Barlettano in Arabia Saudita

Il Direttore Editoriale Alessandro Porcelluzzi si confronta con Riyad

 

Raccontando l’Arabia Saudita, con gli occhi di un Europeo, ci sono alcuni elementi che sono premessa essenziale. Di questo Paese si può raccontare solo metà. L’esperienza umana di socialità è dimezzata. Le donne, se si escludono le isole non saudite (i compound in cui vive la maggioranza degli espatriati occidentali e il quartiere diplomatico), sono una assenza. Si muovono solo coi mariti, i padri e i fratelli. Il corpo (e una parte variabile del viso, a seconda delle tradizioni diverse da famiglia a famiglia e da località e località) coperto da una mantella nera, l’ abaya. Nei locali pubblici gli uomini soli, single o senza famiglia al seguito, hanno spazi riservati e quasi sempre una entrata diversa da quella delle famiglie e delle donne. Questa assenza muta i rapporti in modo determinante.

La socializzazione esclusivamente maschile provoca un fenomeno duplice. Negli espatriati, per i quali questa assenza è una anomala novità, suscita un effetto “caserma” (è una associazione arrischiata, non avendo io esperienza del servizio di leva): un clima di spinto cameratismo, duro, rude, a tratti greve. Tra i Sauditi invece circola una confidenza, un approccio tra gli uomini che compensa l’assenza delle donne riversando le stesse modalità comunicative, verbali e non verbali, sulle persone dello stesso sesso.
Legato a questo primo aspetto, ma che conduce a una seconda riflessione, è il consumismo. Figlio naturale e legittimo del capitalismo, ha conquistato integralmente l’anima di questa popolazione. Nelle due torri, grattacieli ormai simboli della città, si sono installati enormi centri commerciali. Un flusso continuo di persone si affolla nei negozi di abbigliamento, telefonia, elettronica, cosmetici (le donne sono coperte in esterno, ma curatissime nei dettagli, raccontano). Prodotti di importazione di qualsiasi tipo da qualunque parte del mondo. I vicini di casa degli Emirati arabi uniti (tra i due Paesi c’è un rapporto molto simile a quello che esiste tra Svizzera e Italia, o tra Francia e Belgio ) ne hanno fatto una filosofia: “Everything you desire” “Can be, will be”, sono slogan commerciali, ma anche massime di vita. Come dicevo questo secondo aspetto si lega al primo. In alcuni luoghi, penso a Ikea, l’idea di tenere separati famiglie/donne e uomini single è impossibile da applicare. E dunque in questi casi la tradizione si è piegata allo sbarco delle merci della corrotta Europa.

E veniamo alla religione. La giornata, la vita lavorativa, la vita della città intera è scandita dalla preghiera. Nei luoghi di lavoro, in tutti i luoghi di lavoro, c’è uno spazio attrezzato per la preghiera. E il venerdì, fino alle quattro del pomeriggi, qualsiasi attività si arresta. L’assenza di distinzione tra la sfera pubblica e la sfera privata, e la coincidenza tra religione e diritto, ha come espressione la polizia religiosa. Di solito si tratta di anziani barbuti, riconoscibili dall’abbigliamento e armati di solo bastone, che vigilano sul rispetto delle norme sull’abbigliamento, su possibili assembramenti di gente, sui contatti tra uomini e donne, sull’eventualità (remota, per non dire eccezionale) di circolazione di alcolici. L’Arabia saudita è un Paese di cui è facilissimo comprendere l’inarrestabile ascesa e lo sviluppo produttivo prodigioso. Un pieno di benzina di una macchina di media cilindrata costa il corrispondente di 4-5 euro. Questo spiega la quasi completa assenza di un sistema di trasporti pubblici (e il traffic jam a qualsiasi ora del giorno e della notte) e l’accessibilità, a livello economico, dei prodotti alimentari, su cui il trasporto incide in maniera risibile.

Il Paese è popolato, per circa un quarto, da espatriati (escludo da questo novero gli Europei). Soprattutto di lingua araba, ma non solo. Dall’Egitto alle Filippine, dal Pakistan alla Giordania, dall’India all’Africa nera. Come in quasi tutti i fenomeni di immigrazione, alcune figure di lavoratori sono molto caratterizzate nel senso delle provenienza geografica. E così i tassisti sono per lo più Pakistani, gli addetti alle pulizie e ai servizi ambientali Filippini. Gli stipendi sono bassi (ma altrettanto lo sono le spese di vita). Il costo complessivo del lavoro è, se paragonato agli standard europei, bassissimo (meno del 20% in più rispetto al netto in busta paga).

Estremamente affascinante, infine, è la questione linguistica. Un rompicapo per chi, da non Arabic speaker, si trovi a lavorare qui. L’arabo è la lingua ufficiale di un discreto numero di Paesi. Ma è, come è noto, soprattutto la lingua di una religione di proporzioni mondiali. Insomma una lingua con cui ha confidenza quasi un miliardo di persone. È dunque comprensibile, per non dire naturale, che gli arabi siano restii all’Inglese come lingua veicolare. Al massimo l’Inglese può essere affiancato in modo paritario, paritetico all’Arabo. Perché non esiste nulla di paragonabile in termini di potenza di irradiazione all’Arabo. Unico parallelo possibile, se proprio lo si vuol cercare, è il Latino del Medioevo.

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32 anni, laureato in Filosofia presso l'Università La Sapienza di Roma e docente abilitato tramite TFA, Tirocinio formativo attivo. Ha conseguito inoltre: il dottorato di ricerca in Diritto delle relazioni di lavoro (Fondazione Marco Biagi di Modena), il master in Counseling filosofico ed esistenziale (Università Pontificia Salesiana di Torino) e il Diploma avanzato in studi europei (Collegio europeo di Parma). Ha lavorato su temi europei presso: il Patto territoriale Nordbarese ofantino a Bruxelles, il Parlamento europeo, il Ministero della Pubblica Istruzione, l'Ufficio scolastico regionale pugliese. Ha insegnato Filosofia e Storia nei Licei ed è docente di Istituzioni e Programmazione comunitarie per il Master in Europrogettazione della società Eurogiovani. Ideatore del progetto "Punti di fuga", counseling filosofico per i detenuti. Ha svolto il praticantato da giornalista pubblicista presso Barlettalife. Attualmente è HR Assistant per la società Proger a Riyad, Arabia Saudita. Grande passione per la politica e grande allergia per i politici. Ama la musica classica e il jazz, la scrittura in tutte le sue forme, i gatti (soprattutto uno, il suo, che si chiama Garibaldi)

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