Disfida di Barletta: è l’ora della Fondazione

barlettanews-DisfidadiBarletta

Puntualmente, con una accelerazione in prossimità delle giornate della rievocazione storica della Disfida di Barletta, si riaccende la polemica, in gran parte scollegata dalla realtà, con l’unico effetto di amplificare sentimenti che vanno dalla nostalgia alla frustrazione, senza risolvere, o perlomeno tentare di farlo, un problema particolarmente sentito dalla nostra comunità.

L’intento di questo intervento non è quello di prendere parte alla polemica in atto, ma bensì quello di provare a spostare l’asse della discussione sulla necessità di costruire una prospettiva concreta, amministrativamente e finanziariamente fattibile, di soluzione del problema Disfida, non fosse altro che per risparmiarci il tormentone che ci angustia ogni anno di questi tempi.

Per non dare adito ad alcun fraintendimento con riguardo al passato, premetto che ho il massimo rispetto per figure come quelle di Don Peppuccio Damato e di Damiano Daddato.

Dico di più: a mio avviso essi non hanno ancora ricevuto tutto il riconoscimento che meriterebbero, poiché senza il loro smuovere le acque stagnanti della politica del tempo e senza il loro impegno caparbio e lungimirante, probabilmente ancora oggi non si parlerebbe neanche di rievocazione della Disfida.

Non dimentico il lavoro svolto dall’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo, i cui sforzi profusi nel tempo e i risultati ottenuti all’epoca hanno fatto sì che che il filo non si spezzasse completamente. Conosco bene il lavoro che i dipendenti comunali del Settore, sempre più pochi e oberati, hanno fatto in tutti questi anni e fanno ancora con esperienza e dedizione.  

Ma, dopo aver dato i sacrosanti riconoscimenti a ciascuno nel proprio contesto, non si può tuttavia negare che dagli anni ’70 in poi non vi è mai stata una vera continuità, con manifestazioni che hanno attraversato alterne fortune, dai fasti dell’anno in cui fu collegata alla Lotteria Nazionale (con relativi e consistenti finanziamenti statali aggiuntivi) fino alla cancellazione in altri anni, sulla base della volontà politica dei sindaci e commissari prefettizi che si sono succeduti e secondo la disponibilità di risorse del bilancio comunale.

Anche sul piano delle modalità si è passati dallo spontaneismo popolare alla attuale gestione tutta incentrata sul Comune di Barletta e le associazioni presenti in città, a cui va riconosciuto il ruolo che hanno svolto e continuano a svolgere per la riuscita delle manifestazioni.    

Stando ad oggi, lo scenario attuale è quello di risorse finanziarie comunali strutturalmente insufficienti per realizzare tutto ciò che sarebbe auspicabile fare (e la materia offre un ventaglio molto ampio di iniziative possibili) e contemporaneamente della estrema difficoltà di attivare risorse ulteriori provenienti da altri Enti pubblici, come avvenuto qualche volta in passato.

Pertanto continuare ad affrontare il problema con l’approccio tradizionale rischia davvero di condannare Barletta a rimanere un eterno paesone, sterilmente campanilista e rivolto al passato, anziché, come dovrebbe essere, una città moderna che sa guardare lontano e valorizzare appieno le proprie risorse con gli strumenti della modernità.

E’ ora dunque di prendere atto che il cambiamento dei tempi impone una impostazione diversa e più evoluta, una svolta netta su tutti i piani, da quello amministrativo a quello organizzativo, da quello finanziario a quello della governance. La svolta a cui mi riferisco ha un nome preciso e si chiama Fondazione.

I primi atti del Comune ci sono già a partire dall’anno scorso e una commissione costituita appositamente e della quale mi onoro di far parte sta lavorando per costruire, a partire dallo Statuto, il percorso legale e amministrativo per la sua costituzione. Le ragioni che sono alla base di questo progetto sono molteplici e non semplici da ridurre in pillole, ma cerco di riassumerle nel modo più sintetico e comprensibile possibile, alla luce del lavoro svolto, insieme ai colleghi della commissione, e di quanto resta ancora da fare.

Innanzitutto la terzietà e la continuità. La Fondazione è un soggetto a sé stante, che sarà finalizzato ad operare per le manifestazioni relative alla Disfida (e non solo, come vedremo), garantendo continuità di gestione a prescindere dal fatto che ci sia un Sindaco di uno schieramento politico o dell’altro o anche un Commissario, anche perché il Comune non potrà essere il dominus, ma una parte, sia pure importante, di una gestione pubblico-privata.

La separazione dalle dinamiche strettamente politiche si estenderà poi anche alla burocrazia comunale, la cui operatività è giusto che sia focalizzata in modo efficiente sui compiti di produzione degli atti che le sono propri.

In secondo luogo l’approccio complessivo e la visione di insieme. Il campo di operatività della Fondazione non potrà limitarsi a gestire l’esistente, ma riguarderà anche aspetti come la valorizzazione, l’informazione e la comunicazione finalizzate all’attrattività turistica, le quali non potranno essere circoscritte alla Disfida, ma dovranno necessariamente investire ogni altro elemento del formidabile patrimonio naturale, culturale, monumentale, storico e artistico di Barletta.

