Controintervista alla scrittrice pugliese Ilaria Palomba, Premio Carver Narrativa 2015

ilariaÈ pugliese una delle tre vincitrici del Premio Carver 2015. Classe 1987, una laurea in Filosofia, la giovane e commossa Ilaria Palomba è arrivata prima nella sezione narrativa con il suo romanzo “Homo Homini Virus”. È Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza – si legge tra le motivazioni ufficiali del premio.

Sul podio con lei Daniela Musini che ha vinto nella sezione saggistica con “I cento piaceri di D’Annunzio” e Sauro Albisani che ha vinto nella sezione poesia con la raccolta “Orografie”. I premi 2015 sono stati consegnanti alla Cittadella della Musica dai vincitori della scorsa edizione. Il Premio Caver è un’iniziativa contenuta nel “Mare di lettere”, ottava edizione del festival letterario nato dalle menti di Andrea Ginnasi e Piero Pacchiarotti, organizzato con la collaborazione della casa editrice “Tra le righe libri”, Civitafilm Commission, l’associazione culturale di Civitavecchia “Book Faces” e il patrocinio del Pincio.

“Homo Homini Virus” (edito da Meridiano Zero) è il secondo romanzo di Ilaria Palomba e racconta le convulse vicende di Angelo e Iris, due anime ansiose e tormentate. Il primo spreca e svende il suo talento nelle spietato mondo del giornalismo, le seconda è alla costante ricerca di redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art. Il male che li accomuna? Un disperato bisogno di riconoscimento. Il ritmo del romanzo è scandito dalle conversazioni con un empatico psichiatra che ripercorre la loro complice e inarrestabile caduta nel delirante abisso in cui le vittime si eleggono a carnefici. Perché, come si legge sul retro di copertina: “L’autenticità non risiede nella gloria, ma nel rischio che si è disposti a correre per la propria verità”.

Barletta News ha raggiunto Ilaria Palomba che si è gentilmente concessa all’intervista che state per leggere. Non perdiamo occasione per conoscere meglio l’artista pugliese.

Il premio Carver è un contropremio a tutti gli effetti. Va controcorrente un po’ come i tuoi romanzi “Fatti Male” e “Homo Homini Virus” che – nonostante le vendite e gli apprezzamenti in Italia e all’estero – hanno rischiato di non essere compresi fino in fondo proprio per quel realismo nudo e crudo che spesso toglie il fiato e non lascia campo a menzogne o illusioni. Cosa significa per te aver vinto proprio questo premio?

premioÈ un premio importante ed è perfettamente coerente con il modo in cui intendo la letteratura. Per me la scrittura è rivolta, denuncia, ma anche istinto, necessità, velocità creativa, ricerca di qualcosa di sacro che non sia rinchiuso nei ranghi di un’ideologia o religione. Non avrei mai pensato di vincere, forse per una sorta di pregiudizio che c’è nei miei confronti: la gente ama incasellare e io mi porto dietro il marchio di estrema, trasgressiva, anarchica, scrittrice maledetta. In realtà sono solo una che cerca la verità nel fondo, nell’abisso. La giuria del Carver mi ha sorpresa. In un paese come il nostro, dove tutto è narcisismo, raccomandazione e corruzione (e la letteratura non è da meno), un premio in cui, come dice lo stesso bando: “prima di ogni cosa devono essere valutate le storie, lo stile, la capacità dell’autore di saper prendere per mano il lettore e condurlo all’interno del proprio libro”, è una forma di resistenza, uno spazio liberato, e perciò va sostenuto.

“Homo Homini Virus” serve al lettore un cocktail di tematiche forti: la solitudine, l’ambizione, la meschinità, l’introspezione, l’eccesso, la paura, lo scetticismo, l’amore, l’egocentrismo, l’incesto, la lotta contro i propri demoni. Prima su tutte, forse, la fragilità dei personaggi come Iris e Angelo. Ognuno a modo suo trova il modo di auto compiacersi o auto distruggersi in una delirante e dilaniante realtà che abbandona e prende a schiaffi. Come hai partorito l’idea di scrivere questo libro e come mai hai scelto proprio questo titolo?

