È il momento in cui Annibale scende in Puglia e drizza i suoi accampamenti appena al di qua del Fortore. Tra poco il suo esercito, come uno sterminato sciame di voraci locuste, dilagherà sulla ubertosa distesa daunia. È la vigilia della disfatta di Canne. Conviene fermarsi un attimo per fare il punto della situazione su quale era lo stato dell’Apulia a quel tempo, perché ne sia più chiara e definita la condizione dopo la partenza del Cartaginese, quando saranno trascorsi quei terribili quindici anni della sua permanenza in Italia, che consacreranno nei secoli la gloria di Roma e, nel segno di una grande battaglia perduta, anche i prodromi di un’esaltante ripresa. Ma alla nostra sfortunata regione lascerà i durevoli, inconfondibili segni di una desolata devastazione.

Giungeva, Annibale, da regioni acquitrinose e affamate, dove i suoi soldati s’erano impantanati e ammalati d’inedia, e approdava ad una terra rigogliosa di grano, di vigneti e di oliveti, d’ortaggi e frutteti e ove fosse occorso anche dar sapore a quei corroboranti alimenti, a due passi c’eran persino le saline salapine. E ricca di cavalli (che almeno in parte la sua celebrata cavalleria aveva bisogno di rimpiazzare ad ogni scontro), che, allo stato brado, in branchi compatti, a migliaia scorrazzavano per la Murgia e le distese pianure messapiche. Non gli occorse procedere tanto innanzi, che già a Gereonio trovò frumento in così tanta abbondanza da sfamare l’esercito per l’inverno intero.

In primavera, sazia e rinfrancata, l’armata si dispose a partire, ma superati gli ultimi rilievi collinari, devastò d’improvviso prima il territorio lucerino, poi quello arpano, non come dileggio estemporaneo – perché nulla nel Cartaginese era lasciato al caso – ma per un calcolato disegno terroristico, inteso a neutralizzare preventivamente ogni velleità difensiva delle popolazioni circostanti. Nella consapevolezza, infatti, che il momento della resa dei conti era ormai vicino, Annibale voleva creare le condizioni per uno scontro alla pari. Quindi, facilitato dalla distesa pianura, in pochi giorni raggiunse l’Ofanto e qui, appena oltre la riva, s’accampò nei pressi di Canne. La scelta del sito non fu certo dettata solo dalla convenienza tattico-strategica del luogo che meglio di altri si prestava ad uno scontro, quanto più verosimilmente perché in quel luogo trovò egli le condizioni logistiche ideali per una non breve permanenza, cioè l’abbondanza d’acqua di un fiume copioso e navigabile e il rifornitissimo emporio che solo pochi giorni prima i coloni canosini avevano stipato del frumento appena falciato.

Era, dunque, la Puglia, al tempo dell’ingresso dell’esercito cartaginese, una regione “pingue”, dice Livio, dalle gonfie spighe di grano e dalle estese colture cerealicole, con vaste boscaglie. Da Canusium a Silvium, intorno a Rubi e Norba e ancora di più nella piana daunia, Dionigi di Alicarnasso descrive una “campagna intensamente coltivata, dai pascoli ondulati che sfamano immense greggi di pecore”. E Strabone ricorda la “feracità della terra brindisina” e Orazio la “lussureggiante Taranto, dove i vigneti e gli oliveti si alternano ai boschi verdeggianti”. Per non parlare dei prodotti artigianali, delle ceramiche di Ruvo o della lana pregiata di Canosa che Varrone preferiva a quella spagnola perché “più soffice e resistente” e che non era difficile trovare esposta nel rinomato mercato di Pompei, su via dell’Abbondanza, luogo di ritrovo per gli acquisti delle signore della Roma bene di quel tempo.

Questa era la Puglia che Annibale trovò al suo affacciarsi sulla nostra terra in quel triste esordio autunnale della sua campagna militare. Una terra che, a fronte di quelle che fino allora aveva attraversato, aride, brulle e malariche, dai cieli plumbei e nebbiosi, era invece non solo feconda, ma si estendeva sotto l’azzurro cielo di un salutare clima mediterraneo, delimitato da coste – sul lungo litorale adriatico – bagnate da uno splendido mare.

Su questa terra si abbatté la furia devastatrice della guerra, senza scampo per città alternativamente sollecitate ora dal ricatto ritorsivo cartaginese, ora dal richiamo alla fedeltà di antichi patti federativi con Roma. Tertium non datur, e alternative liberatorie di tipo neutralistico non ce n’erano. Con me o contro di me, fino alla soluzione finale, spesso tragicamente ininvertibile, come per Arpi, Salapia, Herdonia, Thuriae sannacica, aggredite dagli uni e dagli altri, ogni volta con interventi sempre più devastanti, oltre l’incendio e il saccheggio, fino al diroccamento delle mura e alla sua completa distruzione, con deportazione finale dei suoi abitanti.

Sarà la fine che farà Herdonia e non sarà la sola. Se ne ricorderà il centurione erdonitano che, a distanza di oltre sessant’anni, con fanatico zelo, per le strade di Cartagine in fiamme, consumando la sua avita vendetta, s’imbatté in un nauseato Polibio che ce ne ha tramandato, nel tempo, il lampo d’odio che ancora accendeva il suo collerico sguardo.

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