Così come la Fondazione sarà operativa tutto l’anno, allo stesso modo, facendo leva sul questo patrimonio, essa potrà produrre iniziative ed organizzare eventi tutto l’anno, operando quell’opera di destagionalizzazione che è necessaria per una ricaduta stabile sull’economia locale.

Terzo punto: le risorse finanziarie. Atteso che con le sole risorse del bilancio comunale più di tanto non si può fare, checchè si dica, è vitale poter contare su più fonti di finanziamento. Compito fondamentale della Fondazione sarà quello di convogliare su di sé risorse pubbliche (e non solo del Comune di Barletta), private, sponsorizzazioni, donazioni liberali, semplici contributi di cittadini e qualunque altro finanziamento ottenibile a seguito di partecipazione a bandi e avvisi pubblici.

Quarto punto: il ruolo dei privati. Imprese, semplici cittadini singoli o associati, altre Fondazioni e società potranno, se vorranno, entrare a far parte della Fondazione, acquisendone una quota e partecipando di conseguenza direttamente alla gestione in virtù di un ruolo stabile al suo interno.

Quinto punto: la ricerca storica. Sarà previsto un ruolo preciso, tra gli organi statutari, da assegnare ad istituzioni universitarie, scientifiche e di ricerca, che potranno dare così in modo continuativo il contributo che è loro proprio.

Sesto punto: la gestione democratica. Cado nella retorica se affermo che tale soluzione è un’espressione concreta della cosiddetta “sussidiarietà orizzontale”? Non credo. La partecipazione alla gestione di più soggetti, espressione delle istituzioni e della società civile, al raggiungimento di un obiettivo comune di interesse collettivo non è forse l’applicazione pratica di un principio di democrazia di gestione?

Settimo punto: il volontariato. Senza attendere la pappa pronta, salvo dire poi che non è buona, chi intende impegnarsi senza fini di lucro potrà farlo, a partire dalle cariche più importanti per le quali, proprio per evitare poltronifici e relative critiche, è prevista la gratuità.

Certo, la strada da fare non è semplice, richiede costanza, competenza, consenso politico e anche passione. Si tratta allora, mi si scusi il gioco di parole, di una sfida vera e propria, ma se in tutta Italia si stanno orientando su questa soluzione, a parte quelli che lo hanno già fatto, ci sarà pure una ragione.

E ci sarà pure una ragione se la Notte della Taranta è diventata in pochi anni un evento di portata internazionale dopo la creazione dell’apposita Fondazione nel 2006, con ricadute significative su tutto il Salento che, guarda caso, ha visto crescere esponenzialmente l’afflusso turistico nello stesso periodo e per giunta in piena crisi.

Insomma, per dirla in breve, Taranta e Salento si tirano la volata a vicenda, consolidando una immagine in cui stanno insieme mare, folklore, barocco, enogastronomia, masserie e tutti gli altri fattori di attrattività turistica di quell’area.

E se questo è stato possibile per una manifestazione questa sì originariamente poco più che una sagra paesana, perché non dovrebbe essere possibile per un evento, come la Disfida di Barletta, che parte già da un rilievo storico di carattere nazionale?

Ora bisogna crederci e andare avanti nell’operare questo salto culturale. Tutti gli interessati, siano essi politici, imprenditori, associazioni o studiosi farebbero bene a questo punto, se intendono svolgere un ruolo utile, a spostare la discussione sul come far sì che la futura Fondazione possa essere la più efficiente ed inclusiva possibile.

Sarebbe una gran bella cosa se la svolta che si intende dare sul piano operativo con la Fondazione iniziasse fin da ora con un cambiamento anche del metodo e dei toni su questo tema.

Non posso però ignorare un ultimo nodo, che è quello del ruolo della Regione Puglia. La Regione è socio, e non qualunque, ma fondatore, oltre che della “Notte della Taranta”, anche della Fondazione della “Fòcara” di Novoli.

Mi risulta che sia già stata avviata, da parte del Comune, richiesta alla Regione di essere socio fondatore della futura Fondazione della Disfida di Barletta. D’altro canto l’evento storico viene rappresentato sullo stesso sito istituzionale della Regione tra gli elementi identitari della Puglia, alla pari dei trulli e del barocco leccese, tanto per dire.

Basta questo per affermare che l’adesione della Regione alla futura Fondazione dovrebbe essere quasi un atto dovuto, ma, come si sa, in questi casi anche le decisioni che sembrerebbero scontate hanno bisogno di una spinta politica.

Allora è necessario che i nostri rappresentanti nella Giunta e nel Consiglio Regionale si attivino per far sì che la Regione diventi socio fondatore, sottoscrivendo una quota della futura Fondazione e garantendo la partecipazione alla gestione con un proprio rappresentante.

Non che senza la Regione non si possa procedere, certo, ma la sua presenza rappresenterebbe un elemento di grande importanza che, aggiunto a ciò che si è detto, sarebbe il suggello proprio dell’uscita definitiva dalla logica della “sagra paesana”.

Commenta questo articolo

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here