Catalogna: l’utopia dell’indipendentismo contro la dura realtà

Il desiderio indipendentistico in Catalogna ha dominato le cronache di tutti i giornali, locali, nazionali e internazionali, nel corso delle ultime settimane, senza soluzione di continuità. Questo non solo per la gravità dell’evento in sé, ma anche perché la situazione è ancora in divenire, ben lungi dall’avviarsi ad una conclusione.

Stare qui a riassumere quanto accaduto sarebbe esercizio superfluo, è comunque impossibile che qualcuno non abbia carpito almeno un dettaglio della triste vicenda, ma per amor di completezza è necessario almeno accennare, in maniera rapida e per nulla esaustiva, di quanto accaduto.

Il 1° ottobre in Catalogna c’è stato un referendum; in tale referendum la popolazione avrebbe dovuto esprimere il proprio parere, favorevole o contrario, all’idea di rendere la Catalogna stessa, regione che comunque godeva di una certa autonomia, uno Stato Sovrano ben distinto dalla Spagna. Il referendum, regolarmente indetto dalla Generalitat e dal Parlamento catalano, è stato subito tacciato di incostituzionalità dal governo centrale spagnolo.

Ne sono seguiti importanti tafferugli, con il voto che si è svolto in condizioni a dir poco paradossali e, probabilmente, in un clima di profonda illegalità, perpetrata da entrambe le parti in causa e mascherata dall’applicazione delle proprie leggi.

È ormai passato quasi un mese da questo referendum, che ha comunque reso ufficialmente nota una voglia di indipendenza ufficiosamente risaputa da tutti, eppure questi disordini non si sono placati, anzi si stanno sempre più intensificando al punto che, al momento attuale, l’odore di “guerra civile”, per quanto anacronistico possa sembrare il termine, si fa sempre più forte.

Al momento in cui si scrive, il parlamento catalano ha dichiarato ufficialmente l’indipendenza, richiedendo alle altre nazioni del mondo di riconoscere la Catalogna come stato indipendente, mentre lo stato spagnolo, nella persona del primo ministro Rajoy, ha a tutti gli effetti destituito Puidgemont e il governo catalano, commissariandolo ex art. 155 della Costituzione Spagnola, e ordinando alle autorità locali di cessare qualsiasi protesta. A questi ordini le autorità catalane hanno risposto con il consiglio a tutti i funzionari del “novello stato” di disattendere le richieste della Spagna in una sorta di protesta pacifica.

Il punto è che la protesta non è pacifica, non lo è mai stata: da entrambe le parti si è avuto modo di assistere a reazioni esagerate, esasperate forse da una fin troppo efficace opera di persuasione dei discorsi politici. Il risultato di questa esasperazione è una vicenda secessionista che pare uscita da una commedia mal scritta.

Intendiamoci, ultimamente l’indipendenza di alcune regioni dagli Stati di appartenenza pare essere il leit-motif: la Spagna e il Regno Unito sono sempre stati, perlomeno negli ultimi decenni, oggetto di attacchi da parte di vere e proprie forze terroristiche tendenti all’indipendenza di una determinata regione; sempre nel Regno Unito abbiamo avuto modo di assistere al referendum circa l’indipendenza della Scozia e, ovviamente, il famigerato Brexit; per ultimo, anche se con le dovute ed enormi differenze, abbiamo il caso italiano, tra Lega Nord, movimenti per l’indipendenza sarda e, nelle ultime settimane, i referendum di Lombardia e Veneto e la volontà, espressa dal presidente Emiliano, di imitare l’esperienza anche in Puglia.

Tutte queste situazioni, ognuna con le proprie caratteristiche, condividono un dato in comune: storicamente le regioni citate sono sempre state restie all’unificazione sotto un unico governo e più inclini all’indipendenza. E non si parla di certo di storia antica! Solo negli ultimi 100 anni la Catalogna ha tentato il colpaccio indipendentistico almeno 5 volte, in modi più o meno violenti.

Non è la prima volta, quindi, che il movimento indipendentistico in Catalogna dà il meglio di sé scatenando rivolte e tendando colpi di stato, ma oggi forse la situazione fa più clamore per un fattore storico forse più importante di quello legato alle spinte indipendentistiche e autonomiste: in teoria la nostra epoca è quella del crollo delle identità nazionali a favore delle comunità sovranazionali.

