Blade Runner 2049: Denis Villeneuve soccombe a Ridley Scott, parafrasandone i temi bioetici

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Sono passati 30 anni dalle vicende del blade runner Rick Deckard, ed un altro agente è adesso alla caccia dei replicanti prodotti dalla Tyrell corp.: si tratta di K (Ryan Gosling), “uomo” solo e dedito con perizia ad un lavoro che svolge senza rimorsi. Quando, in seguito al ritiro di un androide, K rinverrà un segreto celato per decenni, le certezze del suo mondo inizieranno a vacillare. 

Un iride vivo, poi la grandezza del progresso. È questo il primo indizio di quanto sia arduo accostarsi ad un film tanto atteso quanto temuto, peraltro con la mente sgombra da ciò che è stato Blade Runner, perla grezza ed indimenticabile, riconosciuto crinale tra un cinema del “prima” e del “poi”. Pensare al passato come a un modello, o a quello che sarebbe potuto essere questo Blade Runner 2049, ha il solo effetto deleterio di impedire di cogliere, tra le altre cose, la profonda assenza di modelli per Villeneuve. Al regista di Arrival va senz’altro riconosciuto un coraggio stilistico e narrativo non indifferente: nulla o quasi vi è del prequel del 1982, eccetto per alcuni riferimenti puramente estetici o per il lavoro di Hans Zimmer alla colonna sonora, pieno di rimandi a Vangelis.

Non ci mette molto per rivelare il suo spirito apocrifo, di rottura totale, finendo per somigliare al predecessore forse solo nel ritmo eccessivamente lento e ragionato, dilatando lo spazio diegetico in una sintassi nuova: la scoperta in 2049 procede per molti versi in maniera simbiotica rispetto all’estensione coperta dall’occhio nudo. In questo, i meriti del regista canadese sono innegabili, frutto di una visionarietà liberata proprio nel film che più di ogni altro avrebbe suggerito cautela a chiunque. Quel senso di fascino e terrore per l’imponenza architettonica delle ambientazioni non può celare che ad uscirne profanata sia l’adesione prospettica del personaggio di Scott al tessuto cittadino, realizzatasi negli anni ’80. Deckard era elemento integrante di un grigiore diffuso, patologico e destabilizzante, spezzato da una luce bluastra che occultava e mai rivelava, soffocando lo spettatore fino a renderlo parte attiva del narrato. Assumendo per vera l’affermazione di Scott riguardo il livello di interazione stabilitosi tra osservatore ed opera – “It works like a book. Like a very dark novel (…)” – questo grado percettivo si svolgeva come una sorta di collegamento ipertestuale innestatosi tra la pelle di Deckard e la banlieu onnipresente e onniscente di Los Angeles.

K (Gosling), invece, respira non solo gli effetti della propria intrusione “sceneggiata”, da “lavoro in pelle” in un mondo ancora a maggioranza umana, ma attua progressivamente un comportamento da corpo estraneo, che tradisce forse gli intenti più nobili di Villeneuve. Questo sfavillio orgasmico e allo stesso tempo inquieto del caos, in un’urbanizzazione disumanizzante, opera al solo livello oculare, in un tripudio del Meraviglioso che rapisce senza comunicare, lasciandosi osservare ma mai “leggere”. Ecco che a perdere progressivamente terreno è lo spirito del noir, che richiede all’ambiente di metabolizzare l’individuo denudandolo di ogni sicurezza e che si racconta senza mai espletarsi, cosa che invece lo storico Hampton Fancher (di “scottiana” memoria) e Michael Green, qui autori della sceneggiatura, sentono il bisogno di fare per offrire coordinate e linearità. In questo senso, Blade Runner, l’originale, registra l’inessenziale nella complessità, nelle folli venature di un apparato narrativo mai teleologico, finalistico, eppure incredibilmente stratificato, che quasi strizza l’occhio però, nella versione di Villeneuve, ai temi della saga di “Planet of the apes”.

Scegliendo di non scegliere, rifiutando finanche la risoluzione di vecchi interrogativi e lasciando spazio, con ogni probabilità, ad un ennesimo sequel, il regista ha abbandonato non solo una mitologia della macchina, ma la sua parabola bioetica, finendo per sposare le logiche contrapposte dello scontro fra civiltà, e rendendo il plot meno originale ma anche più presente nell’economia dell’opera (a danno dell’atmosfera). Ci si chiede, al netto di una straordinaria fotografia e scenografia, se davvero Blade Runner 2049 sia un esperimento riuscito: la risposta oscilla tra il sì e il no. Chi ha amato il Deckard di Harrison Ford guardi questo film per quello che è: un godereccio trionfo dell’immagine, venerata come forse poche altre volte negli ultimi decenni di cinema. Un plauso per la migliore interpretazione del film va, a nostro avviso, all’olandese Silvya Hoeks, che ricorderete apparentemente verginale ed innocente in La migliore offerta, qui seducente ed algida amazzone di un mondo e di un film vittime delle proprie transitorietà.

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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