Chiese chiuse e prediche aperte

Tra le anomalie caratteriali che (purtroppo!) mi riconosco, ho anche quella, abbastanza insolita, di ascoltare le omelie dei Sacerdoti durante le celebrazioni Eucaristiche anche eccedenti i cinque minuti canonici oltre i quali la soglia di attenzione si tramuta in astrazione dalla realtà o peggio ancora, in stato pre-sonno rem. Questo nella convinzione di poter sempre apprendere qualcosa di nuovo, da chiunque esponga un proprio pensiero.

E proprio seguendo questa linea di comportamento, durante una di queste “prediche” mi ha colpito un Parroco che ha lanciato l’accorato e forte monito sull’incredibile proliferare di sale gioco nel territorio della sua parrocchia, tuonando contro questi novelli mezzi di abbrutimento sociale e disgregazione familiare.

Nel momento in cui il prelato pronunciava questa decisa arringa difensiva a favore del ruolo dalla famiglia e contro la piaga del gioco, tutta la mia comprensione ed appoggio morale andava, come era ovvio, al Sacerdote ma ( congiunzione avversativa maledetta… ah se non ci fosse!) subito, in netta contrapposizione, nella mente si affollavano diversi pensieri.

Tra i tanti, mi soffermavo a riflettere su una delle cose che più mi hanno sorpreso ed irritato della Barletta di oggi e del suo essere fedele-repellente e cioè gli “orari d’ufficio” ormai adottati da quasi tutte le Chiese o ancor peggio, i luoghi sacri con i battenti chiusi, come a dire “il Signor Gesù Cristo è fuori ufficio”.

Chi scrive è un cultore della storia sociale, religiosa e artistica della propria terra, e si trova sempre più spesso di fronte a quello che ritiene essere un problema gravissimo! Stiamo parlando delle più frequenti Chiese inibite al culto vuoi in maniera momentanea, vuoi in quanto sconsacrate e spogliate di ogni arredo sacro (leggi Chiesa di S. Michele Arcangelo di via Cialdini) o ultimamente, mutata la destinazione d’uso, diventate oratori (la mitica chiesa del Villaggio poi Cappella S. Massimiliano Kolbe di via Vitrani).

Quello di cui stiamo parlando, naturalmente, non è riferito esclusivamente a piccole chiese di periferia delle quali in pochi si ricordano o visitano, ma poniamo la nostra attenzione anche su chiese che non sono proprio le ultime a Barletta ma che, se capiti nel momento sbagliato come la famigliola giapponese che, in stentato inglese, ci ha chiesto informazioni, devi accontentarti di vederla dal di fuori e ciao. Un insulto (oltretutto) al tradizionalmente operoso cattolicesimo barlettano! E qualcuno in questa occasione ha commentato dicendo che troppo spesso le Chiavi di San Pietro sono sostituite dai chiavistelli delle nostre chiese, le quali diventano, a tutti gli effetti, luoghi di culto off limits. L’interlocutore, a quel punto, ha fatto una battuta: “a quanto pare, qui voi in Chiesa proprio non ci volete entrare! ”. Ho sorriso amaramente e cercato di giustificare gli “operatori del culto” addossando le colpe ai fedeli dicendo che “Non hanno tempo! Anche la domenica, ormai, sono aperti ovunque i negozi e chiuse le chiese…”; ma dietro la risposta c’era un grande senso di imbarazzo se non di vergogna. Potevo ed avrei dovuto, ribattere che Barletta era nota per le sue “100 Chiese” e le indubbie radici cristiane, per non parlare del titolo di “Civitas Mariae” basti vedere la partecipazione incredibile alle funzioni del mese di maggio notoriamente dedicato alla Vergine Maria, purtroppo però, in quella occasione, non avrei potuto supplire alla schiacciante evidenza dei fatti.

Davanti a situazioni incresciose come quella rappresentata, mi si è rafforzata la convinzione che i tantissimi Pastori e soprattutto Sacerdoti della Santa Romana Chiesa non devono aver preso coscienza (o forse non è convenuto loro?) delle parole del Cardinale Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna e tra i più indicati a succedere al Papa emerito Benedetto XVI nell’ultimo conclave, il quale in una sua meditazione ha affermato che “ … è una grave ferita nel Corpo di Cristo che le chiese abbiano le porte chiuse. Il combattimento per eccellenza è quello della preghiera, ma il combattimento della preghiera è anche la questione del luogo di preghiera. Il Curato d’Ars, San Giovanni Maria Vianney, istruendo i suoi parrocchiani esclamava guardando il tabernacolo: “Egli è lì, è lì”. Questo è un invito costante ad approfittarne. I Vescovi ed i Ministri dovrebbero portare avanti una lotta costante per tenere aperte le nostre chiese, accessibili ai fedeli e agli altri, perché è una grave ferita nel Corpo di Cristo che le chiese abbiano le porte chiuse, non lo comprendo, non è sopportabile! ”.