Ho iniziato a scriverlo a Parigi mentre studiavo sui libri di Maffesoli, Bataille, Deleuze. Iris è venuta da me e mi ha parlato per prima. Lei è l’estremo, l’eros dei santi di Bataille, sacerdotessa tribale, medium e pharmakos. Lei non racconta, precipita nei ricordi senza soluzione di continuità. Ho lavorato molto sulla performance art, sul corpo come medium, sul corpo sfregiato, superato, abitato dalla luce. Angelo è rivolta, risentimento, una forma nietzscheiana di volontà di potenza che non riesce ad affermarsi. Diverse esperienze mi hanno condotta a loro, l’esperienza della diversità, dell’esclusione, della follia, per certi versi. E poi anche soltanto il vedere, sentire attorno a me tutto questo niente, questa massa di arrivisti e sgambettatori sociali pronti a vendere se stessi, i corpi, le menti, pur di raggiungere una posizione di potere. “Homo homini virus” prende le mosse dal motto hobbesiano homo homini lupus, ora non siamo più lupi, l’assenza di valori e la perdita definitiva delle speranze di sovversione sociale ci portano all’incapacità di costruire una comunità di pari, ma, la nostra fiacchezza di ultimi uomini ci impedisce di fronteggiare il nemico come lupi, bestie della foresta. Siamo virus perché l’altro ci serve per la nostra personale scalata sociale, ci serve la sua approvazione, il suo like, ma non riusciamo più a riconoscerlo hegelianamente come un altro sé. Così i lupi diventano virus. C’è solo una cosa che può salvarli dal loro patologico narcisismo e nichilismo: la capacità di amare, ma ne avranno il coraggio?

Quando sei entrata in contatto per la prima volta con il mondo dei performer? È ovvio che qualcosa dentro di te abbia lasciato un segno forte e chiaro. Ci racconti di questo imprinting e di come sperimenti oggi questa poliedrica forma d’arte, alle volte un tantino estrema, di cui si conosce ancora troppo poco?

Ho scritto un saggio sulla performance art, intervistando diversi artisti. Mi è capitato di imbattermi in un festival di body art estrema per la prima volta a Roma nel 2011. Ho assistito a spettacoli inquietanti, che prevedevano pratiche d’intervento sul corpo piuttosto invasive: fuoco, vetri, aghi, play piercing, ganci, sospensioni. Ho pensato subito a riti iniziatici, a un qualcosa che avesse a che fare con il mondo dell’estremo e dell’osceno di cui parla Bataille nel suo Erotismo, là dove la sfera del sacro è contraddistinta dall’infrazione delle regole del quotidiano e da forme più o meno esplicite di sacrificio. Tra questo primo incontro shock e la stesura del saggio sono trascorsi diversi anni, uno dei quali a Parigi, in cui, frequentando il CeaQ alla Sorbonne, le lezioni di Michel Maffesoli e i consigli di lettura di Vincenzo Susca mi hanno permesso di approfondire, da un punto di vista filosofico, sociologico e psicoanalitico, il tema della relazione umana, della disgregazione sociale, della perdita di punti di riferimento, in particolare la dialettica tra umanismo e antiumanismo, e difatti Angelo e Iris poi incarnano esattamente questo scontro. Tornata a Roma, ho fatto un paio di workshop, uno con Franko B, l’altro con Antonio Bilo Canella. Il primo di body-performance-art e il secondo di Performazione teatrale. Così ho iniziato a fare performance. L’ho fatto per un po’, finché è stato necessario. Con Miguel Gomez ho compreso profondamente cosa significhi fare una performance: uscire dal corpo e dal tempo, rendersi medium. Una sensazione molto potente. Ora ho smesso perché vorrei che di me parlasse solo la scrittura.

La lettura dei tuoi scritti è molto scorrevole, seppur profonda e tagliente allo stesso tempo. Tra i vari registri linguistici adoperati per dar vita ai tuoi personaggi è certamente palpabile una predilezione per il registro diaristico. Come mai sei particolarmente legata a questa forma di scrittura?

