Barletta News intervista la regista del docufilm “Triangle” Costanza Quatriglio

Oggi a Barletta la prima nazionale del film

E’ la città della Disfida la location scelta per la proiezione, in prima nazionale, del docufilm Triangle, in programma per oggi, 12 febbraio, presso il cinema Opera, nell’ambito delle celebrazioni della Disfida di Barletta.

L’evento, così come annunciato dal sindaco della città Pasquale Cascella, si svolgerà alla presenza dei parenti delle vittime, della cittadinanza, del sottosegretario alle Riforme costituzionali Ivan Scalfarotto, della Segretaria Generale della Cgil, Susanna Camusso e della regista Costanza Quatriglio. Tra l’omaggio davanti al Teatro Curci questa mattina e i funerali in serata di Manrico Gammarota sarà mantenuto, con una convergenza ideale, il confronto tra Valeria Fedeli, Susanna Camusso e Leo Caroli.

Triangle, vincitore, al Torino Film Festival, nella sezione Diritti & Rovesci curata da Paolo Virzì,   del Premio Cipputi 2014 come miglior film sul lavoro, racconta “ il bisogno di rinascita che sfocia nella speranza della ricostruzione dopo un secolo di lotte, progressi e diritti negati, attraverso un intreccio sperimentale e commosso di immagini d’archivio e del nostro tempo, di voci del passato che sembrano registrate oggi.” Due le tragedie messe a confronto: l’incendio del maglificio “fantasma” Triangle, avvenuto a New York nel 1911, il crollo nel 2011 della palazzina di via Roma a Barletta.

10854858_522040951271612_539935754387081545_oUna formula inedita, che si è rivelata vincente, quella del docufilm Triangle. Com’è nata l’intuizione di poter accostare questi due eventi così lontani nel tempo e nello spazio? 

L’intuizione è nata nella primavera del 2012 quando mi è stato proposto di visionare i materiali di archivio della tragedia che colpì la Triangle. Mi sono ritrovata a guardare le immagini dell’incendio avvenuto nella fabbrica di New York nel 1911 e ho voluto accostarlo al tragico evento che nel 2011 si è verificato in Italia, lasciando una ferita aperta nella città di Barletta. Da quel momento è nato il film: mi sono avventurata raccontando con gli strumenti del cinema, due vicende parallele che viaggiano in senso opposto, tra la magnificenza di New York e le rovine del paesaggio urbano deturpato dal crollo, nella città della Disfida.

New York, Barletta. Cento anni  e oltre settemila chilometri separano due storie tragiche, messe a confronto per indurre ad una profonda riflessione, e sulla la condizione del lavoro oggi e sui diritti della classe operaia. Quali le analogie e quali le differenze tra i due sciagurati eventi?

In entrambe le drammatiche vicende a lavorare in condizioni di deficit di legalità, in assenza di tutele minime che dovrebbero essere garantite ai lavoratori, senza una retribuzione equa, umiliate nella propria dignità, sono delle donne, per lo più giovani, con delle aspettative, desideri, necessità. Immigrate, le operaie tessili morte a New York,  per lo più italiane ed ebree; figlie,sorelle, madri,  le donne di Barletta. Cosa le accomuna?  La prostrazione al lavoro, la devozione verso il loro datore, la gioia di vivere nonostante le difficoltà della vita e la durezza del lavoro. Il contesto che fa da sfondo ad entrambi i luttuosi accadimenti è senz’altro differente. Nel 1911 era tutta una promessa, una novità. Le città industriali, le fabbriche, erano luoghi in cui si costruivano rapporti umani, si programmava il futuro. C’erano promesse, ma anche premesse: il ‘900 è stato il secolo dell’acquisizione di diritti, delle lotte, del conflitto, dell’identificazione della controparte, dell’emancipazione  delle condizioni di barbarie in cui la gente lavorava. Adesso tutto questo non c’è più: manca la fabbrica intesa come individuazione precisa del padrone, non vi è conflitto sociale e, quando manca un conflitto, la schiavitù è ancora più interiorizzata, diventa una condanna.

