Luigi Damato: “Barletta si ritiene un’attrazione turistica. Ma è davvero così?”

Barletta

La Puglia è diventata una meta turistica importante. Non a causa delle storpiature fonetiche e lessicali di film di dubbio gusto ma grazie ad una lungimirante politica di investimenti  promossa dalla Regione Puglia. Barletta, come si dice, ha macinato alla grande e anche per questa stagione può ritenersi soddisfatta anche se i risultati della scorso anno sembrano irrangiungibili. Tuttavia nella gestione della città da bere vi sono ancora molti lati oscuri sui quali conviene fare luce.    

Stato dell’arte 

Barletta nutre ambizioni da protagonista e ritiene di essere un’attrazione turistica, ma a sostegno delle sue  aspirazioni non ha mai avviato un programma di interventi nè  sull’agroalimentare, il  famoso comparto “ agroalimentare “ che vagola nei nostri discorsi inutili come uno spiritello dispettoso, né sul  “turismo“, altra forma di ebbra esaltazione pre-elettorale. Perché?

Alla Regione Puglia, per anni e ancora oggi offrono soldi, progetti, consulenze,  collaborazioni; hanno provato a convincerci con il potere magico del marketing territoriale, (vendere il territorio geografico) e dell’internazionalizzazione  (vendere i prodotti del territorio). Barletta, tradizionalmente ostile a qualunque progetto che travalichi l’Ofanto, è rimasta ben piantata alle sue feste di quartiere, alle processioni, alle rassegne cinematografiche di serie B, alle Estati qui o là. 

La Regione dice: fatemi un progetto qualunque che metta insieme turismo e agroalimentare e io ve lo finanzio, ma Barletta non risponde, lascia andare, non è interessata. Per amore di chiarezza, quando dico Barletta parlo di ruoli e persone vere che nelle Amministrazioni Comunali hanno responsabilità precise. La grancassa della propaganda politica locale batte sempre su Canne della Battaglia, che nel 2118 diventerà sito UNESCO ma che oggi è chiuso per mancanza di personale, e sulla Disfida che è ormai completamente svuotata di qualunque riferimento storico e culturale, ed altre piacevolezze.  

Al di là dei pii (plurale di pio) desideri e delle statistiche che nella BAT indicano un timido segno +  su qualcosa che non ci appartiene, io, per miei limiti personali, non riesco a capire di cosa viva la città, quale sia il suo assetto produttivo, da dove tiri fuori il suo sostentamento. Il mio amico Fidel, che non sbaglia mai, dice dalle pensioni. Gli investimenti degli anni del boom delle calzature a Barletta appartengono ad un passato felice e remoto; continuano a scomparire dalla città culture e professionalità, arti, mestieri e capacità che non sono sostituite da quelle nuove. È morta una cultura di cui nessuno si ricorda più. 

Negli ultimi dieci anni abbiamo campicchiato sempre peggio, addossando nostri deficit strutturali a emergenze nazionali, senza una programmazione (long term) o un progetto (short term) che abbiano investito i settori produttivi della città, moribondi, vecchi , nuovi, emergenti  che fossero. Questa città continua a essere in una  crisi di uomini, di idee e di mezzi nata quando Francesco Salerno decise di abbandonare, immiserita e distrutta dalle non scelte effettuate di chi lo ha seguito. Ricordo che crisi vuol dire scelta e non altro. Quindi essere in una crisi significa dover scegliere. Dobbiamo ammettere che la città è questa e che gli uomini che la rappresentano a tutti i livelli sono questi, cioè quelli che conosciamo e che riempiono le pagine dei giornali.

L’iniziativa privata e gli investimenti non esistono perché non esistono gli imprenditori e chi vuole sopravvivere si è buttato nel pubblico dove comunque i rubinetti dei finanziamenti qualche goccia di sangue ancora la erogano. Questo spiega la folta schiera di imprese che gravitano sull’amministrazione comunale come unico stakeholder possibile e rafforza l’interesse strategico della politica a ritardare gli interventi e dilazionare i finanziamenti. Ben consapevoli che il potere si rigenera nel rimando, nel procrastinare a chissà quando. Né nutriamo speranze per un futuro diverso, considerate le premesse. Barletta così non cambierà mai.

Linee guida       

Il ruolo propulsivo di una Amministrazione comunale è creare le condizioni di nuova occupazione, captare le opportunità, sostenere i comparti produttivi, fare rete nei progetti di territorio, incentivare le attività culturali e armonizzarle in un progetto complessivo. Noi abbiamo tutto questo? Come altre amministrazioni, ma questo non la salva, Barletta non ha gli uomini e le risorse intellettuali per elaborare una strategia; domina la paura di sbagliare, l’immobilismo. Il dialogo tra i reparti è debole, manca un management all’altezza e manca la volontà politica di crearlo perché è facile per chi comanda “intra ed extra moenia“ continuare a gestire la cosa pubblica secondo principi e modalità private e personalistiche. Meno che mai si richiedono consulenze esterne o si pensa di trattenere i giovani che mandiamo al Nord. Ma perché poi, a fare cosa?  Decidere cosa?  A confrontarsi con chi?  È giusto che restino lì dove sono.     

L’Europa

Si dice che l’Europa non serva a nulla. Al contrario l’Europa è tutto. È l’unico organismo sovranazionale che finanzia direttamente e indirettamente tutto quello che si può finanziare. Intere nazioni e regioni e distretti produttivi dipendono dai fondi Europei. Noi a Barletta siamo la maglia nera, siamo fra gli ultimi a utilizzare questa massa enorme di denaro che aspetta e aspetta e aspetta fino a quando non torna al mittente. Tutto ciò non si può tollerare più.  

Il settore trainante a Barletta

Dove invece abbiamo lo scatto di Willy il coyote con tanto di didascalia (Beep beep) è nell’edilizia, orgoglio e dannazione: da quaranta e più anni i cospicui  interessi di una lobby, rispettata e temuta, organizzata e impaziente, si sono realizzati nella costruzione di interi quartieri, nella cementificazione intensiva, nel consumo di territorio e di spazio vitale. Sarà ancora l’edilizia a tirare il carro a Barletta? Temo di si e tremo. E voi temete e tremate ?      

Non ci resta che aspettare.

Luigi Damato

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