“Barletta Anni Quaranta”, tempi difficili eppure densi di speranza

Barletta Anni Quaranta, la lettura di questa seducente biografia, racconti di un ragazzo di via XX Settembre, si raccomanda per la generalità dei lettori, ma in particolar modo per gli spettatori di quegli anni e per i giovani di oggi, e quella che per i primi sarà memoria, per i secondi sarà storia. La storia di un periodo particolarmente denso di eventi anche drammatici, attraverso i ricordi di un adolescente che si racconta e ci racconta della sua vita nel suo quartiere.

È in atto, da qualche anno a questa parte, la tendenza a far riaffiorare dal tempo i luoghi della memoria, particolarmente intensa la memorialistica bellica legata alla ricostruzione retrospettiva degli eventi di quell’epoca, per restituire alla storia delle nostre città il ricordo di fatti colpevolmente dimenticati. Deplorevole trascuratezza anche per Barletta, relativamente ai fatti del ’43, cancellati dalla memoria collettiva che, negli anni Cinquanta e Sessanta, non voleva ricordare, limitandosi a saldare i conti col passato attraverso il modesto tributo di una anemica cerimonia commemorativa davanti al muro dell’eccidio, crivellato dai proiettili tedeschi, con la rituale deposizione di una corona d’alloro.

Per l’arricchimento di questa ritrovata propensione per le cose della nostra più recente storia, Michele Cristallo ci fa oggi dono di questo testo che inquadra quegli anni in un eccellente libro di ricordi che alla obiettività di un’attendibile ricostruzione, unisce la piacevolezza della narrazione che attraverso la sua gradevole prosa, ricostruisce per noi atmosfere e tradizioni, usi e costumi, folklore e cicli del suo tempo nell’età adolescenziale. Una lettura avvincente da consegnare alla storia della nostra memorialistica, non solo locale.

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Michele comincia la sua narrazione nell’intimità della sua cameretta in un’autunnale giornata del 1949. Frequenta la prima media e torna indietro nel tempo e i ricordi si affollano nella sua mente, partendo dal civico 21 di via XX Settembre, “scenario di un dopoguerra difficile – rammenta – ma denso di speranze”.

A destarlo, al chiarore della prima luce, i sonanti rintocchi dell’orologio del campanile della vicina chiesa dell’Immacolata. I ricordi si rincorrono nel vissuto coacervo quotidiano delle fervorose attività del quartiere: il fornaio, il lattaio, il carbonaio; un po’ più tardi, il carretto dell’ambulante di frutta e verdura che espone la mercanzia al centro della strada.

A una cert’ora del mattino la strada si rianima, si fa sempre più chiassoso il tramestio della gente, il chiacchiericcio delle donne. I ragazzi, a scuola fino all’ora di pranzo, nel pomeriggio si ritrovano per strada con gli amici. Divertimenti ce n’è pochi.

A quel tempo non c’erano le slot machines e neppure i circoli ricreativi, men che meno le palestre, e le squadrette di calcio si improvvisavano su polverosi campetti dove si giocava con rudimentali palloni. L’avvento della televisione era ancora lontano e in famiglia ci si doveva accontentare della radio, dalla quale i ragazzi erano particolarmente attratti dall’ascolto degli eventi sportivi, specialmente le domeniche pomeriggio per seguire “Tutto il calcio minuto per minuto” condotto da Niccolò Carosio.

Il libro è come un film nel quale gli sbiaditi fotogrammi scorrono in sequenze che fanno memoria di certe inquadrature delle pellicole del neorealismo del dopoguerra, su scenari urbani segnati dalla indigenza domestica vissuta con discrezione e dignità.

Sullo sfondo, la città sulla via di una lenta normalizzazione, la faticosa ripresa dopo i difficili anni della guerra. Il mercato sul viale della Stazione (più noto come il “viale dei preti”), la contrattazione pomeridiana dei braccianti su piazza Roma per strappare un contratto di lavoro in campagna per l’indomani. La flottiglia delle paranze al largo della costa illuminata dalle lucerne sulle prue delle barche, s’addensavano all’alba nel mandracchio del porto, nelle stesse ore che i contadini, sui carri dalle grandi ruote, attraversando rumorosamente le strade nel silenzio della notte, s’avviavano sul far del giorno al taglio dell’uva (era tempo di vendemmia…).

