei “privati” non fanno parte soltanto imprese ed operatori economici in genere, ma anche altre fondazioni e associazioni aventi scopi simili, da cui la definizione di fondazione “di partecipazione”, che è una delle espressioni della cosiddetta “sussidiarietà orizzontale”.   

    E dunque, come qualcuno sostiene ironicamente, abbiamo trovato la “panacea universale”? Neanche per sogno. La sola esistenza della Fondazione non basta: bisogna che ci siano alla guida persone competenti e oneste e che essa non sia ostaggio della politica. Ci sono casi in Italia, e anche nella nostra Puglia, di Fondazioni commissariate per cattiva gestione. Succede quando saltano i principi fondamentali che sono alla base di questo tipo di aggregazione societaria, portando al fallimento dei progetti originari. Ma ci sono anche dei veri e propri “boom”, successi clamorosi che hanno cambiato in meglio la realtà di interi territori. Non una medicina per ogni male, dunque, ma uno strumento in grado di governare processi complessi. Condizione necessaria ma non sufficiente, insomma, molto semplicemente.

    Allora è necessario essere equilibrati e capire le ragioni delle riuscite e degli insuccessi, ripercorrendo le strade tracciate dalle buone prassi, avendo oggi il vantaggio di analizzare le esperienze di chi ci ha preceduto, cercando di evitare gli errori, là dove sono stati commessi.

    L’importante è capire che il derby tra il passato e il presente non ci porta da nessuna parte. Diversi i tempi, differenti gli scenari politici, giuridici e finanziari,  anche le criticità diverse tra di loro, ma talmente macroscopiche da essere evidenti anche ad un’analisi appena superficiale. Probabilmente le stesse persone che tanto hanno dato alla Disfida e alla città con gli strumenti a loro disposizione all’epoca comprenderebbero la necessità di una svolta in questo momento.

    L’unica partita da fare ora è introdurre nel problema la dimensione temporale del futuro e, partendo da una attenta analisi delle criticità del presente, costruire un’architettura organizzativa e finanziaria in grado di affrontare le sfide di oggi e di domani. Personalmente rispetto i nostalgici, ma non trovo ancora esempi nella storia in cui la sola nostalgia del passato abbia prodotto qualcosa di buono per il futuro. Perché una cosa è certa: tra il passato e il presente c’è sempre e soltanto un solo vincitore, ed è proprio il futuro, il quale, ci piaccia o non ci piaccia, arriva e chiede il conto.

 

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