In “Chiamami col tuo nome”, Guadagnino fa cinema ragionato ed elegante

barlettanews - Chiamami col tuo nome

La storia di Chiamami col tuo nome, sceneggiata da James Ivory e tratta dal romanzo omonimo di André Aciman, ci porta nelle vicinanze di Crema, durante i primi anni ’80. Oliver (Armie Hammer) è uno studente di archeologia, impegnato nella stesura della tesi per il dottorato. Ospitato in Italia dal suo relatore, il professor Perlman (Michael Stuhlbarg), incrocia il giovane Elio (Timothée Chalamet), figlio adolescente del docente. Tra i due, un’imponderabile attrazione si trasformerà nel sentimento che cambierà, forse per sempre, la vita di Elio.  

L’ossessione di Guadagnino per la scomposizione del momento trova in Chiamami col tuo nome una forma ricercata e paradigmatica. Quello del regista palermitano è un cinema tattile, irresistibile nel suo essere mulveyano. Al voyeurismo della Mulvey si addiziona però una scelta ulteriore, che è segnale della bontà dell’operazione costruita dal nostro regista. Il corpo maschile non è solo oggetto tensivo che abbandona il genere per farsi culto – pensiamo, nella sua implicazione più semplicistica, a Steve Reeves nelle “fatiche” erculee di Pietro Francisci, giusto per rimanere al tema italiano – ma anche esigenza umanistica e intellettiva.

Per quanto borioso e a tratti macchiettistico (i riferimenti a Bettino Craxi e al compromesso storico appaiono obbligati e “raffazzonati”) il lavoro di contesto tende ad un’inattesa morbidezza. La campagna cremasca appare così assai credibile nella sua bellezza, e l’ambiente dipinto esplode in una soffusa tensione, annegata nella calura estiva. Guadagnino non reprime affatto l’esigenza dell’approccio fisico, ma la diluisce in un sapiente gioco di soluti e solventi, in cui il rapporto chimico tra i reagenti è sempre tendente all’unità. Ne segue che chi guarda apprende con naturalezza e senza affanni il cambiamento dapprima gestuale, poi erotico-sessuale, nell’interazione tra i personaggi. Il richiamo al classicismo non è solo scelta di comodo, ma riflette un gioco biunivoco e mai retorico tra sguardo e carne.

Guadagnino può così posare la telecamera e fondersi alla natura rigogliosa, spiando, ed evitando di intervenirvi, l’evolversi del desiderio, senza correre il rischio di “sporcare” la purezza dell’amplesso. Ad uscirne indebolito, ma mai debolezza fu più sperata, è quel ritratto mascolino che in Armie Hammer trova una goffa virilità. Nella possanza a tratti sgraziata dell’interprete americano, Guadagnino definisce un moderno Apollo, così diverso eppure non dissimile dall’efebica adolescenza di un eccezionale Timothée Chalamet, un David che pare preso in egual misura da una scultura del Verrocchio e dalla più celebre versione di Donatello.

Nello scoprimento costante dei corpi, Guadagnino non ha bisogno di mostrare il rapporto sessuale come un vincolo ruolistico tra vittima e carnefice, delegittimando in partenza quella pulsione naturale all’identificazione “genitale” che sfocia nel nominalismo. Oliver, l’affabile e magnetico straniero di Armie Hammer, è ugualmente esploratore, al pari del più fragile e acerbo Elio, in una ricerca che dall’espressione di un’identità sessuale si inoltra nel sentimento. Per questo nella frase “Chiamami col tuo nome” è racchiuso un invito a spogliarsi della conflittualità latente, per trasformare le esigenze tattili dell’immagine in calore umano.

Un approccio, questo, che avvicina solo in parte Guadagnino a Bernardo Bertolucci, relegando alla metafora della maturità del frutto e della penetrazione, il doloroso momento della consapevolezza come perdita delle coordinate “di genere”. Le sequenze, fintamente allungate dai movimenti dolci e rarefatti della mdp, fanno di Chiamami col tuo nome un uomo ritratto nella fallibilità emotiva, colto nell’atto di essere “predato” dalla propria ambiguità; un adone, forse, e non certo un corsaro del nostro ultimo cinema, ma un esempio lampante di come saper gestire con raziocinio l’inquadratura voglia dire, ancora oggi, parlare al cuore.  

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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