La sceneggiatura del nostro film si sviluppa su una delle prime traverse di via Milano, via XX Settembre, poco prima della chiesa dell’Immacolata. Nella ordinaria, prevedibile quotidianità del copione, la famiglia, la scuola, l’oratorio, i compagni per strada.

C’era poco da divertirsi, a quel tempo. Un bello svago, per chi poteva permetterselo, era noleggiare una bicicletta per scorazzare nel quartiere. Giochi poverelli, quattro calci al pallone su improvvisati campetti di calcio sbrecciati, una gara di corsa sul litorale di Ponente, una passeggiata fuori porta, verso Pantaniello, all’oratorio della GIFRA per una partita di ping pong.

La lunga estate delle vacanze, di mattina al mare. E come variante pomeridiana, gli scherzi fra amici, le serenate alla ragazzina del cuore (ma erano infatuazioni passeggere). Una bella sorpresa, l’imprevisto arrivo di Piripicchio: dopo piazza Roma, via XX Settembre, l’abituale palcoscenico delle sue itineranti performances. Andare al cinema, un avvenimento. Il ragù, a tavola, la domenica, tirato dalle esperte mani della nonna, una succulenta attesa gastronomica, e nelle ricorrenze speciali anche i dolci tradizionali: a Natale cartellate al vincotto, torrone e mostaccioli durante una tombolata o un mercante in fiera; a Pasqua la colomba, la pastiera e le scarcelle in gita a Canne nel lunedì di pasquetta. Nel tempo, tutto è stato inflazionato in una molteplicità di prodotti, nella caleidoscopica pubblicità, in luminose insegne fosforescenti. Nostalgia di anni remoti.

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Già, gli anni Quaranta… La memoria scava ancora e torna indietro di qualche anno, ai prodromi del conflitto, nel 1939, il patto d’acciaio fra la Germania e la Russia, la frettolosa entrata in guerra dell’Italia.

L’euforia delle prime effimere vittorie, l’illusoria credenza che la guerra durasse pochi mesi… La guerra si protrarrà invece per anni.

E, dopo l’8 settembre, quando sembrava che la guerra fosse finita e già la gente quella stessa sera s’accalcava in Cattedrale per un “Te Deum” di ringraziamento, tutto invece ricominciò, e ricominciò proprio da Barletta, la prima data della prima rappresaglia, a pochi giorni dall’armistizio, il fatidico 12 settembre del ’43 quando si consumò, in città, l’eccidio di dieci vigili urbani e due netturbini. Oltre settanta morti, fra civili e militari, mitragliati a casaccio, per le strade, alla stazione, alle casermette…

Il racconto di Michele si fa incalzante, la sua non è una storia enfatizzata come si usa fare sovente in queste ricostruzioni; la sua è una cronaca, l’attendibile documentario di quei drammatici giorni, vissuti fra terrore e speranza, il terrore della violenza e la speranza che tutto finisse con l’arrivo degli alleati. Arrivo preceduto da un ultimo atto di guerra dei Tedeschi in ritirata, l’assordante boato sulla città provocato per il brillamento del ponte sull’Ofanto (c’è restata solo un’arcata, a imperituro ricordo di quell’ultimo misfatto).

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Fra le pieghe dei ricordi, annebbiati dal tempo, quella del 25 aprile è la prima data che Michele ricorda del dopoguerra, al pari del 1° maggio, la Festa dei lavoratori, affrescata nella sua memoria dal colore rosso delle bandiere del PCI.

A presentare il candidato sindaco della DC Isidoro Alvisi, reduce dal campo di concentramento, nelle comunali del 1946, un giovane professorino dell’Ateneo barese, Aldo Moro; primo comizio in via Pistergola, dal balcone di un’attivista a un gruppetto di sparuti elettori. Arcivescovo della Diocesi di Trani-Barletta, mons. Reginaldo Addazi (a quei tempi la città era ancora sede di arcivescovado perequata a quella di Trani).

Il ragazzo frattanto cresce e segue con attenzione l’evolversi della politica cittadina, senza perdere di vista quella nazionale, sia pure a grandi linee, e questo ne pungola l’ambizione a diventare giornalista, aspirazione facilitata da un fortunato caso, la proposta del corrispondente della “Gazzetta del Mezzogiorno” da Barletta, il maestro Francesco Scommegna, a farsi sostituire temporaneamente come cronista nel tempo della sua permanenza negli Stati Uniti.

Ma qui si aprono altri scenari e questa è un’altra storia…

Renato Russo

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