Al vaglio del Senato tra mille dubbi e incertezze la riforma delle Province

È ormai risaputo che effettuare una riforma di livello costituzionale, come quella che prevede l’abolizione delle Province, implichi l’avvio di un procedimento che definire lungo è a dir poco riduttivo, eppure non molti avrebbero immaginato che, col passare del tempo, la situazione si sarebbe fatta via via sempre più confusa e ingarbugliata.

Poco più di un mese fa, infatti, si era già parlato del ddl Del Rio e dei 3000 emendamenti presentati in seno alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, che già promettevano lungaggini di varia natura. In quell’occasione però si era anche parlato di come l’esatta configurazione delle autonomie locali non fosse ancora ben definita e che tutto era coperto da una fitta coltre di nebbia.

E adesso, proprio mentre il disegno di legge è giunto in Senato per essere messo ai voti, la nebbia non accenna minimamente a diradarsi, anzi, il nuovo assetto istituzionale continua ad essere terribilmente cangiante e lacunoso.

Se è vero che finalmente il ddl sia passato all’esame del Senato, non si può negare che questo passaggio sia stato faticoso e abbia in qualche modo intaccato la solidità del nuovo esecutivo. La maggioranza, non particolarmente schiacciante in Commissione, ha infatti dovuto chinare il capo su due importanti emendamenti: è stato infatti bocciato l’emendamento del relatore PD Francesco Russo che prevedeva un tetto massimo per la retribuzione dei Presidenti della Provincia, ed è passato invece l’emendamento che vede il ritorno alle amministrazioni provinciale delle competenze sull’edilizia scolastica. Tra le cause di queste “sconfitte”, sicuramente spicca l’assenza del senatore Mario Mauro (Popolari per l’Italia), determinante al momento delle votazioni.

Tuttavia, scivoloni della maggioranza a parte, il disegno di legge ha comunque passato l’esame della Commissione Affari Costituzionali ed è previsto che si voti entro la mattinata di oggi, per poi ritornare alla Camera per un’ulteriore approvazione a seguito degli emendamenti sopra citati, niente di particolarmente difficile visto e considerato che la maggioranza alla Camera dei Deputati è sensibilmente più forte e che la forte spinta riformista data dal nuovo governo Renzi non dovrebbe rallentare ulteriormente una riforma che ormai aspetta da mesi per conoscere il proprio destino.

Sono tuttavia emerse, nel corso della discussione tra parlamentari, alcune problematiche  particolarmente importanti che non possiamo ignorare. Innanzitutto, quale futuro avrà questa riforma? Infatti, il ddl Del Rio è stato ideato, in sostanza, come un “ponte” tra l’attuale ordinamento, che prevede la presenza di regioni, province, città metropolitane e comuni, e un futuro nuovo ordinamento che vedrebbe sparire l’autonomia locale intermedia, ordinamento attuabile però soltanto con una riforma della Costituzione, operazione, come già ricordato, particolarmente lunga e complicata.

Da questo punto di vista, il carattere che assume il disegno di legge è quindi fortemente transitorio e ciò giustificherebbe in parte la presenza di zone d’ombra in cui tutto è ancora poco chiaro; ma se la maggioranza, nel momento decisivo di questo lungo processo, subisse le stesse difficoltà che ha subito nelle ultime sedute in Commissione e non riuscisse a riformare secondo questo schema l’assetto costituzionale, l’intera nazione rimarrebbe in balia di un soluzione transitoria che, in definitiva, non accontenterebbe nessuno, né politici né, soprattutto, cittadini.

A questa grave eventualità si aggiunge la presenza di lacune regolamentari riguardanti l’adesione alle città metropolitane: è infatti stabilito che ogni comune, attraverso lo strumento referendario, ha la capacità di scegliere se entrare a far parte o meno di questa particolare autonomia locale. Tuttavia, qualora vengano effettivamente abolite le Province e riformato l’intero assetto statale, quale sarebbe il destino di quei comuni che si rifiutano di far parte di una determinata area metropolitana? Eliminato l’organo provinciale e rifiutata l’opzione (che a questo punto sembrerebbe più che altro un obbligo) della città metropolitana, quale sarebbe l’assetto amministrativo da adottare? Il solo comune assumerebbe anche le funzioni spettanti alla provincia o dovrebbe appoggiarsi alle decisioni della Regione? Tanti, troppo interrogativi permangono a poche ore dal voto del Senato, e a questo punto ogni speranza di chiarezza è ormai scomparsa.

La volontà riformatrice indirizzata alla riduzione delle spese e al risparmio è, soprattutto in tempo di crisi economica, sempre benvenuta, ma se a questa volontà non si riesce a dare una forma ben definita e capace di creare un assetto che realisticamente possa rispondere alle vere esigenze della comunità, non si potrà creare altro che disordine, incapace di risolvere qualsivoglia problema, tuttavia più che in grado di aggravare ulteriormente la situazione, già di per sé critica, dei cittadini italiani.

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Vittorio
Vittorio Grimaldi è nato il 17 agosto 1991. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Casardi" di Barletta, attualmente studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Appassionato ed esperto di folklore e mitologia, gestisce dal 2013 il canale youtube a tale materia dedicato "Mitologicamente". Giornalista iscritto all'albo dei pubblicisti dell'Ordine dei Giornalisti della Puglia, dal 2014 è stato cronista politico della testata online Barletta News fino a dicembre 2017.

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