Controreplica di Nicola Corvasce alla BAR.S.A. sul certificato di residenza

Ho letto con attenzione la replica della BAR.S.A., correttamente riportata da Barletta News del 7 novembre, al mio intervento precedente del 5 novembre e, nel controreplicare, intendo cominciare dalla fine, vale a dire dall’invito ad evidenziare le buone pratiche legate a questa esperienza nuova della raccolta differenziata porta a porta a Barletta. Lo faccio volentieri in questa prima parte dell’articolo, riservandomi tuttavia una seconda parte.

Se parlassimo di sport, direi che il passaggio dal circa 30% al circa 70% di differenziata nel giro di pochi mesi è un vero miracolo sportivo, che scongiurerà con ogni probabilità sanzioni con conseguenti ulteriori aggravi di spese per i cittadini. Si tratta di un ottimo risultato che potrebbe addirittura migliorare e che è da attribuire, ad onor del vero, a pari merito alla BAR.S.A. e ai cittadini di Barletta, senza la cui collaborazione non sarebbe stato possibile neanche per la più efficiente delle aziende. Il non vedere più in giro enormi cassonetti pieni di spazzatura è un gran bel vedere e a questo bisogna anche aggiungere ciò che non si vede, e cioè il beneficio per l’ambiente e il territorio, che non potrà continuare ad essere distrutto scavando enormi buche adibite a discariche che per giunta nessuno vuole. In questo vi è anche la prevenzione di potenziali conflitti sociali.

Detto questo, vengo al merito della replica facendo le seguenti osservazioni:

1 – L’azienda dice, nel chiedere il certificato di residenza, di non aver voluto con questo ledere la privacy di nessuno. Nessun problema, non c’è bisogno di dirlo, semplicemente perché la privacy non c’entra un bel niente. Per questo motivo io non l’ho mai citata.

2 – Si mettono sullo stesso piano questo certificato, la carta d’identità e il codice fiscale. Il calderone è completamente fuorviante, perchè si tratta di documentazioni completamente diverse. Nel caso delle ultime due, sono tantissime le pratiche tra un privato e una pubblica amministrazione, ma anche tra privati, in cui si presenta la fotocopia del documento di identità e del tesserino sanitario/codice fiscale, soprattutto da quando non c’è più l’obbligo di autenticare la firma. Ciascuno di noi lo ha già fatto chissà quante volte. Il certificato di residenza no. Esso fa parte di quei documenti investiti dalla norma di semplificazione e decertificazione che ho già citato e non sto qui a ripetere.

Certo, se si trattasse soltanto del certificato in sé e per sé, sarebbe ridicolo portarla per le lunghe, stante la sconcertante banalità dell’argomento, ulteriormente accentuata dalla scarsa rilevanza del beneficio da ottenere (il kit di sacchetti). Il problema è che su questo punto passa il discrimine tra il cittadino e il suddito, e si gioca anche la credibilità di chi chiede ai cittadini il rispetto delle regole.

Mi spiego meglio. Vogliamo dire che le norme di semplificazione si sono abbattute su una Pubblica Amministrazione che non era stata preparata a gestirle? E’ vero. Da dirigente pubblico tante volte, all’osservazione “Non siamo organizzati e attrezzati per fare questo”, ho sentito rispondere “Bene, organizzatevi e attrezzatevi”. La BAR.S.A., gestore di pubblico servizio e in quanto tale parificata ad una amministrazione pubblica nello svolgimento della sua attività, compresa la giurisdizione della Corte dei Conti, si faccia una ragione del fatto che la legge non prevede deroghe o eccezioni, si organizzi, come tante altre Amministrazioni e aziende pubbliche, per ricevere le autocertificazioni e operare i controlli successivi sulle dichiarazioni. Per tutelare il patrimonio pubblico, rappresentato in questo caso dai sacchetti da distribuire, non sono necessari né i certificati e neanche controlli a tappeto, anche se la disponibilità degli elenchi anagrafici pure lo consentirebbe. Sono sufficienti anche controlli a campione, fermo restando, e questo è bene che lo sappiano tutti, che la scoperta di una falsa dichiarazione fa scattare non la facoltà, ma l’obbligo della denuncia all’autorità giudiziaria.

 La volontà (che mi sembra confermata) di richiedere il certificato non riduce il “fastidio”, ma lo trasferisce semplicemente dall’azienda ai cittadini, che dovranno mettersi in fila per averlo, e agli impiegati dell’anagrafe, che verranno presumibilmente travolti da moltissime persone, per la produzione di un certificato non semplicemente inutile, ma anche non valido, in virtù della scritta che vi deve essere obbligatoriamente apposta e che ripeto: “Il presente certificato non può essere prodotto agli organi della pubblica amministrazione o ai privati gestori di pubblici servizi”.

 In altri articoli precedenti ho insistito sulla necessità che i cittadini, liberissimi di richiedere e di aspettarsi un servizio migliore, rispettino comunque le regole che ci sono, anche se sono scomode e provocano qualche disagio. La stessa cosa chiedo alla BAR.S.A.: si adegui essa per prima alle indicazioni che le competono, anche se non piacciono e la costringono a qualche intervento di riorganizzazione. Non potrà che farle bene, perché farà crescere la sua autorevolezza nei confronti dei cittadini ai quali chiede a sua volta il rispetto delle regole che li riguardano per un buon esito della raccolta differenziata.

Per quanto mi riguarda, quando arriverà il mio turno mi presenterò con la mia autocertificazione e chiederò ciò che mi spetta. Non prefiguro alcuno scenario successivo, perché sono convinto che nel frattempo la BAR.S.A., avrà preso atto della questione e si sarà adeguata.

 

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