Camillo Olivetti, alle radici di un sogno

Alla Tana lo spettacolo con Laura Curino sulla storia dell’imprenditore di Ivrea

silviaUna donna racconta la storia di un uomo. Forse perché lo sguardo femminile, sia della madre che lo accompagnò da bambino, sia della moglie che gli stette accanto da adulto, contribuì a fare di Camillo Olivetti quell’uomo geniale che ebbe il coraggio di far volare in alto il suo sogno. A interpretare le due donne, una splendida Laura Curino, in scena in questi giorni a La Tana con lo spettacolo “Camillo Olivetti – Alle radici di un sogno” per la regia di Gabriele Vacis.

La storia ha inizio dalla fine, dall’epilogo, dal giorno in cui a Ivrea fu addirittura annullato il carnevale famoso in tutta Italia e la battaglia delle arance per la morte di Adriano Olivetti il 27 febbraio del 1960, e procede a ritroso andando a cercare l’origine di quel sogno, nel matrimonio fra un commerciante di Ivrea, di origini ebraiche, e Elvira Sacerdoti, di Modena, la donna che, alla morte del marito, nel 1869, si trovò a crescere da sola il piccolo Camillo, che aveva solo un anno, insegnandogli la lingua inglese e una cultura aperta e anticonformista in una cittadina di provincia come Ivrea. Da qui si dipana il racconto travolgente di un’avventura che porterà Camillo da Ivrea in America e da lì a Milano e poi di nuovo a Ivrea, nella campagna del canavese per stabilirsi con la moglie, Luisa Revel e i suoi cinque figli.

Dalla prima fabbrica di strumenti per misurare l’elettricità, fino al primo modello di macchina da scrivere, la M1, la storia di Olivetti si incrocia con quella di un’Italia ancora chiusa e forse più lenta rispetto al sogno di questo imprenditore che diceva cose come come “Il lavoro avrà un posto importante nella società del futuro”, oppure “bisogna porre rimedio alle ingiustizie dello stato”, che parlava della “tecnologia a servizio del benessere e benessere non veniva pagato con malattia, alienazione, inquinamento, perché il benessere era essere bene”, un uomo che aveva messo su una fabbrica fra gli alberi (“Come era possibile che esistesse una fabbrica fra gli alberi e che gli operai potessero vederli quegli alberi?”).

E subito la modernità del personaggio arriva come un monito agli spettatori e un invito a riflettere amaramente su un’Italia che non sempre apprezza i suoi geni e soprattutto che ancora oggi sembra non aver imparato nulla dalle sue menti più lucide e lungimiranti. Quel misto di razionalità coniugata all’intuito, quella capacità di vedere oltre senza però dimenticare il rispetto per l’uomo e per l’ambiente, è l’eredità che Olivetti lascia al figlio Adriano “che renderà tangibile in tutto il mondo il successo della Olivetti e visibile la sua immagine con la famosa Lettera 22, la prima macchina da scrivere interamente progettata e fabbricata in Italia e che sarà esposta al Moma, il Museo d’Arte Moderna di New York.

La narrazione si chiude tornando al Prologo, alle origini di questo sogno: “Ma il sogno cos’è? E’ brace che cova,basta un soffio,una scossa leggera, un pezzo di carta, uno scritto appallottolato, e se gente ce n’è a curarlo con cura, il fuoco divampa si sveglia, cresce di nuovo, riscalda”. Applausi alla Curino, sola sulla scena, a prestare corpo e voce ai vari attori di questa storia che è incredibilmente vera ma si fa poesia e trasforma in immagini, pause, gesti e parole. Come accade solo con il grande teatro.

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