Mi piace il monologo interiore, il flusso di coscienza. Sono una specie di Molly Bloom postmoderna. A parte gli scherzi, credo dipenda dal genere di letteratura che leggo, mi piace il punto di vista da focalizzazione interna. Negli ultimi anni ho letto grandi classici del Novecento: Tropico del Capricorno di Henry Miller, i diari di Anais Nin, La signora Dalloway di Virginia Woolf, La strada di Jack London, La luna e i falò, Il carcere, La casa in collina e Paesi tuoi di Cesare Pavese, che amo oltre ogni limite. I francesi non mancano mai: La nausea di Sartre, Lo straniero di Camus, Viaggio al termine della notte di Céline, quasi tutti i libri di Houellebecq. E poi Joyce, l’Ulisse, criptico, a tratti respingente ma poi arrivi al diario di Molly Bloom e dici: ti amo James Joyce, sei Dio!

Senti che il tuo approccio alla scrittura sia cambiato in questi ultimi anni?

Sì, molto, moltissimo. Anche qui grazie alle letture, sia quelle letterarie che quelle filosofiche hanno influenzato il mio approccio alla scrittura. Non mi piace la scrittura lineare, narrativa, mi piace restare sospesa tra i generi, lasciarmi condurre dai personaggi, dalle immagini, vivere attraverso i corpi loro. Aspiro al romanzo totale, filosofia e poesia non devono mancare mai, se pur nella crudezza del realismo, sempre cerco la metafora, l’allegoria, il mito.

Se dovessi andare ancor più indietro nel tempo, ricordi qual è stato in assoluto il tuo primo scritto? Non importa di che genere sia stato, ma sono curiosa di sapere quando i tuoi pensieri hanno cominciato a prendere vita su carta. Quando è nata la Palomba scrittrice?

Una poesia alle scuole elementari. Avevo visto un quadro inquietante fatto da un ragazzo con problemi cardiaci gravi, in bilico tra vita e morte. Quel quadro era un miocardio diviso tra bianco e nero con due lacci, corde, catene che si torcevano l’una nell’altra. Pensai fossero il bene e il male, e scrissi. Poi ho smesso per un po’. Alle medie ho ripreso. Scrivevo poesie, era l’unica forma di sfogo, mi sentivo sola e invisibile, ho passato degli anni terribili, in cui ero lo zimbello della classe e avevo una malattia strana simile all’epilessia. E poi a 17 anni ho abbozzato il mio primo romanzo. Poi l’ho bruciato per fortuna.

Filosofia e ribellione, meditazione e distruzione sono spesso punti cardini nei tuoi scritti. Nella realtà quali sono le certezze a cui senti di poterti, se non abbandonare, per lo meno aggrappare?

Sono un essere piuttosto irrequieto, non ho molte certezze, talvolta sprofondo, mi lascio divorare dai dubbi, dalle incertezze. Una cosa che mi fa star bene è sapere di essere utile, di fare qualcosa per l’altro, di essere amata, quindi. Ha a che fare anche con il lavoro che faccio, un laboratorio di scrittura in un centro diurno. I ragazzi che ho conosciuto lì e che seguono i miei laboratori, mi fanno sentire utile, amata, mi riempiono di gioia e poi sono bravi, stiamo mettendo su un libro insieme, con i loro pensieri, le loro poesie. Non ci sono certezze, solo la volontà di mettersi in gioco nell’incontro con l’altro, lasciare all’altro la possibilità di incidere sulla propria vita, lasciarsi abitare.

Come si rapporta la tua “condizione” di artista con la società odierna? Quali sono le barriere contro cui sei costretta a scontrarti?

Mi scontro con una marea di porte in faccia, con il servilismo di alcuni, con i ricatti di altri, con l’ignoranza involontaria e l’ignorare volontario, con gli sgambettatori e scalatori sociali, con i pregiudizi sopra citati e ancor più con la maleducazione.

Contro cosa punteresti il dito in questo nuovo mondo dell’editoria in cui è sempre più difficile che qualcuno investa realmente tempo, mezzi e risorse sugli esordienti?

Il problema è che abitiamo un sociale troppo imperniato sui numeri: il numero di copie vendute, il numero di apparizioni televisive, il numero di recensioni ricevute, il numero di vip e/o salotti letterari che si conoscono e frequentano, il numero di articoli pubblicati per il numero (ma anche l’importanza, sempre derivata dal numero di personalità di spicco che vi collaborano) dei magazine letterari di riferimento. Mi fa ridere (per non piangere), tutto è capitalismo, mercificazione, soprattutto le relazioni umane. Così la cultura scompare, restano in piedi solo le furberie commerciali e le furberie marchettare. Il resto è R-Esistenza.

