Portobello a Barletta e viceversa. Dopo quarant’anni, la storica trasmissione di Enzo Tortora affidata nel nuovo format ad Antonella Clerici torna a far parlare di Barletta sulla ribalta in tutta Italia. E sabato 3 novembre, in prima serata Rai Uno, lo farà direttamente da Barletta, dal palcoscenico del teatro comunale Curci per una… sorpresa molto particolare ai fortunati di turno.

Andava in onda su Tv2 la terza serie di “Portobello”, con l’indimenticabile e (tuttora) orecchiabilissima sigla di apertura col pappagallino in bombetta: serie che durò dal 17 novembre 1978 al 30 marzo 1979, con 19 puntate una dietro l’altra e la splendida Renée Longarini a fianco di Tortora. Da quella volta tempo è trascorso: per l’esattezza trentanove anni e undici mesi… Da quella memorabile serata di venerdì 1° dicembre 1978, quando Enzo Tortora annunciò per la seguitissima rubrica “Dove sei?” l’appello in diretta televisiva nazionale di una donna etiope, Addas Sequar, all’affannosa ricerca di sua sorella in Italia dopo la dolorosa separazione avvenuta in seguito ad una storia emersa dal passato, e che subito si tinse di molto sentimento.

“Sono venuta in Italia nel 1972 sospinta dalla speranza di ritrovare Taitù, mia sorella, la figlia del generale Torre e di mia madre Destà Teclai, di cui non avevo più notizie da tanto tempo e di cui mi rimanevano solo poche fotografie, quelle stesse apparse in televisione” mi disse la signora a Bologna, dove viveva per lavoro e dove la raggiunsi da inviato speciale per La Gazzetta del Mezzogiorno che domenica 3 dicembre 1978 dedicò la prima pagina ed una intera pagina in edizione nazionale data la grande risonanza nel Paese. Con l’occhiello del titolo su nove colonne: “Una vicenda d’altri tempi che pare uscita dalle pagine d’un romanzo d’appendice. E’ nata in Africa dall’amore fra un ufficiale italiano e “Felicità”. Addas Sequar, la sorella sconosciuta, nasce invece dal matrimonio fra la stessa e un eritreo. Una ricerca durata 6 anni, poi il miracolo di Portobello”.

Sequar continuò così a dirmi commuovendosi nell’intervista a me rilasciata e pubblicata: “Qui a Bologna ho preso contatti con la Questura e con la Finanza alla ricerca di qualche traccia di mia sorella. Ma nemmeno loro hanno potuto o saputo darmi risposta. Allora ho scritto a Portobello. Al signor Tortora per ben tre volte, una volta un anno fa, la seconda a marzo e l’ultima un mese fa. La Tv ha risposto alla mia lettera di marzo ed ha fissato l’appuntamento per la trasmissione del 1° dicembre”.

Nel caso di Addas riviveva l’esperienza di uno “spicchio” di storia italiana legata alle colonie ed al fascino dell’Africa: una storia scritta più dal destino che dagli uomini. Inizio di secolo all’Asmara: il maggiore Francesco Maria Torre (che sarà poi promosso generale ed esponente del Comitato promotore per la costruzione del monumento ai Caduti nella omonima piazza) conosce e s’innamora di Destà Teclai (“Felicità” nella lingua degli eritrei), figlia di gente T’Grai, possidente, facoltosa. Ma non la può sposare poiché agli ufficiali del Regio Esercito italiano è vietato vincolarsi legalmente con donne di colore. Dalla loro felice unione di coppia nasce Taitù, ovvero Anna Maria Torre, la primogenita “dispersa” che il padre prima riconosce, tiene con sé presso delle suore francesi, per poi condurla al suo ritorno in Italia, dove l’affida al fratello Cosimo, medico a Barletta, città di origine della famiglia.

Da questa dolorosa separazione, con la madre e con la terra d’origine, inizia il mistero, durato nell’assoluto silenzio fino a quella trasmissione di Portobello ed al ricongiungimento con la sorella avvenuto a Barletta come una grande festa della famiglia ritrovata e della vita ritrovata. Ora, come ci ricordano i familiari che abbiamo raggiunto, quella loro storia e la sua dolce conclusione a lieto fine, sta  scritta nell’album dei ricordi ed in tutta un’altra vita perché Taitù alias Anna Maria e la sorella Addas, si sono spente entrambe lasciando nel loro cuore una scia di commozione che adesso Portobello ha saputo farci ritrovare e che siamo felici di raccontare.

Quarant’anni dopo…

 

Commenta questo articolo

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here