Mariella Fasanella, l’unica sopravvissuta al tragico crollo di via Roma, ha sostenuto, in più occasioni, che un regolare contratto di lavoro, di cui le  vittime non disponevano, non avrebbe comunque impedito il crollo della palazzina incriminata. Hai avuto modo di riflettere anche su queste affermazioni? 

Questa affermazione di Mariella è la conferma del fatto che in un contesto in cui manca il conflitto sociale, in un’epoca di post globalizzazione, nessuno pensa che i diritti possano salvare la vita, poiché manca la consapevolezza di avere dei diritti. Quello manifestato da Mariella è anche il convincimento espresso attraverso il docufilm Triangle che, però, intende andare oltre e soffermarsi su un altro aspetto altrettanto importante: nel crollo è fallito ed è imploso un intero sistema. Nel 2011 a Barletta a crollare non è stata solo una palazzina ma una intera civiltà del lavoro. Mariella si esprime con parole di verità e rivendica con orgoglio la propria condizione di operaia, narrando il dolore, ma anche il lavoro nel maglificio. Mariella assume su di se più di cento anni di lotte del movimento operaio, senza, in realtà, averne consapevolezza.

Questi tragici eventi hanno insegnato qualcosa nel corso degli anni agli addetti ai lavori: politici e sindacalisti? Hai l’impressione che sia mutata nel nostro paese, e se si, in che modo, la condizione delle operaie, soprattutto alla luce delle dichiarazioni rese dall’unica sopravvissuta al crollo di via Roma? 

Dalla New York di un secolo fa all’Italia di oggi, poco sembra essere cambiato per le donne lavoratrici e per i lavoratori in generale: i sindacati hanno lasciato a casa due generazioni di lavoratori, la politica continua a parlarsi addosso. Oggi non si ha più l’idea di condividere la propria condizione, isolamento e solitudine sono totali. Ci si affida unicamente alla propria capacità lavorativa, ma non è sufficiente: occorre un sistema di tutele riconosciuto. Se l’incendio del 1911 è stato per tutti di grande insegnamento poiché, qualche anno dopo, le rivendicazioni sindacali permisero l’emanazione delle prime leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e l’introduzione del salario minimo. Oggi, purtroppo, ancora si continua a ragionare con delle categorie concettuali che sono ancora quelle del ‘900, senza prendere atto della situazione attuale in cui versano i lavoratori.

Il ricatto della crisi ha ingrossato l’esercito dei lavoratori in nero. In realtà, a tuo parere, in che misura la crisi è il fattore che predispone alla  rassegnazione  nell’accettare un’occupazione senza diritti, senza tutele, quasi in condizione di schiavitù camuffata da precarietà? 

Viviamo in un paese dissestato in cui lo stato di emergenza è perenne. La crisi ha origini molto più antiche rispetto a quelle dichiarate dalla classe politica che anche nel recente passato ha negato l’esistenza della stessa, definendola una percezione e non una realtà. Il fattore crisi è solo un alibi.

Se “historia magistra vitae”, l’auspicio è che le istituzioni sappiamo fare tesoro del consiglio del saggio Cicerone, affinchè si possa finalmente restituire dignità al lavoro e farsì che siffatte tragedie. appartenute al lontano ma anche al recente passato, non eclissino mai più il futuro? 

Il ricordo, la memoria dovrebbero servire ad imparare dalla nostra storia e anche dai nostri errori. Eppure, ribadisco, la mia netta impressione è che dalla storia non si tragga mai nessun insegnamento. Personalmente, sia come cittadina che come cineasta, sono in continua crescita attraverso le storie in cui mi imbatto. La mia professione mi consente di immergermi in alcuni mondi e realtà diverse. Non scorgo da parte delle istiuzioni la volontà di voler attuare un vero cambiamento e non solo con riguardo al mondo del lavoro. E’ chiaro che l’auspicio di tutti, e anche il mio, è quello che le cose finalmente cambino. Vedremo!

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Patrizia Corvasce

Patrizia Corvasce, classe ’72.
Maturità classica. Giornalista pubblicista iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Puglia dal 1° febbraio 2016. Appassionata di diritto, teatro e politica. Già consigliere comunale. Attualmente collabora con la testata giornalistica telematica Barletta News occupandosi prevalentemente di approfondimento politico. Crede che la libertà di stampa dipenda soprattutto dalla volontà di fare informazione libera.

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