Questa la finalità del disegno di legge “Codice Rosso” presentato il 25 ottobre in conferenza stampa dal Ministro della giustizia Alfonso Bonafede, unitamente al ministro della pubblica amministrazione Giulia Bongiorno e a Michelle Hunziker.

La cronaca racconta quotidianamente di violenze, abusi e omicidi ai danni delle donne e della loro frequente difficoltà a denunciare.

Hanno spesso paura di reazioni ancor più violente ma alle volte credono davvero che l’uomo di cui si è innamorate possa cambiare.

Tante altre volte tuttavia queste donne il coraggio lo trovano, ma questo si scontra con il silenzio di uno Stato che non ha compreso che un reato di violenza non può essere posto sullo stesso piano di una truffa perché la vita non può attendere.

Non si può “elemosinare” per mesi una protezione che deve invece essere tempestiva perché purtroppo dopo potrebbe non essercene più bisogno.Un esempio ne è la morte di Noemi Durini, una ragazza di soli 16 anni che il 3 settembre del 2017 fu uccisa a colpi di pietra dal fidanzato.

La madre aveva denunciato quest’ultimo, ma forse come spesso accade la richiesta di aiuto era stata sottovalutata.

Di Noemi oggi resta solo il ricordo e la speranza che con il processo da poco iniziato Marzo Lucio -così si chiama l’assassino- sia adeguatamente punito.

Tuttavia, la soluzione non può essere quella di inasprire le pene (o meglio non solo) bensì quella di prevenire il peggio.

Allo stato attuale una donna vittima di violenze deve sperare che la polizia giudiziaria sia sensibile alla tematica e trasmetta al pubblico ministero in tempi ragionevoli la denuncia; dopo deve continuare a sperare che il pubblico ministero dia la giusta priorità alla violenza ma nella maggior parte dei casi passano mesi e queste donne incontrano la morte prima della giustizia.

I dati sono allarmanti: nel 2017 circa 120 donne sono state assassinate da chi diceva di amarle.

I tempi di attesa tra la denuncia e l’intervento della magistratura sono ben noti alla Corte di Strasburgo che, con riferimento al caso Talpis, ha condannato l’Italia per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere una donna e suo figlio dagli atti di violenza posti in essere dal marito che hanno poi portato all’uccisione del figlio e al tentato omicidio della moglie.

La denuncia c’era stata e l’omesso tempestivo intervento ha consentito di ravvisare la violazione dell’art. 2 (diritto alla vita) della convenzione europea dei diritti umani.

Alla luce degli evidenti “buchi normativi” la finalità del disegno di legge è proprio quella di far si che le donne non si sentano più tradite dallo Stato.

Il significato di “Codice Rosso”

Il disegno di legge è intitolato Codice Rosso per ricordare il codice che in ospedale viene assegnato a chi arriva in fin di vita e ha diritto ad essere curato tempestivamente per non morire.

E’ fondamentale introdurre una corsia preferenziale anche per le denunce di violenze subite dalle donne affinché, proprio come negli ospedali, tra le carte della magistratura la loro situazione abbia la precedenza.

Cosa prevede il disegno di legge “Codice Rosso”

Tempi serrati per lo svolgimento delle indagini e obbligo di formazione specifica per gli operatori di polizia.

Sono questi i due punti fermi della proposta.

E’ importante che le forze di polizia, che trattano tali procedimenti, siano specializzati nella prevenzione e repressione e soprattutto che abbiano una adeguata preparazione e sensibilità per interloquire con le vittime.

Come ha ricordato la Bongiorno, non è possibile congedare una donna che denuncia una violenza con frasi del tipo : ”Torna a casa e fai pace”.

Dopo aver raccolto la denuncia, la polizia giudiziaria dovrà comunicare immediatamente al pubblico ministero la notizia di reato e il magistrato avrà l’obbligo di ascoltare la presunta vittima entro tre giorni.

Il disegno di legge, che come ha sottolineato il ministro Bongiorno non ha colori politici, sarà presentato al Consiglio dei ministri la prossima settimana e si spera venga approvato in tempi rapidi.

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Maria Teresa Caputo
Maria Teresa Caputo è nata a Barletta nel 1977. Dopo il diploma di ragioneria conseguito nel 1996, si è laureata in giurisprudenza nel 2003 presso l’Università degli Studi di Bari con votazione 110/110. Nel 2006 ha superato l’esame di avvocato presso la Corte di Appello di Bari, conseguendo l’idoneità. Durante l’esercizio della professione legale si è dedicata in particolare al diritto civile, partecipando a numerosi seminari.

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