Da Roma, la regista barlettana Ida Alessandra Vinella – III Parte

Prima di partire per formarti artisticamente fuori dalla Puglia hai avuto modo di intrecciare rapporti con le istituzioni locali? Se sì, com’è stato questo rapporto?

Non ho mai avuto la fortuna.

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Dopo tutti questi anni dedicati al teatro e alla ricerca, oggi puoi affermare che esiste un tipo di teatro, o un preciso momento della storia del teatro, o ancora un particolare processo di ricerca teatrale che ti abbia influenzato o a cui in un modo o nell’altro ti senti di appartenere?

Mi sento influenzata da tutte le cose a cui ho assistito, quelle a cui ho partecipato, tutte indistintamente mi si muovono dentro, anche quelle brutte. Non riesco a fare una selezione in base al gradimento. Il teatro è esperienza. Anche quando mi riferisco allo studio (del teatro), per me si resta sempre nel campo dell’emotività, è un coinvolgimento totale fatto di incontri, di visioni, di passioni. Le esperienze più formative sono quelle che hanno a che fare con le persone che ci incontri dentro. In genere penso questo, poi sì, l’importanza di avere un maestro. Questa è una cosa che ho scoperto da poco. In quanto autodidatta e anticonformista l’avevo sempre rifiutato. Ma ora so che è fondamentale sapere dove andare a cercare il proprio maestro quando se ne ha bisogno. Non è importante che lui sappia d’esserlo, ma è importante che lo si possa nominare. Mi è mancato sempre in questa vita artistica un vero punto di riferimento, mi sono sentita sempre un po’ sola, un po’ orfana. Però nel mio piccolo ho fatto una serie di scelte e ho i miei faretti sempre accesi in lontananza a cui tendo e di cui conosco il nome. Quello che conta è cercare di scoprire il proprio pensiero nascosto dietro ognuno dei propri fari. È difficile, ma è ciò che sto provando a fare.

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La tua ricerca, da quanto ho capito, è cominciata sin dai primi anni degli studi universitari e si è subito focalizzata sul teatro contemporaneo e in particolar modo sulla voce. Ecco, questo tema è molto presente ancora oggi nella tua formazione e nella tua ricerca, anche come regista teatrale. Ci puoi parlare di questo tema e dell’importanza che ha nel tuo teatro e nel teatro contemporaneo?

È un tema delicato quello della voce. Mi sento di dover fare una distinzione tra quello che siamo abituati a pensare della voce di un attore e quello che invece significa nel teatro di ricerca. Se pensiamo al teatro di parola, il teatro classico per intenderci, ci viene subito in mente un’idea di vocalità che non è separata dal linguaggio, che viene cioè utilizzata come supporto e che indica sostanzialmente la funzione informativa del linguaggio stesso. In questo lavoro d’attore manca una possibilità creativa che io ritengo fondamentale per la ricerca di una individualità artistica. Mi riferisco alla possibilità che in quanto attrice e spettatrice riesco a individuare nell’esperienza sonora del teatro. In questo senso è possibile distinguere il teatro di parola dal teatro della parola, per dirla con Maurizio Grande, in cui la vocalità è trattata come un oggetto sonoro, un segno scenico dotato di vita e significato indipendenti e funzionali. Quello che offre la creazione vocale in questo teatro è la possibilità dell’evocazione. Ritengo che sia una questione molto interessante da indagare. Possiamo paragonare questo tipo di lavoro d’attore a quello dell’attore/autore che ha permesso di definire il teatro di ricerca che mi interessa.

 

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Rocco Di Fonzo, 37 anni, laureato in filosofia presso l’Università “Aldo Moro” di Bari e docente abilitato in storia e filosofia tramite TFA, Tirocinio formativo attivo. Ha inoltre seguito un Seminario di Tutoraggio alla Creazione d’impresa organizzato dal Teatro Pubblico Pugliese e un Corso di Storia e didattica della Shoah (Conoscere, Pensare, Insegnare la Shoah) presso l’Università “Aldo Moro” di Bari. Ha lavorato per tre anni presso l’Eureka plus s.r.l. di Bari in qualità di docente tutor e consulente per la preparazione di tesi di laurea. Nel 2001 scrive la sceneggiatura per il corto “Appetiti letterari di una pianta grassa”. Nel settembre 2004 recita nel corto “L’inferno di Damien”. Nel giugno del 2005 compie la sua prima formazione da attore recitando nello spettacolo “La ballata del carcere di Reading”. Nel 2006 entra a far parte della compagnia teatrale Fabrica#Famae in qualità d’attore. Nel marzo 2006 sostituisce un detenuto nello spettacolo “Cuore di cane”, lavoro incluso in un laboratorio svolto con i detenuti della Casa Circondariale Maschile di Trani. Nell’estate del 2006 recita nello spettacolo “L’artificio del nulla: spettacolo s-concerto”, spettacolo incentrato sulle teorie teatrali di Carmelo Bene. Nel novembre 2006 ha recitato in una reinterpretazione postmoderna del “Don Giovanni” di Moliere. Nel gennaio del 2007 recita come attore protagonista nel corto “Caffè lungo”. Nei primi mesi del 2007 ha fondato con i membri della compagnia teatrale Fabrica#Famae, lo Spazio O.F.F (Opificio Fabrica Famae). Lo Spazio O.F.F è un teatro indipendente, un centro d’arte polifunzionale, uno spazio dedicato allo spettacolo dal vivo in tutte le sue forme. Per i tre anni della sua esistenza ne ha curato l’organizzazione, la comunicazione e l’amministrazione. Attualmente insegna storia e filosofia in un liceo classico paritario. Grande passione per la scrittura in tutte le sue forme, anche se in particolar modo per la poesia. Ama la musica indie e post rock, da ragazzo ha suonato la chitarra e il basso in diversi gruppi musicali. Ha una grande passione per il fumetto, da giovane in particolar modo quello italiano, che in seguito ha abbandonato preferendogli quello nord europeo e soprattutto quello giapponese.

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