Tra Nazioni Unite, Unione Europea e svariati altri organi comunitari che aggregano insieme le singole nazioni così come si sono affermate un paio di secoli fa (e più volte “restaurate” dopo questa o quella guerra guidata dal sedicente conquistatore del mondo di turno), si pensava che la visione frammentaria delle singole comunità locali sarebbe non scomparsa ma, perlomeno, diventata motivo di orgoglio e, perché no, di imposizione più a livello morale e culturale.

I documenti fondanti dell’Unione Europea infatti prevedono il rispetto di questo genere di comunità e, soprattutto, la loro valorizzazione. Una valorizzazione che però non è più vista come la proclamazione di indipendenza da Nazioni che si davano ormai consolidate dopo secoli in cui si è dimostrato come la divisione è sempre stata più deleteria che altro.

È vero che certe regioni siano storicamente nate per distinguersi all’interno della macro-comunità di appartenenza, così come è vero che spesso sono dotate di culture e modi di pensare radicalmente diversi dalla nazione in cui sono inglobate. Ma sono la secessione e la rivoluzione la vera via di uscita?

È possibile che tornare indietro di duecento anni, riframmentando l’Europa “unita” in centinaia di piccole realtà locali sia la vera soluzione?

Probabilmente no e, con più certezza, è possibile che si sia giunti a questa soluzione “estrema” più per motivi politici che per vero interesse dei cittadini.

Se, per esempio, vi fosse trovati in Spagna poco prima o poco dopo il referendum catalano e vi fosse fermati a parlare con il cittadino spagnolo di turno, avreste subito potuto constatare come l’intera situazione, in tutto il suo caos e illogicità, generava solo un diffuso senso di dispiacere e di amarezza. Non rabbia, non voglia di rivalsa. Solo dispiacere.

A questo punto, viene da pensare: cui prodest? A chi giova questa “rivoluzione catalana”?

Di certo non ai cittadini spagnoli, immersi nei disordini e costantemente bombardati da notizie sconfortanti; non giova alle imprese, che infatti stanno rapidamente abbandonando la Catalogna; non giova ai lavoratori delle istituzioni amministrative, messi in mezzo tra due fuochi; non giova, insomma, alla Spagna e alla Catalogna, impegnati in questa rivoluzione, se non proprio insensata perlomeno sorretta da una fortissima irrazionalità di fondo, e spinti ognuno dai propri valori.

Al che mi si potrebbe obiettare che certe cose necessitano di prese di posizione nette, anche violente, ma personalmente vi chiederei: davvero è così? Davvero è necessario?

Tanti millenni di storia e tanti millenni di discorsi vuoti su pace, dialogo, comprensione e quant’altro e pure il genere umano, per comunicare, deve ancora impugnare la spada e scendere in guerra?

Le autonomie locali, o meglio le identità locali, vanno preservate e valorizzate, ma pregiudicare status assodati ormai da secoli, specie in un periodo così delicato, non è la mossa giusta. Così si rischia solo di scendere nel ridicolo e nel grottesco… e la situazione spagnola è agli occhi dell’opinione mondiale sia uno che l’altro!

Così, per evitare che anche in Italia si giunga a certi estremi, il consiglio personale che vi posso dare è il seguente: cari politicanti, quando volete gettarvi in imprese potenzialmente devastanti per le istituzioni che amministrate, fermatevi un attimo e pensate: cui prodest? Poi, capito che niente di quei pensieri estremi gioverebbe a qualcuno, tornate a svolgere il vostro lavoro per affermare l’autonomia e l’indipendenza del vostro territorio in modi ben più razionali, culturali e redditizi…

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Vittorio
Vittorio Grimaldi è nato il 17 agosto 1991. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Casardi" di Barletta, attualmente studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Appassionato ed esperto di folklore e mitologia, gestisce dal 2013 il canale youtube a tale materia dedicato "Mitologicamente". Giornalista iscritto all'albo dei pubblicisti dell'Ordine dei Giornalisti della Puglia, dal 2014 è stato cronista politico della testata online Barletta News fino a dicembre 2017.

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