Il decreto dignità? E’ riuscito nel paradossale intento di suscitare più che altro “l’indignazione” di imprenditori e lavoratori. Incontrando ieri sul territorio alcuni esponenti di categoria, ho raccolto tutto il loro malcontento nei confronti del provvedimento varato poi in serata.

Non solo quasi nulla di quanto promesso viene mantenuto, a partire dall’abolizione del redditometro e dello spesometro, ma alcune norme sono persino punitive per lo sviluppo economico del Paese: chi verrà più ad investire in Italia in mancanza di incentivi? E le norme penalizzanti per la delocalizzazione? Un decreto che, già a poche ore dalla sua approvazione, batte ogni record di contestazione da parte degli addetti ai lavori e che, da quanto risulta, avrebbe creato notevoli perplessità anche all’interno dello stesso Governo, da parte della Lega.

Irrigidire il mercato del lavoro e limitare le opportunità di chi fa impresa, dentro e fuori i confini nazionali, non può essere di sicuro una ricetta vincente. Anche la sua mancata applicazione alla Pubblica Amministrazione in materia di stabilizzazione dei precari andrebbe rivista. Tanti, dunque, i punti critici di questa riforma annunciata come strategica e concretizzatasi in un probabile boomerang del quale non tutti gli effetti collaterali sono prevedibili. Un avvio col pollice verso per il Governo su temi economici che andrebbero ponderati con maggiore attenzione e che manifesta tutta la distanza siderale fra le semplicistiche promesse da campagna elettorale e la regolamentazione di realtà complesse che richiede grande equilibrio.

Sen. Dario Damiani

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