Le vicende riguardanti Alfie Evans hanno aperto un ulteriore discussione nella nostra società a proposito del “fine-vita”. – La linea espressa da Corte d’Appello, Corte Suprema e Corte Europea dei Diritti Umani alla richiesta dei genitori del bimbo inglese Alfie Evans, di mantenerne attive le macchine che tengono in vita il proprio figlio di 23 mesi in “stato vegetativo” ed affetto da una malattia neurodegenerativa. Nonostante le parole di speranza del Papa per un cambio d’opinione delle istituzioni politiche e le proteste pacifiche dell’”Alfie army”, l’esercito di Alfie, come si è definita la folla che ha manifestato davanti all’lder Hey Children’s Hospital di Liverpool in favore dei genitori del bambino, le macchine sono state spente alle 21.21 del 23 Aprile 2018. Tuttavia, il bambino ha continuato a respirare da solo per oltre 10 ore senza macchine, contro le aspettative dei medici. Sulla base di questi ultimi sviluppi, la stessa corte britannica che aveva optato per staccare la spina, ha convocato un’udienza straordinaria a Manchester il 24 Aprile 2018. La famiglia di Alfie, che ha chiesto un permesso umanitario all’Italia, sperava che la corte acconsentisse allo spostamento del piccolo dall’ospedale britannico in Italia, dove gli sarebbero concesse le cure e la speranza di vita che merita. Tuttavia, il giudice ha rifiutato questa opzione, nonostante abbia autorizzato a far tornare a casa Alfie, che nel frattempo ha ottenuto la cittadinanza italiana, che però non è servita a portare in Italia il piccolo.

Il caso di Charlie Gard simile a quello di Alfie Evans

Anche a Charlie Gard, affetto da una malattia degenerativa per cui non esistono cure è morto il 20 luglio 2017, erano stati tolti i sussidi per la respirazione, ma, a differenza di Alfie, egli è deceduto, ed allo stesso modo aveva ottenuto una cittadinanza aggiuntiva, quella statunitense, per essere trasportato negli USA ed avere ulteriori trattamenti terapeutici. Tuttavia, Corte d’Appello, Corte Suprema e Corte Europea dei Diritti Umani, in seguito alle valutazioni mediche, avevano respinto tale proposta, poi ritirata dagli stessi genitori del bambino, in seno alla situazione di stallo. Anche nel caso del piccolo Alfie le tre istituzioni hanno mantenuto una posizione stabile nel tentativo di proteggere un individuo che non è in grado di esprimere la propria opinione, e sono andate contro la volontà del papà e della mamma, ritenendo che in tali circostanze, in preda al dolore per la perdita prossima del proprio bimbo, i genitori non siano sempre in grado di prendere la decisione più adatta al proprio figlio. Tuttavia, la questione ruota attorno ad un più grande fuoco, che va ben oltre il dover prendere la migliore decisione per i bambini che sono sfortunatamente ed incoscientemente in una situazione simile, e che è imperniato nel dover trovare una linea entro cui lo stato e la sanità possono intervenire o meno nei vari contesti del “fine-vita”. Tale argomento è stato oggetto di dibattiti anche a livello locale, come per esempio quello tenutosi a Barletta lo scorso 20 Aprile presso la comunità di Sant’Antonio.

Il clamososo “caso Englaro”

Clamoroso a tal proposito è stato anche il caso di Eluana Englaro, giovane donna di 21 anni, che a seguito di un incidente stradale è entrata in coma vegetativo e ci è rimasta per ben 17 anni. In questo arco temporale, dopo la diagnosi definitiva di stato vegetativo permanente, la famiglia Englaro ha ottenuto dalla magistratura italiana, dopo ben 15 sentenze, la possibilità di mettere fine alla vita della ragazza sospendendo l’alimentazione e l’idratazione artificiale che la tenevano in vita. Eluana muore il 9 febbraio 2009.

Tali casi sono accomunati da una decisione presa da terze persone, che siano lo Stato o i familiari, nonché i tutori legali, e che differiscono da quelli di Piergiorgio Welby e Dj Fabo, che sempre sono rimasti coscienti ed hanno agito per volontà propria.

Piergiorgio Welby e il più recente caso di Dj Fabo

Piergiorgio Welby, affetto da una malattia degenerativa e tenuto in vita solo dal respiratore automatico a cui era attaccato dal 1997, dopo aver fatto ricorso al Presidente della Repubblica ed alla magistratura si è visto costretto a fare ripetutamente appello al medico che da anni lo aveva in cura. Welby è sempre rimasto “perfettamente in grado di intendere e volere e di esprimersi” e “pienamente consapevole della conseguenza del sopraggiungere della morte”, così, il dottor Mario Riccio ha dato ascolto alle sue istanze ed ha spento il respiratore automatico il 20 dicembre 2006. Il caso Welby ha aperto una discussione importante nella società italiana e determinato perplessità etico-morali, politiche e religiose sul presunto diritto all’autodeterminazione.

Diversa ancora è la circostanza di Fabiano Antoniani, conosciuto come Dj Fabo, che muore il 27 febbraio 2017. Nel giugno 2014, a seguito di un incidente stradale, il giovane era diventato cieco e tetraplegico ed aveva espresso ripetutamente alle istituzioni italiane la richiesta di preferire la cessazione della sua vita alla condizione fisica in cui si trovava. Anche in questo caso, le sue istanze sono state ripetutamente negate e ciò ha costretto il giovane Fabiano a dover trasferirsi in Svizzera, dove il suicidio assistito è legale, per trovare la sua desiderata “dolce morte”, mordendo un pulsante per iniettare il farmaco fatale.

Da tutti questi casi, emerge un chiaro vuoto istituzionale, cioè l’assenza di una legislazione specifica in materia. La nostra Costituzione, infatti, sottolinea che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” (art. 32 Costituzione). Tale lacuna è stata parzialmente colmata dalla recente legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento, entrata in vigore il 31 gennaio 2018, che in parte riprende la legge sulla Sedazione Palliativa Profonda, approvata dal parlamento nel 2010. Questo argomento, però, potrà essere oggetto di riflessioni successive.

A cura di Nicoletta Paolillo

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