In questi anni, grazie alla tua viva partecipazione ad eventi, fiere e performance, ma anche attraverso i social network, sei riuscita a costruire un rapporto con i tuoi lettori o seguaci. Come si è evoluto nel tempo il tuo rapporto con critica e pubblico? Sei sempre stata aperta al dialogo e al confronto?

Sono una persona abbastanza riservata e alle volte non riesco a manifestare fino in fondo i miei sentimenti di gratitudine nei confronti di coloro che mi leggono, ma ci sono e sono forti. Tra scrittore e lettore c’è un patto segreto, una forma d’amore o quanto meno di erotismo sublimato. Mi piace sfidarli, i lettori. Cambio sempre stile e genere. Ma so che di volta in volta sapranno cogliere la sfida, e li amo per questo.

Hai qualche rimpianto o vorresti toglierti qualche fastidioso “sassolino” dalla scarpa?

Non aver concluso gli studi filosofici per tempo. Ma ci sto provando adesso, nel bel mezzo di una vita già abbastanza fitta, tra lavoro, scrittura e libri da recensire. Un’altra delle mie follie: l’università a 28 anni, mi chiedo quanto durerò.

Puoi svelarci quali saranno i tuoi prossimi progetti? Stai già lavorando a un nuovo romanzo?

Ho un romanzo finito, dopo 2 anni di scrittura a quattro mani con Luigi Annibaldi. Una storia tosta, anche questa, ma molto più metaforica delle altre. Indubbiamente ha a che fare con il doppio, con la follia. E poi c’è un’altra cosa che sto scrivendo: una fiaba oscura, un’allegoria schopenhaueriana. In ogni mio libro c’è un pensiero filosofico di base e i personaggi lo srotolano, lo vivono nella carne.

Grazie per il tuo tempo Ilaria e ancora congratulazioni per questo prestigioso premio.

Commenta questo articolo

CONDIVIDI
Articolo precedenteWhat’s UP ? i film in uscita al Cinema.. dal 9 al 12 Novembre
Articolo successivoBarletta, spacciano hashish in moto. Arrestati due giovani pusher
Giusy Del Salvatore
Giusy Del Salvatore è nata a Barletta nel 1987. Nella città pugliese porta avanti le sue attività di giornalista, blogger, copywriter, web marketing specialist e social media manager. Dopo la maturità classica conseguita presso il liceo classico “A. Casardi” di Barletta si è laureata in Editoria e Giornalismo presso l’Università degli studi di Bari. Successivamente ha frequentato il “First Master in Giornalismo", il master di “Formazione giornalistica ed editoriale”, il master in "Giornalismo Digitale" e il master in "Social Media e Digital Marketing". È appassionata di ecologia, salvaguardia animale/ambientale, poesia, letteratura, architettura, design, web e social media marketing. Ha iniziato a scrivere professionalmente occupandosi di cinema e spettacolo per la rivista Ecodelcinema mantenendo viva l'emozione della prima pubblicazione. È stata caposervizio del mensile ControStile, affrontando argomenti di ogni genere, realizzando interessanti interviste ed inchieste. Ha collaborato con il quotidiano d'informazione tecnologica HwGadget, con la rivista online LSD Magazine e con il settimanale TempoVissuto scrivendo articoli di approfondimento sociale. Nel 2012 con Aletti Editore ha pubblicato un libro di poesie intitolato "Chiamale come vuoi - Siamo solo poeti incompresi" riscuotendo discreto successo e vari apprezzamenti. Ha ricevuto molteplici premi e riconoscimenti in diversi concorsi poetici e letterari, pubblicando numerose poesie in antologie tematiche. Nel 2016 ha pubblicato la raccolta di poesie illustrate "Criptica come la Luna", edita da Alter Ego, finalista al Premio Carver 2016. È autrice dell’eco-blog Mela Verde News in cui e vengono trattati e approfonditi argomenti relativi alla sfera green. Attualmente è Direttore Responsabile di Barletta News e lavora come freelance per aziende e privati nell’ambito del web e social media marketing. In qualità di esperta coordina gli alunni del liceo scientifico Carlo Cafiero di Barletta nel progetto di alternanza scuola-lavoro.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here