Aldo Moro, 16 marzo ’78: quarant’anni fa via Fani

Moro- BarlettaNews
1. 1950. Isidoro Alvisi, sindaco di Barletta, e Aldo Moro, firmano il protocollo di inizio lavori di un cantiere

16 marzo 1978 (morte di Moro), una data funesta che ha forse cambiato il corso degli eventi della storia del nostro paese (molti politologi sono propensi a crederlo). 16 marzo 2018. Sono passati quarant’anni e tuttavia il ricordo di quell’evento è ben nitido nella memoria di quanti hanno l’età per ricordarsene. Abbiamo chiesto ad alcuni amici di rammentare le circostanze nelle quali ne furono informati e le loro prime reazioni.

Rino Daloiso aveva tredici anni e frequentava la terza media presso la scuola “Fieramosca” diretta da Antonino Patricolo. A comunicare la tragica notizia, alla classe, il prof. Francesco Spera, docente di applicazioni tecniche. Già allora con la segreta aspirazione di fare il giornalista, Rino Daloiso racconta di essere restato emotivamente turbato, sia dal rapimento del presidente della DC che dalla crudeltà della strage. È vero che quello non era il primo delitto delle Brigate Rosse, ma era certo il più efferato e il più clamoroso e non poteva non lasciare nella mente e nel cuore del ragazzo un sentimento ch’egli oggi ricorda come un misto di “smarrimento, incredulità, sgomento e intima sofferenza”. Un’emozione che si protrarrà e lo turberà per tutti i 55 giorni del rapimento e che culminerà il 9 maggio, il giorno dell’assassinio dello statista.

Armando Messina in quel fatidico giorno ricopriva la carica di sindaco, a capo di un bicolore DC-PSI sostenuto dall’appoggio esterno del PCI e del PSDI. Al suo posto di lavoro, appena appresa la notizia (intorno alle dieci), Messina, superato il primo momento di un angoscioso incredulo stupore, senza le formalità di rito, convocò subito un incontro fra le forze politiche. Ma non ce ne fu bisogno, perché sopravvennero un po’ tutti alla spicciolata, dirigenti, consiglieri, assessori, anche semplici estimatori di Aldo Moro, e non c’è bisogno di dire quanti ne contasse. Certo ci fu un iniziale smarrimento, perché non c’era un protocollo operativo per una evenienza del genere. Messina, per un dovere istituzionale, si sentì con il commissario Coviello e con il capitano dei Carabinieri Perrone; allestì anche un quaderno delle firme per la liberazione dell’ostaggio, senza sapere a chi indirizzarlo; telefonò quindi all’on. Renato Dell’Andro dando piena disponibilità ad altre iniziative che l’allora sottosegretario alla Giustizia intendesse promuovere… Cos’altro fare?!

Armando ricorda di aver convenuto, nella conferenza dei capigruppo, di convocare ad horas un Consiglio Comunale straordinario per il giorno dopo, venerdì 17, al termine del quale si tenne in piazza Roma (quella che oggi è intitolata ad Aldo Moro) un grande partecipatissimo comizio.

Il prof. Ugo Villani quel giorno si trovava a casa, indisposto. Apprese la notizia da una prima concitata edizione straordinaria del Telegiornale, trasmessa a metà mattinata dalla TV nazionale da un emozionatissimo Bruno Vespa che nella concitazione dei primi momenti aveva parlato di un Moro ferito ma salvo e ricoverato in ospedale.

Professore incaricato di organizzazione internazionale, Villani, che quell’anno aveva 32 anni, collaborava all’Ateneo barese col prof. Vincenzo Storace titolare della cattedra di diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza. Villani ricorda di essere restato colpito, a Bari, nei giorni seguenti, dalla diversità di valutazioni dell’evento che andavano dall’angoscia di alcuni alla superficialità di altri che – oltre la tragedia della morte degli uomini della scorta – non avevano colto il grave significato del rapimento di Moro, la cui scomparsa dalla scena politica poteva rappresentare, per il Paese, certamente una svolta involutiva, nella prospettiva di una evoluzione democratica del nostro sistema politico finalizzato ad una compiuta democrazia. Come in effetti accadde. Con la fine del compromesso storico – promosso da Moro e Berlinguer – la prospettiva di una alternanza democratica al Governo del Paese fra le due maggiori forze rappresentative dell’elettorato italiano, si allontanò definitivamente delineando diversi scenari.

Il giudice Corrado Allegretta era nel suo ufficio, intento a visionare l’incartamento dell’imminente procedimento amministrativo, quando un commesso s’affacciò sull’uscio dello studio per sussurargli, con costernata discrezione, l’orribile evento: Moro rapito dalle BR e i cinque agenti di scorta falciati da raffiche di mitra. Dopo un iniziale smarrimento, gli ci volle del tempo – ad Allegretta – per mettere a fuoco quanto gli era stato appena riferito…

