“Il maestro d’ascia per la cura delle doghe delle barche, la carpenteria in legno e in ferro, la produzione di corde, di reti, di vele […], la cantieristica per le barche da pesca e motopescherecci. Si scopre che Barletta ha avuto in questo settore un ruolo centrale. A Barletta operavano cantieri che negli anni di maggiore sviluppo, quando il metodo alla gaetana o paranza sostituì l’imbarcazione artigianale, addetta alla pesca lungo la costa, costruirono un grande numero di paranze e paranzelli, di tonnellaggio medio di 20-21 tonnellate; la più grande paranza, nominata ‘Sterpeto’, unica nel meridione, era della portata di 46 tonnellate – dice Pasquale Trizio”.

E’ con queste mirabili affermazioni che la prof.ssa Magliocca per la prima volta scopre l’esistenza della cantieristica navale in Barletta commentando il Volume del bravo cittadino barese Pasquale Trizio, “La pesca nel basso Adriatico” (Gazzetta 26 giugno 2018)? Ma su tale cantieristica – elemento costitutivo del complesso paradigma della identità città marinara di Barletta -, non c’è forse qualche barlettano ad averne parlato già molti anni prima? E perché solo ora esultarne di questa primazia perseverando nell’ignorare su quanto sistematicamente in campo storico e storiografico è stato pubblicamente argomentato con tanto di volumi già presentati dal sottoscritto e da eminenti personalità nel campo scientifico e istituzionale? Infatti, se i volumi redatti e presentanti dal sottoscritto su tali argomentazioni non sono pochi (Traffico navale nel mare Adriatico, da Barletta le reti portuali di navigazione nel sec. XIV , pp. 285, del 2014; e ancora, nel 2017, Barletta: La Città marinare per il regno, pp. 357; Un regno per le Città marinare di Puglia, di pp. 415, etc.), di quale storia patria si sta parlando? E’ proprio vero che da Barletta non nasce nulla di buono?

Anzi, i relatori al tavolo della presidenza, durante la presentazione del volume in questione (presso la Lega navale di Barletta), stimolati da alcuni interrogativi anche del sottoscritto, come lo stesso autore Trizio e il Dott. Cap. Presidente Raccomar-Puglia, si sono spinti oltre ogni rischio di banali conclusioni. Costoro hanno felicemente ribadito che le nostre paranze, tra il ‘700-‘800, si sarebbero diffuse lungo altri centri portuali pugliesi, spingendosi lunghe le coste del Mediterraneo, ove per altro non vi erano ombre di altrettante innovative imbarcazioni, capaci di riuscire a dominare gli allettanti flussi di navigli e dello stesso mercato ittico.

Perciò, invito chi si diletta di cultura storica, a rileggere con doverosa letizia, di rileggere quanto è stato già scoperto, sulle ascendenze medievali delle paranze, tipiche imbarcazioni della città marinara di Barletta, che insieme alle “galee mercantili, galee di guerra, paranze e panzoni e panzoncelli”, traportavano migliaia di tonnellate di merci (legumina et victualia), in tutti gli angoli portuali dell’Adriatico e del Mediterraneo Orientale, sollevando le sorti commerciali della stessa ex-repubblica marinara di Venezia, svilita dalla battaglia navale contro la Superba repubblica di Genova, nell’Adriatico (preso l’isola di Kurzola).

Quanto al vero e proprio mercato ittico, il passaggio gestionale dal mercato locale a quello extraregionale, trova una propria documentazione già a partire tra il sec. XV-XVI, la produzione si faceva professionale, al punto che veniva gestita anche dalla nostra nobiltà locale dalla lontana capitale di Napoli, passando da quella dei religiosi come i Francescani.

E questo accadeva (nel 1385) anche nell’area del Portus Pape, una denominazione del porticciuolo presso la costa di Ariscianne, ove per altro la provvidenza volle che venisse salvato dalla tirannide di Giovanni di Durazzo, il famoso Pontefice Urbano VI, cercato “vivo o morto”, perché non voleva assoggettarsi alla politica regia e avignonese., il Papa percorrendo braccato dalle milizie del re, dalla Campania dovette a stento rifugiarsi sulla nostra costa. Ed infine essere tratto in salvo grazie al misterioso soccorso di ben dieci galee da guerra della repubblica di Genova. A cui la Città di Barletta e gli operatori e istituzioni portuali dovrebbero a tutt’oggi esserne grati e farne vera memoria.

Nella città di Barletta affetta dalle tristezze di monopoli in ogni campo – della cultura, della politica, dell’economia, della realtà logistiche e istituzionali portuali -, questo libro tra evo moderno e contemporaneo sulla storia della pesca nel basso Adriatico, andrebbe quindi messo nella sua giusta luce, letto, interpretato e digerito meglio, per il suo spessore e implicazioni storiche anche di carattere istituzionale e marinaro. In campo scientifico, la ricerca della verità storiche e della onestà intellettuale, è tutto. Invece in campo politico e dell’effimero culturale, queste virtù non valgono niente?

 

Dott. Nicola Palmitessa – Centro studi: La Cittadella Innova

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