È indubbio e lo confermano i dati della C.E.I., che molte sono le persone che non frequentano più i luoghi di culto, è troppo complicato per loro, ma si constata una cosa: se la Chiesa è aperta, anche e soprattutto alle prime ore della mattina prima di recarsi al lavoro, in diversi vi entrano per recitare una preghiera e “raccontare” i propri travagli e disagi o la nonnina ci va con i nipoti per insegnare loro come si fa il segno della croce o a recitare il Padre nostro. Non vanno a Messa ma, affacciarsi per accendere un cero alla Madonna che li accoglierà da Madre Celeste, lo hanno fatto e lo faranno sempre sino a quando verrà loro permesso.

Naturalmente le eccezioni ci sono e vanno citate come la Chiesa del Purgatorio in corso Garibaldi che ogni giorno, all’ora dell’Angelus (mezzogiorno per i non praticanti) è regolarmente aperta al culto o l’antica chiesetta di San Cataldo in piazza Marina la quale, dopo un eccellente restauro, è stata restituita, ai fedeli e non, che hanno il desiderio di recitare una preghiera o visitare l’architettura dell’edificio di culto.

Tra i miei ricordi di bambino che frequentava il catechismo, due mi sono rimasti impressi. Il primo la definizione di “Chiesa” spiegatami da un sacerdote che non c’è più, Don Orazio Stella, il quale diceva che è sì l’edificio dove si svolgono le funzioni ma, non sarebbe nient’altro se non un palazzo come tanti, se non fosse integrato dalla presenza indispensabile dei fedeli, l’ekklesia. Il secondo flash mnemonico è riferito ad una sera verso il tardi, quando ritornando a casa davanti alla Cattedrale di S. Maria Maggiore notai che c’era luce in Chiesa. Entrato vidi una figura inginocchiata agli ultimi banchi: era il Parroco che pregava.

Permettetemi di mutuare la conclusione dell’Arcivescovo di Vienna riferito alle porte sbarrate  “Non lo comprendo, non è sopportabile! ”.

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Michele Grimaldi
Michele Grimaldi, nato a Barletta il 28 gennaio 1958. Archivista di Stato, Responsabile della Sezione di Archivio di Stato di Barletta, in servizio nel Ministero dei Beni Culturali dal 1978, ha svolto negli anni un’intensa attività di riordino, ricerca e divulgazione di archivi pubblici e privati, Nel 1977 si diploma presso il Liceo Classico “Alfredo Casardi” di Barletta e nel 1980 consegue il diploma in Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Bari. Ha curato, diretto e coordinato l’allestimento di numerose mostre, alcune a carattere scientifico, altre dai temi più didattici e nella scelta dei temi di rilevanza regionale e nazionale ha tenuto presente gli orientamenti storiografici più recenti, considerando gli appuntamenti con la storia forniti dalle ricorrenze di vari avvenimenti o dalle celebrazioni di personaggi famosi che, al di là delle manifestazioni celebrative, hanno fornito l’occasione di rivisitare criticamente il passato. Tra le più significative, “Barletta tra il grano e la sabbia. I progetti per il porto” (ottobre 1982), “L’Archivio che Verrà” (Barletta 2010) e quelle relative alle manifestazioni organizzate per il Centenario dello scoppio del 1° Conflitto Mondiale. Il 2014 “Spunti di ricerca storica per le celebrazioni nella Provincia Barletta Andria Trani del Centenario della Prima Guerra Mondiale” e nel 2015 “L’Italia chiamò – Barletta e la Grande Guerra”. Componente della redazione giornalistica del mensile di cultura, informazione ed attualità “Il Fieramosca” edito a Barletta, per il quale cura, in particolare, una rubrica di storia locale. È inoltre componente del consiglio direttivo della Associazione Nazionale Archivisti Italiani – Sezione di Bari e socio ordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Comitato provinciale di Bari.

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