E la memoria gli risvegliò un’ondata di ricordi neppure tanto remoti. Il prof. Aldo Moro era stato il suo professore di diritto penale all’Università di Bari, anche se poche volte era salito in cattedra, assegnando ad altri discepoli le sue lezioni, per i numerosi impegni romani. E ricordava quando, l’anno prima (1977), il presidente Moro era stato chiamato ad inaugurare la nuova sede del TAR Puglia in piazza Massari. Il presidente Santaniello aveva delegato proprio lui a ricevere l’illustre personaggio sull’uscio del portone di accesso al palazzo per accompagnarlo al secondo piano dove, nell’aula delle udienze, avrebbe tenuto una dotta prolusione. Quell’agguato mortale lasciò interdetto e incredulo il giovane magistrato sia per la grandezza dello statista che quel mattino andava a sanzionare, col varo del governo Andreotti, il successo della sua famosa e tanto discussa “strategia dell’attenzione”, e sia per l’enormità dell’evento, per la sua inaudita e intollerabile crudeltà. A mente più serena, nei giorni successivi – racconta Allegretta – noi giudici ci ponemmo il problema del valore simbolico di quell’agguato che svelava al Paese uno Stato impreparato di fronte alla “geometrica potenza di fuoco” delle Brigate Rosse che apparivano in quel frangente come una dirompente forza sovversiva. Come non porci, a quel punto, l’ineludibile problema del confronto dirimente fra Stato e Antistato, e se mai ne saremmo usciti, quando e come.

Ed ecco il racconto del cronista della Gazzetta del Mezzogiorno Michele Cristallo. “Appresi del rapimento e della strage di via Fani dalla radio, in auto, mentre rientravo a Bari da Noci. Era con me il collega Vito Raimondo. Dopo una ventina di minuti eravamo già al giornale. Il direttore Valentini aveva deciso per la pubblicazione di una edizione straordinaria. Il tempo di avvisare la famiglia e mi misi al lavoro. Un lavoro ininterrotto perché subito dopo l’uscita dell’edizione straordinaria, cominciammo ad allestire quella ordinaria del 17 marzo.  Rientrai a casa all’alba.

Ricordo nitidamente quel particolare clima della Redazione. Un lavoro frenetico, tra la lettura e valutazione delle note di agenzia, le telefonate a personaggi politici, ai responsabili delle istituzioni e dei partiti politici regionali. Per la cronaca del tragico avvenimento e lo sviluppo delle indagini, il nostro riferimento era il collega Italo Del Vecchio, esperto di terrorismo, che coltivava contatti importanti con magistrati e inquirenti a livello nazionale. Ma l’aspetto strano, straordinario rispetto al lavoro quotidiano o all’allestimento di altre edizioni straordinarie, era il silenzio, il clima ovattato nel quale si svolgevano operazioni frenetiche perché il giornale doveva essere in edicola nelle prime ore del pomeriggio. Una sorta di rispetto per quei martiri. Perché gran parte di noi avevano conosciuto sia Moro, sia alcuni agenti della scorta, soprattutto il maresciallo Leonardi. Io avevo incontrato Moro un paio di volte a Roma, insieme con il compianto Peppino Colasanto per sollecitare la procedura per la costituzione del Comprensorio del Nord Barese” (…).

Michele Borraccino, consigliere comunale del PCI di Barletta. A quel tempo (aveva 29 anni), era ferroviere, casellante ad un passaggio a livello di Cerignola, e apprese dalla radio la notizia del rapimento di Aldo Moro. Fu una notizia tremenda, non solo sul piano umano, ma anche politico perché, come militante di base, era un fervido sostenitore del “compromesso storico” propugnato dal segretario politico Enrico Berlinguer. “Percepimmo subito – racconta oggi Borraccino – che un disegno politico di alto valore storico, poteva lacerarsi perché Moro era l’unico statista democristiano in grado di poter sostenere questa strategia, nel suo partito, cioè quella dell’alternanza fra i due grandi partiti italiani, la DC e il PCI che rappresentavano i due più grandi elettorati del Paese, senza più condizionamenti da parte di un terzo partito che – attraverso la politica dei due forni – si offriva al maggior offerente, chiedendo come posta in palio la presidenza del Consiglio dei Ministri (e quindi il governo del Paese), ottenendolo. E che questa intesa strategica di tempi lunghi – fra Dc e PCI – cominciasse a funzionare a partire dalla periferia, da noi a Barletta, era confermato dall’aver noi accettato (l’anno prima) di dare l’appoggio esterno ad un bicolore DC-PSI. Ricordo che il 25 aprile di quel fatidico ’78, le nostre bandiere, quelle del PCI e della DC, precedevano il corteo della festa della Liberazione, scena fortemente emblematica – che però non servirà a cambiare il corso degli eventi che muteranno – negli anni futuri – in senso involutivo per la nostra democrazia. Finché Tangentopoli (e poi l’avvento di Berlusconi) su quel grande disegno strategico non ci misero su una pietra tombale.

E in realtà la morte di Moro lacerò quel disegno. E cominciò a vanificarlo proprio da Barletta, dal giorno dopo il suo assassinio, quando il PSI chiese e ottenne – attraverso il ministro Rino Formica – la caduta della giunta Messina e il sindacato per il socialista Franco Borgia a capo di una coalizione col PCI in giunta. Al diavolo la grande strategia dei tempi lunghi dell’alternanza storica fra DC e PCI al governo del Paese. Si tornava al piccolo cabotaggio.

La morte di Moro segnò la fine del compromesso storico e delle sue lungimiranti prospettive, la fine dell’avvento di una grande stagione politica della quale, in questi giorni, stiamo forse pagando le conseguenze. Che partono da molto lontano, forse da quel lontano triste tragico rapimento di quarant’anni fa.

 

 

 

 

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