Alfeo e Aretusa, un mito greco ancora vivo in Italia

Alfeo

Un freddo sudore mi invade il corpo assediato,

da tutto il corpo mi scendono gocce azzurre;

dove mi sposto, il luogo stilla, e dai capelli

cade la rugiada e, prima del tempo che impiego a raccontartelo,

mi cambio in acqua. Ma l’acqua amata il fiume la riconosce,

e, deposto l’aspetto umano che aveva assunto,

torna per mescolarsi a me nelle proprie acque.

La dea di Delo ruppe la terra, ed io, sommersa in grotte cieche,  

arrivo ad Ortigia, che mi è cara, portando

il nome della dea, e mi riporta per prima all’aria aperta.

Sono le parole di Ovidio nelle Metamorfosi a dar voce al racconto di Aretusa, protagonista insieme ad Alfeo di uno tra i miti greci ancora oggi più vivi, conosciuti e apprezzati. Specialmente nei pressi di Siracusa dove si dice che Alfeo – il principale corso d’acqua del Peloponneso – scorrendo verso ovest trovasse il suo primo approdo.

È la storia di un amore inizialmente non corrisposto quella tra Alfeo, un dio fluviale, e la ninfa Aretusa. Una storia la cui origine appartiene a tempi remotissimi di cui non ci è dato sapere molto. La leggenda narra che Aretusa fosse la ninfa prediletta di Diana, così bella, ma altrettanto inaccessibile.

Durante una battuta di caccia sulle sponde del fiume Alfeo, Aretusa, sfinita dal clima afoso si immerse ingenuamente nelle acque del fiume per rinfrescarsi. Nel momento stesso in cui il suo corpo entrò in contatto con l’acqua però qualcosa di strano e misterioso cominciò ad inquietarla. Confusa dal movimento vibrante dell’acqua fece per uscire quando lo stesso fiume assunse le sembianze di un aitante giovane sconvolto dal fascino della ninfa.

Alfeo cercò in ogni modo di raggiungere Aretusa dando inizio a una una rincorsa che durò per lungo tempo. A un certo punto la ninfa affaticata e stanca dalla fuga continua invocò la difesa della sua protettrice Diana, affinché la togliesse dalle pressanti attenzioni di Alfeo. Diana – altrimenti conosciuta con il nome di Artemide, dea della caccia e delle iniziazioni femminili – avvolse Aretusa in una soffice nebbia e sbuffando la sospinse verso la Sicilia, in direzione dell’isoletta di Ortigia.

Qui la ninfa trovò la pace e fu tramutata in una sorgente. Ma Alfeo disposto a tutto pur di avvicinarsi all’amata, si rivolse al padre Oceano che commosso dall’intenso trasporto del figlio gli permise di scavare un corso sotterraneo al Mar Ionio per ricongiungersi ad Aretusa. La ninfa ormai sorgente, toccata dall’ardore di Alfeo, ne fu conquistata e lasciò che le sue acque si mescolassero e si fondessero con quelle del giovane amato.

Questo luogo magico e poetico dal nome Fonte Aretusa o meglio a funtana re papiri che sfocia nel Porto Grande di Siracusa –  dove cresce il papiro, animato da pesci e anatre, è tutt’oggi visibile e ammirabile, meta obbligatoria per i turisti di Siracusa e zone limitrofe. Dalla ringhiera che domina la sorgente si può infatti, cavalcando l’immaginazione, scorgere i contorni sfuocati di Alfeo e Aretusa fusi tra le gocce d’acqua, oppure più semplicemente lasciarsi sorprendere dalla scultura di Poidimani presente di fianco alla fonte dove Alfeo ed Aretusa sono colti tra le onde del loro ultimo abbraccio umano prima di sfiorarsi sotto la forma dell’acqua. Un’altra rappresentazione del mito è invece disponibile al centro di Piazza Archimede, nella Fontana di Artemide. L’opera ritrae al centro la dea Diana con l’arco nell’atto di assistere la metamorfosi di Aretusa in fonte. Alle spalle Alfeo con un’espressione di dolore sul volto, pare voler arrestare la trasformazione dell’amata.

Certo è che questo mito, fonte di ispirazione per chiunque ne senta parlare, è così presente nella cultura popolare del luogo che persino un noto giocatore siracusano di poker sportivo ha scelto un nickname come Alfeo11; di lui si è parlato in seguito alla vittoria di una competizione online di livello nazionale. Ma gli esempi non si fermano qui. Culturalmente parlando infatti, l’influenza del mito di Alfeo e Aretusa è rintracciabile un po’ per tutta la letteratura antica e moderna.

Se Ovidio vi attinge per le sue Metamorfosi, Virgilio lo emula nella sua Eneide, e procedendo a tempi più recenti ne parla Carducci nelle Primavere elleniche – «Amor, amor, sussuran l’acque; / a Alfeo chiama nei verdi talami Aretusa» – e Salvatore Quasimodo nei versi struggenti di Seguendo l’Alfeo: «Io non cerco che dissonanze Alfeo, / qualcosa di più della perfezione. / Non un luogo dell’infanzia cerco, / e seguendo sottomare il fiume, / già prima della foce di Aretusa, / annodare la corda spezzata dell’arrivo”. Un recente libro di Maurizio Cimino porta il titolo di “Alfeo e Aretusa. Giovinezza dei miti greci” e riprende il mito di Alfeo e Aretusa come simbolo per eccellenza della permanenza del mito greco nella cultura occidentale.

Un mito eterno insomma che grazie al suo fascino e alla sua trasversalità non finirà mai di incantare turisti, poeti o forse il mondo intero.

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